La dieta CiOdue

Per preparare la mia presentazione su Agricoltura,alimentazione impatto ambientale, ho passato gli ultimi giorni a riflettere su food miles, emissioni di anidride carbonica, carbon label, carbon footprint, water footprint e classifiche di alimenti da quelli a maggiori o minori emissioni di anidride carbonica nell’ambiente. Non abbiamo dati su tutte le classi di alimenti (esempio bevande analcoliche, oli) ma si hanno cifre sui cereali utilizzati per produrre mangimi impiegati in zootecnia, su alcuni tipi di carne, frutta, ortaggi e bevande alcoliche. Proprio cercando cifre su cui ragionare, mi sono imbattuta nel sito ecodieta.it. Il sito è on line da qualche giorno e si legge che sarà possibile sapere quante emissioni di anidride carbonica sono legate ad ogni azione quotidiana. C’è anche una sezione dedicata agli alimenti.

100 g di pane corrispondono a 0,01 kg di anidride carbonica

10og di verdura locale = 0,03 kg come la frutta locale.

100 g di ciliegie nazionali 0,01 kg che salgono a 1,76 kg se provengono dall’Argentina

100g di Ananas (Via aerea dal Kenia) 0,76 kg

100g di Carne bovina locale 1,58 kg

100g di carne Angus 1,90 kg

100g di Carne argentina 2,34 kg

I calcoli sono stati fatti riferendosi a fattori di conversione elaborati da diverse istituzioni europee e dalla società di consulenze Azzeroco2

Numeri da prendere assolutamente con le pinze, sappiamo infatti che le emissioni di anidride carbonica calcolate solo sulla base dei food miles non sono un indice attendibile di sostenibilità ambientale. I mezzi di trasporto ovviamente hanno un impatto diverso (treno, container refrigerati oppure no, aereo). Nella valutazione complessiva dell’impatto ambientale dei prodotti vegetali, sono importanti inoltre anche il tipo di coltivazione, i trattamenti con fertilizzanti o pesticidi, le tecnologie impiegate per conservare, concentrare,e il packaging.

Tra le fonti bibliografiche, vi suggerisco questa: “Cooking up a storm. Food, greenhouse gas emissions and our changing climate” di Tara Garnett del Food Climate Research Network Centre for Environmental Strategy, University of Surrey (September 2008)

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30 commenti on “La dieta CiOdue”

  1. Grissino scrive:

    E’ un conteggio che va di moda ma francamente lo trovo senza senso per gli alimenti.

  2. gianna scrive:

    Alessandro, anche in Austria si parla di menu’ a Km 0?

  3. Stefania scrive:

    Sai, Grissino, perche’ ti pare senza senso? perche’ in Italia siamo generalmente abituati a mangiare prodotti locali (prodotti in Italia) e non ci siamo posti tanti dubbi. In altri paesi invece da tanti anni e’ normalissimo mangiare alimenti che potrebbero essere prodotti localmente e in stagione e invece sono importati da altri paesi. La ragione per cui si sta cercando di dare un assestamento delle emissioni e’ proprio perche’ ci si e’ resi conto che la situazione in molti paesi e’ completamente fuori controllo. Vi faccio un esempio: in Scozia gli scampi vengono prodotti e poi spediti in Asia per essere puliti e messi in confezione, poi rispediti indietro in Scozia per il mercato locale. Ha senso? Inoltre ad un certo punto ci si e’ posti la domanda classica ‘ma insomma, quale e’ il settore che incide di piu’ con le emissioni?’ e ovviamente nel conteggio bisognava considerare un po’ tutti i settori, non solo le fabbriche o le macchinone etc. Ci si e’ resi conto cosi’ anche dell’enorme impatto che pure il settore alimentare ha in questo senso. Considera anche che quando viene conteggiato il prodotto, viene considerato anche il confezionamento! qui in UK nei supermercati la stragrande maggioranza di prodotti anche freschi viene venduta in vassoietti di plastica, e NON esistono le buste reciclabili di carta paglia come si trovano nelle botteghe in Italia. Solo da qualche mese hanno iniziato a far pagare i consumatori per le buste di plastica proprio per incoraggiarli ad usare carrellinin o buste proprie.

    Gianna, interessante, vero, il lavoro di Tara? E’ molto accurata e quello che mi ha colpito anche quando e’ venuta a parlarci e’ stata la sua apertura mentale, il fatto di mettere in discussione tante cose che uno magari non riterrebbe importanti….

  4. gianna ferretti scrive:

    @Stefania, ho stampato alcuni capitoli del dossier di Tara, davvero interessante, ovviamente su carta riciclata per risparmiare le emissioni di Co2. :-D

    Da noi si pagano già da tempo le buste di plastica.

    Ho proposto all’organizzatore del convegno di riflettere sull’opportunità di neutralizzare le emissioni di Co2 nei prossimi convegni. Sapete quanto costa 1 credito di emissione pari a 31 kg di anidride carbonica? 35 €!!! letto su AzzeroC02

  5. Mah… come sai Gianna io sono estremamente scettico riguardo al km0 e a questi calcoli di emissioni. Anche ammesso che i numeri siano in qualche modo significativi (da prendere con le pinze, come dici tu), il punto debole di questi discorsi (escludendo assurdità come quella degli scampi scozzesi citati da Stefania) è che spesso non effettuano un analisi costi/benefici, ma tengono conto solo dei costi.

    Rimango dell’idea che, specialmente per molti paesi poveri, il commercio (a chilometri-quanti-ne-servono) sia l’unico modo per affrancarsi dalla povertà, e che esista un “obbligo morale a mangiare fragole africane in inverno”, come dice Oxfam http://www.oxfordenergy.org/pdfs/comment_1007-1.pdf

    http://www.oxfam.org.uk/applications/blogs/pressoffice/?p=1061

  6. Stefania scrive:

    @Gianna ;-) per la carta riciclata … qui ci sarebbe una bella nicchia perche’ non si trova questo materiale per uso alimentare….

    Riparliamone con calma di questo argomento, ho diverse cose che mi sono state mandate di recentissimo, non le ho ancora lette. E poi nei prox giorni magari riprendiamo l’argomento acquacoltura visto che continua a destare molta curiosita’ (vd post sul pangasio)….

  7. Stefania scrive:

    Attenzione a non cadere nella confusione. il primo paper citato (oxfordenergy etc) e’ un’analisi dei marchi ‘etici’ usati dall’industria per il marketing dei propri prodotti, e fa un’analisi di come l’industria si ‘adatti’ (diciamo cosi’) a proprio vantaggio e faccia uso di queste idee per attrarre i propri consumatori. Infatti il marchietto con l’aereo e’ usato da Marks & Spencer per distinguere il pesce proveniente dall’Asia (tonno e pescespada tipicamente) da quello pescato localmente e gli altri loghi colorati sono usati appunto per commercializzare il ‘fair labelling’ e far fare quel tipo di scelta al consumatore. Il secondo paper parla proprio della eccessiva esemplificazione del concetto di food miles che viene sbandierata alla fine della catena alimentare: al consumatore, insomma. Gli si dice che quel prodotto x ha viaggiato tot miglia ma non gli si dice come e’ stato prodotto e quali altre emissioni sono state causate durante la catena alimentare (ad es. il vassoietto di plastica dove viene tipicamente venduto). Questo spiega come tali esemplificazioni siano controproduttive perche’ riducono il dibattito che e’ ancora ampiamente in corso. E’ la stessa cosa del ‘biologico’ – OK siamo per il biologico, ma ha senso il biologico importato da oltreoceano? e’ una vera contraddizione, eppure molti consumatori non pensano a queste differenze quando comprano biologico fuori stagione dal Cile. L’esempio dei gamberetti fatto sopra non e’ un’assurdita’ – rappresenta la catena alimentare che poi fornisce i gamberi surgelati, quelli che poi si comprano in busta al supermercato. Comunque se ce la faccio ne parliamo meglio in un altro post.

  8. stefania: non intendevo che tu avessi detto una assurdita’, ma che e’ una assurdita’ che i gamberi vengano spediti in giro per il mondo per poi ritornare all’origine.

    Il mio punto e’ che, anche una volta informato sulle emissioni correlate alle fragole importate, o all’uva dal cile etc., continuo a sostenere che si debba fare un analisi costi/benefici, e i benefici in questo caso vanno a paesi che hanno bisogno di commerciare, da qui il titolo provocatorio dell’obbligo morale del mangiare fragole africane a Natale

    Per fare un caso meno estremo ma che mostra come un’analisi costi/benefici (e non solo i costi) sia sensata e necessaria: tutti dicono che aumentando il consumo di frutta si prevengono malattie etc. Malattie che hanno un ovvio costo sociale, oltre che personale.
    Ora prendi il caso della gran bretagna, che e’ una importatrice netta di frutta, e il cui consumo pro capite e’ sotto i livelli suggeriti. Ora, se aumentano il consumo di frutta, aumentera’ necessariamente anche l’emissione di CO2. Sara’ anche vero che non sempre devi farla venire dal cile, ma comunque non verra’ di certo prodotta nel kent tutto l’anno ;-)
    Le emissioni aumentano, ma contestualmente diminuiscono le patologie e i costi sociali. Dov’e’ il punto di equilibrio? A me pare che i messaggi confusi che arrivano al cittadino sul km0 (quando non sono puramente protezionistici, come nel caso di coldiretti) semplificano troppo.

    Dario

  9. Mammafelice scrive:

    Anche io sono d’accordo con gianna! I calcoli sono sempre da prendere con le pinze (molte le variabili e sempre un po’ arbitrari i criteri), ma che il nostro cibo, OGGI, abbia un impatto ecologico è ormai evidente. Insomma, consumare (e cosa più del CIBO, anche simbolicamente?) è anche una scelta politica.
    Bellissimo “Il dilemma dell’onnivoro”, ho scoperto cose sul mais che non avrei mai detto! E la politica, appunto, quanto influenza ciò che mangiamo?

  10. Stefania scrive:

    Le nuove politiche stanno andando oltre il tuo ragionamento, Dario. Perche’ si e’ capito che il rapporto costo/beneficio non e’ sufficiente. Si e’ capito che le comunita’ locali non ci guadagnano molto, che la loro economia non e’ migliorata grazie a queste introduzioni tecno-alimentari, che anzi in diversi casi hanno portato all’impoverimento. Ti faccio un esempio che poi magari riprenderemo con il discorso acquacoltura. L’introduzione dei vivai in Asia ha danneggiato l’ambiente e ha impoverito o annientato le comunita’ locali di pescatori – questo e’ successo sopratutto in posti tipo Bangladesh; eppure lo si e’ fatto per creare ‘opportunita’ di lavoro e commercio! Il fatto di spedire fragole dall’Africa o calamari dalla Nuova Zelanda puo’ aiutare (il distributore di) quelle regioni, ma quante altre ne danneggia con le esternalita’ che l’industria non paga? Parli di costi sociali, ma quali esattamente? perche’ le malattie cardiovascolari continuano ad essere la maggiore causa di morte nelle societa’ occidentale, anche se e’ dagli anni 70 che ci si sgola a promuovere una dieta ricca di frutta e verdura. E anche se certi costi sociali sono scesi, e’ anche vero che altri sono in ascesa.

    Ci si chiede quindi ora la seguente domanda :’perche’ devo far produrre qualcosa che non e’ tipico in una terra che si potrebbe utilizzare meglio per altro.’ Inoltre, quelle mele prodotte in luoghi lontani, vengono colte mesi prima e fatte maturare artificialmente come sappiamo – il loro valore nutritivo e’ scarso, non si confronta con un frutto che viene fatto maturare attaccato alla pianta. Ora chiaramente qui in UK si continua ad importare da luoghi lontani perche’ non c’e’ a sufficienza localmente e in qualche modo bisogna fare! giustissimo… ma allo stesso tempo si guardano altre opportunita’, altri modi, altre prospettive, che ora piu’ che mai tengano presente il criterio della sostenibilita’ ambiente-salute-economia-societa’. Sono i 4 aspetti imprescindibili sui cui si stanno muovendo i governi, tant’e’ che ogni nazione ha messo su una commissione per la sostenibilita’ (almeno sulle carte cosi’ risulta). Ma, ripeto, e’ tutto ancora in fase di dibattito, di discussione aperta fra tutte le parti interessate.

    E poi hai ragione, i messaggi confusi arrivano e proprio dai media, dalle campagne eccessivamente esemplificate (per questo come per tanti altri argomenti, obesita’ ad es.), dall’industria, che come dicevo prima si ‘aggancia’ a queste idee di fair trade e fair labelling solo ed esclusivamente a vantaggio proprio. E il cittadino, che fa parte di quel terzo ‘vertice’ del triangolo che rappresenta stato-industria -societa’ civile, lungo il quale il settore alimentare interagisce, ne esce piu’ che mai confuso.
    Sui gamberi volevo dire che non e’ un’assurdita’ perche’ e’ – purtroppo, incredibilmente – diventata normale consuetudine all’interno della filiera.

  11. Stefania: ma guarda che la frutta che arriva dal Cile, dalla nuova zelanda etc, essendo nell’emisfero sud è raccolta quando è “di stagione”. E infatti spesso e’ ottima. E’ da noi che le mele vengono stipate per mesi e mesi (con consumi energetici) e fatte maturare a comando con l’etilene

    Sul discorso “produrre qualcosa che non è tipico” non sono per nulla d’accordo. se pensi a dove ora si produce cacao, caffe, banane etc, che non sono i posti originari, o, nel nostro caso, i kiwi (l’italia è il primo produttore, non la nuova zelanda)i pomodori etc.. vedi che è un discorso che non ha senso.

  12. Stefania scrive:

    Dario: ti sbagli sui tempi. Anche se e’ di stagione viene colta molto tempo prima. Ti riassumo la catena di raccolta della banana, da Food Wars (Lang and Heasman)

    - dal campo all’impacchettamento 3 h
    - dal packhouse alla nave 11 h
    - viaggio per Zeebrugge 13 giorni
    - trasporto e stoccaggio in Kent, UK 12 h
    - consegna e stoccaggio presso il magazzino del supermercato 12 h
    - consegna al negozio 1-2 h
    - vita massima sugli scaffali dei negozi 2 giorni

    sempre per quanto riguarda il caso delle banane, che nel 2003 divennero una fonte preziosa di guadagno per i supermercati qui in UK, perche’ commercializzato come prodotto salutare e dai margini vantaggiosi – al punto di consumo. Per ogni sterlina del prezzo di vendita delle banane provenienti dall’Ecuador, l’operaio riceve 1.5 pence, il proprietario della piantagione ne riceve 10, la compagnia che distribuisce 31 pence (di queste la tariffa EU e’ di 5 pence), il ‘ripener’ (il maturatore)/ distributore riceve 17 pence, e il prezzo al dettaglio finale e’ 40 pence. I calcoli si riferiscono a qualche anno fa ma penso siano ancora abbastanza vicini, visto che il fair trade qui in UK si e’ consolidato solo nell’ultimo anno.

  13. Gianna Ferretti scrive:

    In questa stagione nelle regioni del Sud maturano gli agrumi, ma nei supermercati siciliani arrivano arance spagnole o dal SudAfrica. http://corvigo.blogspot.com/

  14. Stefania: la banana e’ un caso a parte perche’ viene raccolta SEMPRE quando e’ verde e stoccata, e trattata con etilene, tanto e’ vero che la trovi tutto l’anno nei supermercati.

    Io mi riferisco alla frutta fresca, come l’uva del cile, o le fragole africane. E persino i fiori freschi recisi (ne aveva parlato meristemi un po’ di tempo fa): raggiungono i punti vendita nel giro di pochi giorni dal raccolto.

    Le banane sono un frutto climaterico, uva e fragole sono non-climaterici e quindi non vengono stoccati, e cosi’ ciliege, lamponi, mirtilli e tanti altri

  15. Stefania scrive:

    Insisto, lo stesso succede anche con altri frutti, tant’e’ che un retailer famoso qui in UK da anni ha lanciato una linea di frutta fresca chiamandola ‘perfectly ripe’ , ovvero frutta lasciata a maturare sino all’ultimo, e che viene – ovviamente – venduta a prezzo maggiore. Il distributore arriva a decidere perfino l’ora di raccolta; qui in UK venne apertamente raccontato da diversi produttori come il buyer esigesse il raccolto entro le 10.30 am anziche’ la sera, il che ha portato a modificare l’intera catena di fornitura, riflettendosi anche sulla qualita’ del prodotto, che deve necessariamente essere colto anche se non e’ al 100% proprio per garantire quel volume di fornitura concordato. Leggiti Blythman, Lang, etc etc

  16. Scusa la piccola critica, Stefania, ma spesso i tuoi interventi sono costruiti solamente con un’ottica “economica e logistica” (e anche un po’ troppo uk-centrici ;-) ). Pero’ non si puo’ prescindere, se si discute di cibo, dall’avere un minimo di conoscenze di chimica e biologia perche’ altrimenti rischi di interpretare tutto in modo errato. La conosci la differenza tra frutti climaterici e non climaterici? Se la conosci dovresti capire la differenza tra il modo di trattare una banana e quello di trattare una fragola, anche dal punto di vista economico e logistico (aspetti che dipendono necessariamente dalle proprieta’ biologiche dei frutti in questione)

  17. gianna ferretti scrive:

    @Dario. credo che le conoscenze acquisite fino ad oggi sul ciclo vegetativo di frutta di interesse commerciale,i dati sulla fisiologia vegetale siano tali da permettere oggi di ritardare la maturazione e prolungare lo stoccaggio anche di frutta non-climaterica (fragole, mirtilli ecc..). Stoccaggi che possono durare settimane o mesi dopo il raccolto, non solo per le mele ecc.

    Aggiungo che mi riesce difficile credere che le mele -solo da noi- siano stoccate e fatte maturare a comando.

  18. Gianna: certo che no, visto che le mele ormai ovunque le trovi tutto l’anno e sono quindi stoccate per la maggior parte del tempo. Tuttavia se le acquisti quando nell’emisfero sud e’ la stagione “giusta” e da noi quella “sbagliata” sono piu’ fresche e non stoccate, o stoccate per un periodo molto breve rispetto invece al nostro :-)

  19. aggiungo, ad esempio, che con i kiwi funziona cosi’, ma al “contrario” ;-) visto che l’italia e’ dalla parte “sbagliata” degli emisferi rispetto alla nuova zelanda, e quindi ci spartiamo il mercato mondiale (l’italia e’ un grande produttore) a stagioni alterne :)

    Pero’, guarda caso, le organizzazioni che tuonano contro le emissioni e tessono lodi al km0 (vedi slowfood, o coldiretti) non criticano minimamente le *nostre* esportazioni (di kiwi, di vino etc…) come se ci fosse una qualche differenza, dal punto di vista delle emissioni, tra i cattivi cileni che portano la loro uva sui nostri mercati e i buoni italiani invece che portano i nostri kiwi in cile

  20. gianna ferretti scrive:

    Dei Kiwi e della posizione italiana nella coltivazione di questo frutto avevo già scritto

    Cosa penseranno all’ICE dei food miles?

    Comunque per non parlare solo di settore agroalimentare, sul sito Nature.org c’è una proposta ambientalista, abolire o ridurre i “meeting travels” anche degli stessi climatologi da sostituire con video-conferenze :-D

  21. Elena scrive:

    Vengo da una regione (il Veneto) che punta molto alla promozione dell’acquisto di prodotti a “km zero” e anche nei capitolati delle mense scolastiche viene talvolta indicato come parametro di selezione…addirittura abbiamo tutta una serie di ristoranti appunto detti a “km zero”…io trovo questa svolta molto importante perchè sicuramente supporta le piccole realtà che ci circondano ma danno anche valore aggiunto al perpetuarsi di prodotti che rischiano effettivamente di sparire…personalmente faccio la spesa dal fruttivendolo e quindi non mi è mai capitato di vedere l’uva cilena o altri prodotti che vengono così da lontano…nel caso li vedessi non li acquisterei…ma la domanda che pongo è…perchè dobbiamo necessariamente mangiare mele d’estate o fragole e pomodori d’inverno? Vogliamo “accontentarci” di ciò che la natura e il nostro territorio ci dà in quel particolare periodo (come accadeva in passato)?

  22. Stefania scrive:

    ma e’ OVVIO che ai produttori non interessino le emissioni emesse dai ns kiwi in giro per il Cile (o dov’e’ che vengano esportati… sinceramente non ho idea della filiera dei kiwi italiani e di dove vada a finire). Il produttore o il distributore curano i loro interessi, salvo naturalmente a utilizzare l’idea di eco-etichettatura quando va bene a loro! E’ da SEMPRE che fanno cosi’ – ci siamo dimenticati dei messaggi salutistici di mangiare questo o quello perche’ ha Omega3 o palle varie!? e qui torniamo al senso del discorso del paper di oxfordenergy – come l’industria (che comprende produttori, distributori, processori etc etc etc ) sappia cogliere certe idee e usarle a proprio vantaggio!

  23. Gianna Ferretti scrive:

    Sebbene si riconosca che il termine “food miles” non possa essere preso come unico indice di sostenibilità ambientale, la proposta dei menu’ a Km 0 ha di certo avuto un effetto positivo: far riflettere i consumatori piu’ sensibili, sulle filiere produttive.

    In questo articolo su AgriEuropa leggo della decisione della Soil Association,l’associazione britannica del biologico più antica e rappresentativa, di non concedere il logo a merce biologica trasportata via aereo. Inoltre si cita un articolo dell’Economist (2006) che afferma come “il prodotto locale è il nuovo biologico”

  24. Stefania scrive:

    @Gianna – si, infatti, sai da quanto tempo si discute sulla sola definizione di ‘locale’ – cosa e’ il prodotto locale? quello prodotto entro il raggio di tot km? quello prodotto nella regione? nello stato? in EU? e sul senso che puo’ avere ‘biologico’ quando arriva da oltreoceano e segue le stesse pratiche della distribuzione massificata? La Soil Association ha anche finanziato una ricerca dei miei prof. Barling e Lang (quindi il centro di Politiche Alimentari di City University) sulla situazione della sicurezza alimentare. L’ho ricevuta l’altro giorno… ti interessa?

  25. Gianna Ferretti scrive:

    @stefania, certo che mi interessa e sono certa che anche altri vorrebbero leggere i dati di questa ricerca.

  26. Grissino scrive:

    @Stefania: ho capito, grazie, sei illuminante come al solito! :-)
    @Gianna: noooo, che, scherzi? Un mio prof di tedesco diceva che l’hobby principale dei viennesi é MANGIARE quindi al massimo piú che ai menú a Km. 0, danno la caccia al meglio che c’é in giro. E siccome i prodotti austriaci sono ben pubblicizzati, molte volte la gente compra cose di qui o di posti vicini (Ungheria). Ovviamente non mancano le cose pazzesche tipo le castagne importate dalla Cina (sigh), l’aglio dall’Argentina o dalla Cina e cose del genere. Ma normalmente, appena possono, i supermercati sbandierano le specialitá di qui.

  27. Stefania scrive:

    @Grissino – ma in effetti se non vado errando (puoi magari confermarcelo tu stesso) l’intera area (con Germania in testa) si sta distinguendo per i prodotti di qualita’, sopratutto per il biologico, no? ad es. so che in molti alberghi a colazione ti servono addirittura i cereali interi (di buona qualita’) che ti puoi macinare tu a tua scelta sul momento…

  28. Stefania scrive:

    @Gianna – intanto inserisco qui un breve commento di Lang, a proposito del concetto di food miles – e’ tratto dalla trascrizione di una tavola rotonda pubblicata insieme ad altre cose in un inserto di New Statesman, che ho in versione elettronica se dovesse interessare per intero (ci sono diversi articoli).

    Tim Lang – I invented the term “food miles”, so I know it is a poor proxy for the complexity of others, but I
    invented it to try to appeal to the public to start thinking about where their food comes from, to
    reinvigorate and reinvent what is meant by “choosing at the point of consumption”.
    The parallel between public health and climate change is about the cost externalisation of public
    health. Food is too cheap. Fat is too cheap. Salty, processed, prepackaged food is too cheap. The costs of public health are externalised into the NHS, so food has come down in price by 30 per cent since 1950.
    The challenge is about reinternalising the costs that are currently externalised. That is a major challenge
    for public health and for climate change. It is all about how much we are prepared to pay for our values.

  29. Stefania scrive:

    vero. pero’ intanto stanno pure imparando a farsi queste cose da soli – ad es. in Galles stanno facendo l’agnello insaccato. Ti ho detto che l’azienda da cui mi rifornisco di manzo mi ha chiesto di passar loro una fotocopia dei tagli che si fanno in Italia, in modo da passarla al loro macellaio (loro non macellano)? solo perche’ nella loro zona non c’era nessuno che li sapesse piu’ fare. Ma ancora spetta molto all’iniziativa personale – anche per il produttore – cercare di portare avanti certi cambiamenti, in molti casi prendendosi pure la briga di rieducare il cliente sul come cucinare quel certo taglio etc.


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