Novità in libreria
Ne avevo parlato un mese fa e ora il libro del giornalista francese William Reymond, Coca-Cola: L’inchiesta proibita, è in libreria. La traduzione è stata curata da Marina Nazzaro. Ecco il prologo al libro edito da Lindau.it.
Atlanta, 16 febbraio 1940.
L’ironia della situazione non poteva sfuggirgli. Non aveva già notato più volte che soltanto le decisioni difficili e le vittorie ottenute all’indomani di dure battaglie davano davvero senso al suo ruolo?
Ma questa volta il gioco era diverso e la partita rischiosa. Robert W. Woodruff esitava.
Certo, c’era il piano. Niente di spettacolare, solo qualche rigo scritto su un banale pezzo di carta. Un foglio bianco, in effetti, senza intestazione né firma.
E l’insieme, dal punto di vista della Compagnia, sembrava tenere. O almeno, dava quest’impressione.
In ogni caso, Woodruff era pronto a convincersene.
Ma, c’erano alternative?
Già da un mese, i pensieri del proprietario della Coca-Cola Company erano interamente rivolti all’Europa. E stavolta non si trattava di espansione, ma di sopravvivenza.
Il 26 gennaio, infatti, Woodruff aveva ricevuto due lettere da Burke Nicholson. Due plichi che cominciavano con la dicitura «Confidenziale».
Nicholson era il presidente della Coca Cola Export Corporation, una componente della Compagnia, la cui sede era stata fissata nel Delaware, Stato dai numerosi vantaggi fiscali. Ora l’Export si incaricava di dare vita alla visione di Woodruff: creare un mondo dipinto di rosso, il colore storico del marchio. A trentatre anni, sognatore e forte della sua giovinezza, Robert Woodruff contava infatti di rivoluzionare
Fin dalla sua ascesa alla presidenza della Coca-Cola, nel 1923, il Capo non aveva mai smesso di martellare con questo leitmotiv: per avere successo, la bibita di spicco della casa si doveva trovare a portata di mano del consumatore nell’istante stesso in cui questi sentiva il desiderio di berne. In quest’ottica, il mercato interno americano costituiva una prima tappa giacché Woodruff era convinto che il futuro della «Coke» e la ricchezza dei suoi azionari passassero attraverso la conquista di nuovi mercati.
Certo, prima di lui,
Ma, leggendo le due lettere di Nicholson, il capo aveva capito che se quello che il responsabile dell’Export diceva era vero, lui poteva perdere tutto. Sicuramente, il suo posto al comando della Coca-Cola. La sua reputazione anche. Ma soprattutto, nella sua caduta, rischiava di portarsi dietro
*
Era già da qualche tempo che Nicholson temeva il peggio. Sin da Wilmington, stando a diretto contatto con gli imbottigliatori stranieri, aveva assistito in prima fila alle agitazioni in Europa. Aveva visto Hitler invadere
Poi, c’era stata la decisione britannica di mettere
Infine, anche se per il momento l’opinione americana restava in maggioranza non interventista, lui aveva notato quanto la crociata di Charles Lindbergh danneggiasse la causa neutralista. A forza di dichiarazioni maldestre, mentre il mondo scopriva i primi risultati dell’orrore nazista in Polonia e in Cecosclovacchia, l’aviatore e i suoi seguaci 1 passavano poco a poco dal ruolo di pacifisti pro-americani a quello di opportunisti troppo vicini al Führer.
D’altro canto, il 4 novembre, il presidente dell’Export aveva letto dell’emendamento alla legge di Neutralità del 1935, proposto dal presidente Roosvelt, che autorizzava ormai gli Stati Uniti a vendere armi «ai paesi che potevano pagare in contanti». Anche se
All’inizio del mese di gennaio del 1940, come tutti i dirigenti di compagnie che lavoravano col Vecchio Continente, Nicholson aveva nuovamente constato il tono particolarmente aggressivo del messaggio per il nuovo anno pronunciato da Adolf Hitler. Un testo in cui si parlava di «nuovo ordine» e di «nemico capitalista».
Tirava una brutta aria sul mondo e per
Non gli restava che Keith. Nicholson sapeva per certo che
Max Keith si era unito alla Coca-Cola GmbH nel 1933, poi aveva fatto rapidi progressi in seno alla compagnia fino a raggiungerne la vetta. Nel 1936, i Giochi olimpici di Berlino avevano consacrato il suo potere:
Ahimè, l’euforia dell’agosto 1936 aveva presto ceduto il passo all’inquietudine quando, dopo meno di un mese, Göring aveva deciso di bandire le imprese straniere dall’impero in costruzione, dichiarando la necessità dell’autosufficienza per
Ora che la situazione europea andava peggiorando, Nicholson aveva un’unica convinzione: solo Keith poteva sistemare le cose.
Nicholson sapeva cos’altro fare: il contenuto dei due cablogrammi provenienti dall’Europa oltrepassava la soglia delle sue responsabilità. Toccava a Woodruff sapere… e decidere.
Il 26 gennaio 1940, sulla carta intestata della Coca-Cola Export Corporation, dopo aver apposto la dicitura «confidenziale», Burke Nicholson tracciò le prime righe di quello che sarebbe divenuto il più grande segreto della compagnia. Molto di più della misteriosa formula che, dal 1886, dà quel suo gusto unico alla bibita gassata.
Robert W. Woodruff non apprezzava Burke Nicholson più di tanto. Certo gli riconosceva le qualità di amministratore devoto sempre pronto a eseguire un ordine e a soddisfare una richiesta proveniente da Atlanta, ma, ai suoi occhi, Nicholson mancava di quella fibra imprenditoriale che abitava, invece, ciascuna delle sue idee. E la lettura delle sue due missive lo aveva infastidito. Ancora una volta, pensò, Nicholson si appoggiava su di lui, mentre era pagato proprio per risolvere quel genere di problemi.
Ciò nonostante, alcune frasi avevano destato la sua curiosità. Quando il suo interlocutore sosteneva di «detestare di dover affrontare questo genere di argomento», spiegando che era ora di farlo, e quando con cautela faceva questa precisazione: «Preferisco non mettere per iscritto il modo in cui bisogna procedere».
Non c’era dubbio, la prudenza era necessaria. Per precauzione, Woodruff fece dunque recapitare immediatamente le lettere a Arthur Acklin.
Ex agente dell’IRS, il fisco americano, Arthur Acklin incarnava il perfetto opposto di Nicholson. Attivo, audace, indipendente, si era fatto notare qualche anno prima come rappresentante del governo in una serie di processi contro…
Il 6 febbraio 1940, dopo essersi intrattenuto a lungo il giorno prima con Burke Nicholson, Acklin redasse un memorandum destinato al proprietario della Coca-Cola.
Su due foglietti che non recavano alcun logo della Compagnia, Acklin rendeva giustizia a Nicholson: le sue lettere del 26 gennaio 1940 erano esatte. Se
Era necessario che Woodruff agisse.
Di solito, le decisioni delicate aggiungevano sapore alla sua posizione, ma ora si trattava di flirtare con i limiti della legge e, in fine, di accettare il rischio di compromettere il posto che lui stesso, Woodruff, avrebbe occupato nella Storia. Se avesse fallito, il futuro della Compagnia sarebbe stato in pericolo. Se avesse avuto successo, ma il mondo fosse venuto a saperlo, sarebbe stata messa in discussione l’immagine della Coca-Cola.
La battaglia di Woodruff si svolgeva su due fronti.
In Inghilterra, il governo aveva posto delle restrizioni sullo zucchero, quote che potevano annientare la produzione della bevanda. In questo caso, bussare alle porte giuste e mettere in azione la rete dei contatti politici avrebbe dovuto permettere l’eliminazione dell’embargo. D’altra parte, Nicholson aveva già fatto pressione su Gunnels, il rappresentante d’Atlanta a Londra, spiegandogli chiaramente che se non fosse riuscito a «tirare i fili giusti in seno al governo»,
In compenso, il pericolo tedesco si rivelava più complesso. Ne andava della presenza della bibita americana in territorio nazista, ma anche, come aveva precisato Acklin, della sopravvivenza stessa del marchio. Se
*
Robert Winship Woodruff non aveva altra scelta se non quella di decidere. Si rituffò nella lettura del piano che gli veniva proposto.
E il 16 febbraio 1940, tra il rischio di perdere il controllo del futuro e quello di finire nella pattumiera della memoria, scelse il meno amaro tra i due veleni.









…ma Gianna, ci hai lasciato con la curiosità, proprio quando stava per leggere il piano!!!!
Non mi resta che correre in libreria. : )
Scritto da Sergio Bezzanti, il 4 Novembre, 2006 at 07:35
Dear Gianna,
first, i’m sorry. Even if I was born less than two hours from the italian border, my Italian is not good enough to write directly in your beautiful language. I want to thank you for your work. I wrote this book because I deeply believe that big corporations as The Coca-Cola Company has strong effects on our life. Before to write this book, I published several ones on the JFK assassination, The Dominici Affaire and even the mafia. Believe me or not, trying to find the real Coca-Cola story was tougher.
I hope that you will enjoy the book and I will try to check your blog frequently to see if you have any questions for me.
Grazzie Mile,
William Reymond
www.williamreymond.com
Scritto da William Reymod, il 21 Novembre, 2006 at 15:00