Professione gastro-photoreporter: mangiare ad alta quota

Nuova puntata di Mangiare ad alta quota. Riordinando mails e etichette varie archiviate, ho ritrovato l’immagine dell’ingredientistica del panino offerto sul volo Hurgada Verona (Meridiana Eurofly). Grazie alla lettrice Tullia!
Notato l’alfa amilasi tra gli agenti miglioratori della farina? è l’enzima di cui ho scritto qualche giorno fa.


Avena e betaglucani. I pareri discordi dell’EFSA e dell’Antitrust

Cosa hanno in comune OatWell, e Pasta Riso Scotti ai betaglucani? la presenza di avena come fonte di betaglucani appunto.

L’Autorità Antitrust a cui sono state segnalate le presunte proprietà della pasta Scotti di “ridurre” il colesterolo” ha giudicato non corretto il messaggio dell’azienda. Nella sentenza N. 21851 del 01/12/2010, troviamo scritto che «all’alimento reclamizzato non possono essere attribuite le caratteristiche salutistiche vantate».
L’Antitrust ha motivato la condanna riportando un parere tecnico dell’Efsa secondo cui il regolare consumo di betaglucani, contribuirebbe a «mantenere le normali concentrazioni di colesterolo nel sangue», non a ridurlo.

La Pastariso Scotti contiene farina di riso, fibra di orzo con betaglucani (7%), gemma di riso 2%, mono e digliceridi degli acidi grassi. La quantità di betaglucani forniti dalla PastaRiso è inferiore a quella stabilita dalla comunità scientifica in relazione al controllo del colesterolo ( per la precisione 3g). Per questi motivi, la campagna stampa dell’azienda, è stata considerata come “pratica commerciale scorretta“.

Al contrario, credo proprio che si festeggi da alcuni giorni alla Creanutrition, azienda associata alla Swedish Oat Fiber (SOF) perchè sulla base della letteratura scientifica allegata alla pratica sottoposta al giudizio degli esperti EFSA, il claim salutistico di OatWell® “riduce il colesterolo,” “oat beta-glucan can actively lower/reduce blood LDL and total cholesterol” è stato considerato corretto dall”EFSA (EFSA Journal 2010, 8,12). OatWell® viene proposto in due versioni contenenti rispettivamente il 22% o 28% di betaglucani.

Sul sito della Creanutrition, sono mostrate anche altre approvazioni del claim salutistico. Prima dell’EFSA si sono espressi a favore del claim anche la FDA nel 1997, la Swedish Code of Practice nel 2001 e la francese AFSSA nel 2008. Una porzione di 50g di cereali contenenti OatWell apporta da 0.75 g a 1.50 g di ß-glucani.

Il sito internet offre una vasta bibliografia da consultare, tutta sugli effetti dell’oat Bran sui livelli plasmatici di colesterolo e colesterolo-LDL. Illustrati con utili grafici e immagini i meccanismi molecolari coinvolti. Non mancano dati sulle proprietà fisiche di OatWell e sulle sue numerose applicazioni alimentari. Il sito internet di CreaNutrition offre un buon esempio di come dovrebbero proporre le proprietà salutistiche le aziende che si candidano a vedere approvati dall’EFSA i claims che riguardano la salute.
Se vogliamo fare un confronto, questo pdf è l’unico documento allegato al sito di Riso Scotti per trattare gli effetti fisiologici dei beta-glucani.

Fonti:
- Scientific Opinion on the substantiation of a health claim related to oat beta-glucan and lowering blood cholesterol and reduced risk of (coronary) heart disease pursuant to Article 14 of Regulation (EC) No 1924/2006
(pdf)


Alfa amilasi. Una storia di farina, lieviti, enzimi e indici di qualità delle farine

Tra gli ingredienti di un Buondì, ho trovato l’alfa amilasi. Di cosa si tratta? di un enzima che idrolizza l’amido, ne abbiamo già parlato. Perché si trova tra gli ingredienti di un prodotto da forno? Questa è una storia di farina, lieviti, enzimi e di indici di qualità delle farine come l’indice di Caduta di Hagberg (FN,Falling Number).

L’impasto di base per preparare pane, biscotti, pasta e merendine consiste in farina, acqua, lievito, sale, zucchero e grassi. La farina contiene principalmente amido, proteine, zuccheri e grassi. I lieviti iniziando a fermentare gli zuccheri, producono alcool e anidride carbonica e queste modificazioni composizionali provocano l’aumento del volume dell’impasto. Durante la lievitazione si forma anche il glutine grazie alle interazioni che si creano tra le proteine presenti. Tutto qui? A quanto pare c’è dell’altro e nella panificazione sia a livello industriale che artigianale, o nella produzione di altri prodotti da forno, è anche una questione di enzimi.

Una lunga fermentazione permette ai lieviti di scindere l’amido in zuccheri, l’ alfa amilasi è un enzima che idrolizzando l’amido, produce maltodestrine e zuccheri semplici che vengono utilizzati dai lieviti per la fermentazione. Un obiettivo quindi dell’aggiunta dell’alfa amilasi è quella di accelerare la lievitazione.
Altri enzimi possono essere impiegati, basta dare uno sguardo ai numerosi studi che hanno investigato l’effetto dell’amilasi e di altri enzimi sulle proprietà organolettiche dei prodotti da forno e alle proposte di varie ditte che distribuiscono lipasi, xilanasi, proteasi e alfa amilasi. Tutti gli enzimi proposti ai panificatori direttamente o indirettamente modificano la composizione della farina,dell’impasto, del network del glutine che si forma durante la lievitazione e modificano la qualità del pane e altri prodotti.

Sull’alfa amilasi c’è altro da dire, è proprio valutando l’attività dell’enzima che si può analizzare la qualità della farina. Ho imparato diverse cose preparando queste righe. Ho letto che l’ enzima alfa amilasi è quindi incluso tra gli agenti che migliorano la lievitazione del pane e si colloca tra i bread improvers e tra gli “agenti di trattamento della farina”.

Ho imparato anche che l’ enzima alfa-amilasi è presente negli strati esterni del germe di grano. Pioggia,condizioni meterologiche avverse durante il raccolto possono causare danni al frumento e provocare il germogliamento dei chicchi. Quando avviene la germinazione, l’enzima contenuto nel chicco, entra in attività. Anche una piccola percentuale di grano germogliato (5%) può danneggiare la qualità della farina. Il parametro che può essere valutato per analizzare questi aspetti è il “Falling number, FN” (indice di caduta).

Qualche valore del FALLING NUMBER (FN, indice di caduta) :

FN > 300 attivita’ alfa amilasica molto debole

200 < FN < 250 attivita’ “normale”

FN < 200 attivita’ molto elevata

La farina è venduta con l’indicazione del “Falling number”. In sintesi se una farina ha una bassa attività, si può mescolare con altre ad attività maggiore in modo da ottenere una farina che abbia determinate caratteristiche. La quantità di enzima presente ha infatti un impatto diretto sulla qualità del pane prodotto. Le immagini che ho trovato sono eloquenti:

-I valori ottimali di FN per la panificazione sono compresi fra 200 e 250.

-Più alto è il FN, minore è l’attività alfa-amilasica della farina. Valori di FN maggiori di 300 indicano una attività alfa amilasica debole e si può intervenire aggiungendo malto o farine maltate, per incrementare l’attività enzimatica.

-Valori di FN inferiori a 200 sono tipici di attività alfa amilasica elevata e l’impasto di panificazione potrebbe risultare molle e appiccicoso.

Come si ottiene l’enzima?
l’ alfa amilasi è un prodotto biotecnologico ottenuto da colture fungine (es. dal fungo Aspergillus oryzae), o batteriche come il “Bacillus subtilis.”
La Novozymes è tra le aziende piu’ attive nel proporre enzimi da impiegare in vari settori. Esistono anche alfa amilasi che rallentano la retrogradazione dell’amido (anti-staling alpha mylase), e quindi aumentano la shelf-life dei prodotti.

Alcuni studi recenti hanno dimostrato che l’enzima potrebbe essere responsabile di allergie e di asma occupazionale nei lavoratori.

Fonti:

- Parametri delle farine

- Enzimi-e-biotecnologie-nella-vita-quotidiana-farine-e-amido-idrolizzato-enzimaticamente

- Amylase

- Practically edible.com

-Exposure to inhalable dust, wheat flour and alpha-amylase allergens in industrial and traditional bakeries. Ann Occup Hyg. 2004 Jan;48(1):57-63.


10 cose che gli italiani non vorrebbero trovare sulle etichette dei prodotti alimentari quando le leggono

Ispirata da Il fatto alimentare, rilancio l’elenco delle cose che gli italiani non vorrebbero trovare sulle etichette dei prodotti alimentari:

1- La lista degli ingredienti tradotta in 11 lingue e scritta con caratteri tipografici microscopici

2- Cifre incomprensibili sulla superficie di lattine e scatolame vario. Alzi la mano chi sa decifrare questa appena letta su una scatola di biscotti: L05020 082000

3- Il termine “aromi” che non informa affatto sulla provenienza dei composti usati come aromatizzanti.

4- La scritta “olio vegetale” o “grasso vegetale“, senza indicare il tipo di olio o la miscela di oli impiegati.

5- La scritta in evidenza “solo grassi vegetali” per scoprire poi che tra gli ingredienti ci sono i “grassi idrogenati.

6 – Foto enormi dei prodotti che occupano la maggior parte dello spazio frontale relegando le scritte piu’ utili sui bordi laterali, in corrispondenza delle pieghe o addirittura in basso.

7 -Il numero 80 indicativo dello stato italiano nel codice a barre in un prodotto fabbricato in Spagna.

8- Le tabelle nutrizionali dei cereali per la prima colazione, con un elenco di 16 componenti affiancati da 38 valori numerici e 14 percentuali

9 – Gli snack salati a forma di patatine che anziché 3 ingredienti (patate, olio e sale) ne contengono un numero variabile da 19 a 30.

10 – Pubblicità ed etichette fuorvianti, come queste o queste.

E adesso tocca a voi…cosa aggiungiamo?


My friend Boo. Changing children’s behaviour through fun and games

C’ eravamano lasciati con Mr Fruitness, testimonial della campagna promozionale per promuovere il consumo di frutta nei giovani consumatori europei. Nuovi cartoon in arrivo. Cosa accomunano Turchia, Macedonia, Serbia, Kosovo, Irlanda,Olanda, Belgio, Slovacchia, Repubblica Ceca e Romania? Un canale Tv in ognuno degli stati trasmetterà a breve i cartoni animati creati nell’ambito del Progetto “Changing children’s behaviour through fun and games” supportato dall’Intelligent Energy – Europe (IEE) . La presentazione della serie che si occuperà anche di obesità infantile è avvenuta il mese scorso a Bruxelles in occasione del 20° incontro dell’ECOG, il gruppo europeo sull’obesità infantile.

Il nuovo progettoMy friend Boo si rivolge a bambini dai 5 agli 8 anni. L’obiettivo è condivisibile, avvicinare i piu’ piccoli a temi come l’ambiente, lo stile di vita, la tutela della risorsa acqua, temi energetici e trasporti per un totale di nove episodi. I protagonisti sono tre bambini (Ben, Jaq e Lucy) accompagnati da Boo, il loro cane magico. Boo accompagnerà i tre bambini in una serie di avventure che nel caso dei tre episodi sull’obesità faranno loro scoprire l’importanza della prima colazione, il valore di una merenda sana, l’importanza dello svolgere attività sportive ed esercizio fisico.

Il progetto “My friend Boo” ha ricevuto finanziamenti da tre distinti programmi comunitari per ognuno dei tre temi trattati. E ora veniamo ai costi: leggo che la parte sull’obesità è stata finanziata dal programma Health della Direzione Generale Sanità e protezione dei consumatori della Commissione europea con circa 220 mila euro, corrispondenti al 60% del totale dei costi. Il resto della quota è stato fornito dai vari partner raccolti attorno al progetto. Io di fronte a queste cifre resto basita, ma non ho idea dei costi di queste produzioni. Sul sito my friend boo troverete anche materiale didattico riservato a insegnanti e genitori.

Sono perplessa sul fatto che in ogni stato sia concessa l’esclusiva ad uno solo canale Tv. In Italia sembra che non siano stati raggiunti accordi per la messa in onda.
Per altre informazioni si può visitare il sito EcoAnimation project (LIFE07 INF/UK/000950)

Ecco uno degli episodi. Come vi sembra?

Fonti:

- EcoAnimation project

- my friend boo

- Screenwatch

- genitori.it


Flabel. Lo studio sull'atteggiamento dei consumatori europei e sulla etichettatura alimentare e nutrizionale

Che atteggiamento hanno i consumatori europei davanti ad una etichetta alimentare?

Quale attenzione riservano alla lettura degli ingredienti?

Le informazioni nutrizionali sul packaging influenzano le scelte alimentari?

Quanto l’informazione nutrizionale è effettivamente accessibile sulle confezioni alimentari in Europa?

Alcune risposte a queste domande ci arriveranno da FLABEL (Labelling to Advance Better Education for Life), un progetto di ricerca finanziato dall’UE con 2.8 milioni di euro. Visto che da queste parti si parla spesso di etichette alimentari, si seguirà attentamente l’evolvere del progetto.

La prima fase ha riguardato la valutazione di quanto i consumatori sono esposti alle etichette nutrizionali in tutti i 27 Stati Membri dell’UE e la Turchia. Dati precedenti mostravano differenze notevoli tra i paesi sia nel tipo che nell’estensione delle informazioni. In ognuno dei 28 paesi, il FLABEL è stato condotto su tre tipologie di rivenditori per coprire un’ampia gamma di produttori. Per l’Italia l’indagine è stata condotta a Roma, presso il Carrefour, Ipercoop, Dico.

Sono state prese in considerazione cinque categorie di prodotti: 1) biscotti dolci, 2) cereali da colazione, 3) piatti pronti congelati pre-confezionati, 4) bevande analcoliche frizzanti, e 5) yoghurt.

Avete mai pensato che la posizione delle informazioni sia rilevante? sembra di sì. Tra gli obiettivi del progetto registrare:

- le posizioni delle informazioni nutrizionali presenti sulla confezione (fronte della confezione, FOP, front-of-pack ) rispetto a retro della confezione (BOP, back-of-pack ),

-raccogliere informazioni sul formato con cui vengono presentati i dati nutrizionali (ad es. tabella ), quali dati vengono indicati (nutrienti, calorie) e se sono presenti loghi con riferimenti alla salute o affermazioni sulla nutrizione.

Dopo sei mesi di ricerca e più di 37.000 prodotti valutati in un totale di 84 rivenditori, i primi risultati.

-Le informazioni nutrizionali sono ampiamente presenti nelle cinque categorie di prodotti. In media l’85% dei prodotti valutati contiene le informazioni nutrizionali sul retro della confezione, variando dal 70% della Slovenia a più del 95% in Irlanda, UK e Olanda. Il formato BOP più diffuso è la tabella o la lista del valore nutrizionale e della composizione dei nutrienti per l’84%, sottolineando sia i “Big4” (calorie, proteine, carboidrati, grassi; 34%) sia i “Big8” (“Big4” più zuccheri, grassi saturi, fibre e sodio; 49%).

-Le affermazioni sulla nutrizione e le GDA (Guideline Daily Amount) costituiscono le forme prevalenti di informazioni nutrizionali FOP (fronte della confezione), le affermazioni sulla nutrizione variano dal 12% in Estonia al 37% in Irlanda e Portogallo,

-La Svezia e l’Olanda sono gli unici paesi dove sono presenti dei loghi con messaggi salutistici come Swedish keyhole, Choices logo, Healty choice clover.

E ora qualche dato su cui riflettere:

- Meno di un terzo dei consumatori rivela di aver cercato le informazioni nutrizionali sulla confezione (dal 9% in Francia al 27% in Inghilterra).

- Più del 60% degli interpellati guarda il fronte della confezione, mentre meno del 15% guarda altre parti. Ne deriva che poichè le informazioni nutrizionali sono in prevalenza sul retro delle confezioni, passano inosservate alla maggior parte dei consumatori.

-In media, i consumatori europei spendono circa 35 secondi maneggiando i singoli prodotti.

etichette alimentari europee

Fonti:

-Flabel

-Penetration of nutrition information on food labels across the EU-27 plus Turkey in European Journal of Clinical Nutrition (2010) (pdf)

-Nutrition labels everywhere in Europe

-FEi-on line

- Food-and-Nutrition/Keyhole-symbol

- Food labels – Who reads them? Do they understand them?


Guadagnare Salute: Un Web-kit per 50.000 alunni

Sono giorni frenetici e non ho tempo per aggiornare il blog come vorrei, però vi passo questa notizia sul nuovo Progetto del Ministero della Salute. Si chiama ‘Forchetta e scarpetta’ e ho letto che coinvolgerà con un kit multimediale quasi 50.000 alunni in 2.600 scuole elementari in tutta Italia. Istituto superiore di sanita’ (Iss) e Inran hanno contribuito al progetto realizzato in collaborazione con il ministero dell’Istruzione.

Solo a Roma ci sono piu’ di 150.000 alunni nelle scuole elementari. In tutta Italia ci sono circa 2.400.000 alunni nella scuola primaria. Se è questo il piano anti-obesita’ del Ministero è irrilevante la percentuale degli alunni che saranno coinvolti.

Tutto qui? viene da chiedersi, visto che il 2010 -lo ricordo- è stato definito l’anno anti-obesità dal sottosegretario Francesca Martini.

Fonte immagine


Eat real. Eat local.

Mentre stavo cercando delle animazioni su temi legati alle filiere e all’alimentazione mi sono imbattuta nel video prodotto nell’ambito del progetto Eat real. Eat local. Il contenuto è rivolto ai canadesi ma i temi ci sono comunque familiari: attenzione alle filiere, all’ambiente, alla stagionalità, maggiore consapevolezza negli acquisti. La sorpresa è che il committente è la Hellmann’s Best Food, brand della multinazionale Unilever. L’azienda è leader nella produzione di maionese e salse derivate per il mercato di Stati Uniti e Canada.
Lo chiamiamo un esempio di greenwashing? Con questo termine che deriva delle parole inglesi green (verde) e washing (lavare) ci si riferisce a quelle aziende, industrie, entità politiche o organizzazioni che organizzano campagne marketing eco-friendly. Il tutto allo scopo di creare un’immagine positiva di proprie attività (o prodotti) e distogliere l’attenzione dalle proprie responsabilità nei confronti di impatti negativi sull’ambiente.

Il video comunque per me è un piccolo capolavoro di animazione.

Fonte: CANADIANS ENCOURAGED TO ‘TWEET’ FOR CHARITY JULY 29TH eatrealeatlocal.ca


I giovani e la dieta di transizione – conclusioni e bibliografia

Che fare dunque?

Si puo’ aiutare i giovani a fare scelte alimentari piu’ attente.  Questo pero’ puo’ succedere quando il messaggio da parte delle istituzioni e’ piu’ chiaro e consistente.  In questo senso aiuterebbe se i vari ministeri (salute, politiche agricole) lavorassero insieme.  Alcune iniziative a breve termine dovrebbero essere rinforzate da iniziative o interventi a lungo termine.  Penso ad alcuni:

- migliorare i mezzi utilizzati per informare

- istruire i genitori affinche’ il primo buon esempio venga da casa

- elaborare interventi che utilizzino il buon esempio (‘role model’)

- scuole

- creare nuove norme sociali che creino l’ambiente adatto

Qualche idea concreta:

- la piramide non insegna la differenza che corre fra un alimento fatto in casa e uno preparato dall’industria…. addirittura include alimenti (come i biscotti, la birra) che in questo senso non sono in linea con il resto; il messaggio non e’ chiaro

- l’istruzione dovrebbe sempre essere sostenuta da prove.  Se una iniziativa educativa NON funziona, perche’ ripeterla senza capire dove non ha funzionato

- rimuovere le barriere che possano prevenire la comprensione delle etichette.  Questo ad esempio si potrebbe fare con il coinvolgimento della grande distribuzione (pensiamo ad una lista di additivi in uso disponibile al momento dell’acquisto, che spieghi al consumatore cosa sono)

- eventi educativi che coinvolgano bambini e adolescenti: questi eventi devono continuare con regolarita’.  Parlo di visite a fattorie didattiche, musei rurali etc, con il coinvolgimento dei genitori

- monitoraggio del trend dell’obesita’ in Italia; la consulenza con nutrizionisti dovrebbe essere resa gratis in ospedali, scuole, uffici

- sostenere la ricerca e le professioni ‘chiave’, ad es. il nutrizionista, che potrebbe essere abbinato al medico generico

- media: regolare la pubblicita’ degli alimentari, sopratutto quella rivolta ai bambini, anche seguendo l’esempio di quei paesi europei che hanno raggiunto un discreto successo

- tasse indirette : ad es. facendo pagare il parcheggio dei discounts o di quegli esercizi che vendono alimenti raffinati e non prodotti localmente;  questa iniziativa dovrebbe essere sostenuta con un maggior aiuto alle economie locali, ai produttori locali

- incoraggiare le imprese di catering a introdurre maggiormente certi alimenti. Ad es. organizzando delle degustazioni o veloci lezioni di cucina nei centri commerciali

- incoraggiare e sostenere i gruppi di societa’ civile.  Come dicevo prima, la Slow Food ha fallito nel rivolgersi ai giovani.  O semplicemente non pensa che sia necessario parlare il loro linguaggio, come diceva Marco.  Attivita’ rivolte anche ai giovani dovrebbero essere incluse nell’agenda di Slow Food. Gruppi di consumatori come quelli che in UK stanno finanziando la ricerca sui coloranti, dovrebbero crearsi e avere un ruolo piu’ attivo in queste faccende.


I giovani e la dieta di transizione in Italia (3) – problemi e sfide

L’aspetto ‘convenienza’ e’ diventato oramai piu’ importante del costo – se prendiamo il caso del McItaly, mangiare un panino – e quindi mangiare in fretta e furia quando e’ il momento giusto – puo’ pure essere piu’ costoso che non mangiare qualcosa che si e’ portato da casa, ad esempio.  Come mai, dunque, il costo non funziona come deterrente?  La ricerca mostra che fra le varie ‘barriere’ che portano gli italiani a non mangiare alternative piu’ sane (ad es. della ‘italianissima’ frutta o i piatti tipici della dieta mediterranea etc) l’accesso (inteso come facilita’ nel trovare un alimento piuttosto che un altro), la disponibilita‘ e la motivazione, proprio la motivazione gioca un ruolo forte nella scelta di quel prodotto, particolarmente fra le fasce medio-basse (Dibsdall et al: 2003).  Il governo tipicamente presume che i consumatori facciano le loro scelte razionalmente e logicamente, ma in verita’, come dicevo sopra, entrano in gioco altri fattori.  La scelta al momento dell’acquisto puo’ migliorare con l’adozione di nuove norme sociali (ad es. fumare in pubblico e’ ora visto come qualcosa di molto negativo) (NEF: 2006).  Ma se il ministro si fa fotografare mentre addenta questi panini… possiamo capire che effetto possa avere su chi di filiera sa ben poco, come ad es. gli adolescenti o tanti genitori!

L’attuale atteggiamento politico – in Italia come in altri paesi occidentali – e’ quella della ‘scelta informata’, che prende come scontato il fatto che fornendo informazione (istruzione, esortazione etc), e’ piu’ facile per i consumatori capire le loro scelte e conseguentemente mangiare piu’ sano.  Pero’ il concetto di ‘scelta informata’ puo’ non bastare: la ricerca mostra che il mangiar sano viene percepito come un compito difficile, determinato da variabili come la mancanza di tempo, l’eccessiva indulgenza personale e la determinazione (Lappalainen et al: 1997).  Spesso – come nel caso del McItaly – i prodotti pronti sono promossi come scelte ‘sane’ e giuste, creando confusione o addirittura indifferenza fra i giovani.

Qui la sfida sarebbe sostenere la scelta informata eliminando quelle barriere che possano impedire una corretta informazione  (Woolf et al: 2005).   Inoltre, a livello individuale, spesso preferiamo che ci venga detto cosa fare o cosa scegliere da qualcuno che noi stimiamo. In questo senso i nostri politici dovrebbero scegliere con molta attenzione i visi a cui affidare certe promozioni.  L’industria lo sa fare molto bene … ricordate la campionessa Fiona May?

La scelta alimentare non migliora in certi gruppi nonostante l’uso dell’etichettatura  (Aaron: 1995 e Holdsworth and Haslam: 1998).  Inoltre, nonostante da una parte si promuovino scelte alimentari ‘salutari’, dall’altra arrivano messaggi contraddittori  (come in questo caso).  Poiche’ le abitudini sono molto difficili da cambiare, messaggi discordanti causano ulteriore demotivazione, confusione e sfiducia.  Nel caso del McItaly il messaggio pare chiaro: il governo ha scelto di sostenere la grossa industria alimentare lasciando perdere invece il discorso salute e il discorso piccola industria, mercati locali e via dicendo.  E Slow Food?  Il movimento ha aiutato un po’ a parlare di certi problemi, ma il suo ruolo si e’ oramai delineato in maniera netta – coinvolgendo solo certi gruppi della popolazione e molto poco i giovani.

Che fare dunque?

Stefania Puxeddu


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