Tutti pazzi per la frutta

tutti pazzi

Torno a parlare del progetto Frutta nelle scuole. Avete ancora piu’ di un mese di tempo per partecipare al contest fotografico “Tutti pazzi per la frutta” e magari essere tra i 100 vincitori del soggiorno in palio. L’iniziativa, giunta alla seconda edizione, è sempre promossa dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali con il supporto dell’Unione europea nell’ambito delle iniziative previste a sostegno della comunicazione del programma Frutta nelle Scuole. Ricorderete che in passato non sono mancate polemiche e denunce sulla gestione e organizzazione del progetto

Con 20 milioni e 500mila euro il progetto Frutta nelle scuole proseguirà nel 2014 con il rinnovato supporto della Unione Europea. Ai fondi UE si aggiungeranno fondi nazionali cofinanziati dal Ministero dell’Economia e dalle finanze dal fondo di rotazione dell’Ispettorato Generale per i Rapporti con l’Unione Europea del Ministero dell’Economia e delle Finanze (IGRUE) fino a raggiungere un totale di oltre 35 milioni di euro.

Tornando al contest fotografico, solo a me sembra che non sia questo il modo piu’ utile a sensibilizzare i piu’ piccoli sulla sana alimentazione e avvicinarli alla frutta e alle verdure? Non sarebbe stato piu’ fruttuoso mettere a disposizione gli stanziamenti per migliorare la gestione e la distribuzione dei prodotti nelle scuole?

Link: Tutti pazzi per la frutta


Dove sarò stasera?

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Stasera sarò a Ferrara in occasione di Altroconsumo festival, un contenitore con decine di incontri su vari argomenti. In serata presso il Cortile D’Onore parteciperò all’incontro “Cibo sano, quello che non vi dicono”. Con me Dario Bressanini, Margherita Caroli, Lari Boschetti e Franca Braga. Vi aspettiamo!


Fast food baby

Daccordo, sono realtà lontane dalle famiglie italiane, ma questi documentari fanno comunque riflettere. Si tratta di Fast food baby.. Cosa succede quando si cerca di cambiare radicalmente le proprie abitudini alimentari? Fast food baby racconta il percorso di tre famiglie del Regno Unito americane che hanno intrapreso un percorso per modificare le proprie abitudini alimentari passando da una dieta rigorosamente basata su junk food fin dai primi anni di vita versa un’alimentazione più sana. Durante il percorso i genitori sono seguiti da nutrizionisti che cercano di disabituare i piccoli ai graditissimi prodotti del fast food. Avete visto le reazioni dei bambini davanti alle verdure proposte al posto delle patatine fritte? Potete seguire qui le varie puntate, dal prossimo sabato 25 maggio, saranno anche su Real Time.


Oggi ho imparato un termine nuovo: leanwashing

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Conoscevo già il termine Greenwashing. Oggi ho imparato un termine nuovo: Leanwashing, è stato coniato da EnviroMedia una società di pubbliche relazioni / marketing che concentra le sue attività in particolare su campagne per la salute pubblica negli USA. Proposto nel 2012, ha l’obiettivo puntare l’attenzione sui messaggi salutistici fuorvianti e ingannevoli che appaiono sulle confezioni o pubblicità alimentari.

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Ne sono nati un sito e un tool interattivo per postare, votare e commentare su queste affermazioni. Chiunque può contribuire con le proprie segnalazioni, creare un account e caricare video pubblicitari di prodotti la cui confezione o pubblicità è da lui giudicata ingannevole. Saranno poi gli altri utenti a confermare l’ingannevolezza con i loro commenti e rispondendo ad alcune domande selezionate da un team di esperti scelto da Enviromedia.

Sulla base dei dati raccolti fino ad oggi ecco alcuni termini piu’ citati come fuorvianti: Naturale, Realizzato con cereali integrali, leggero.

Diversi esempi di spot ritenuti ingannevoli (bibite, prodotti dimagranti) sono stati già caricati nel sito,

Il Fatto alimentare si è piu’ volte interessato negli ultimi mesi di pubblicità fuorvianti con riferimenti alla salute. Mentre penso ad altri esempi, vi segnalo questa pubblicità sulla Dieta Tisanoreica, la famiglia riunita a tavola e si lascia intendere che i prodotti con questo marchio siano adatti a tutta la famiglia, compresi i bambini.

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Insidioso lo slogan che dice “Non sono a dieta, sono in Tisanoreica”, facendo passare quest’ultima come qualcosa assai diverso da un regime alimentare basato sulla riduzione delle calorie.
Definire l’insieme dei prodotti come “il cibo migliore per il bene nostro e dei nostri figli” non lascia perplessi anche voi?.

Fonte immagini


Le ricette salate di Jamie Oliver e di Nigella Lawson

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IL numero di dicembre 2012 del British Medical Journal (BMJ), ospita l’articolo “Nutritional content of supermarket ready meals and recipes by television chefs in the United Kingdom: cross sectional study” di Simon Howard, Jean Adams, e Martin White. I tre ricercatori hanno esaminato gli apporti calorici e le proprietà nutrizionali di piatti pronti in vendita nel Regno Unito. I dati sono stati confrontati con ricette proposte da noti chef. Gli apporti nutrizionali dei primi e dei secondi sono stati messi in relazione alle linee guida pubblicate dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dalla UK Food Standards Agency (FSA).

Sono stati selezionati in modo casuale 100 ricette attinte da cinque libri bestseller di cucina scritti da alcuni cuochi che animano Show televisivi britannici e 100 piatti pronti. Tra le ricette selezionate alcune provengono da 30 Minute Meals di Jamie Oliver, Baking Made Easy di Lorraine Pascale, Kitchen di Nigella Lawson, e River Cottage Everyday di Hugh Fearnley-Whittingstall. I piatti pronti sono stati scelti tra gli scaffali di Asda, Sainsbury e Tesco.

Cosa è emerso? Nessuna ricetta o piatto pronto rispettava le raccomandazioni dell’OMS per la prevenzione di patologie legate all’alimentazione. Entrambi i tipi di pasti tendevano ad avere un alto contenuto di proteine, di grassi, di grassi saturi e sale.

Inoltre i piatti confezionati seguendo le ricette degli chef televisivi piu’ popolari sono risultati contenere più calorie, piu’ proteine e grassi se confrontati con i piatti pronti. Al contrario l’apporto in fibre è risultato minore.

Se si usassero le etichette a semaforo proposte per veicolare informazioni nutrizionali, ecco come ne uscirebbero in media i piatti pronti e le ricette degli chef.

Etichetta nutrizionale

In conclusione gli autori pur ammettendo alcuni limiti della ricerca, suggeriscono che sarebbe utile inserire informazioni nutrizionali anche sulle ricette di libri di cucina bestseller.

Non siete curiosi di fare altrettanto con i libri di cucina bestseller in Italia?

Fonte: BMJ


Cool Food Planet

Dalla newsletter dell’EUFIC, (European Food Information Council) apprendo che è’ nato Cool Food Planet , una risorsa didattica rivolta ai bambini dai 6-8 anni e 9-12 anni oltre che agli adulti.
L’obiettivo è ovviamente di “informare bambini e genitori su temi dell’alimentazione e nutrizione” utilizzando personaggi dei cartoni animati personalizzabili e giochi interattivi come questo alla scoperta delle informazioni contenute in una etichetta alimentare o Food fight, sui gruppi di alimenti.
Appena entrati su http://www.coolfoodplanet.org, i bambini sono invitati ad un viaggio interattivo tra diverse aree tematiche e possono scaricare una ‘Mission Card‘ che li incoraggia ad esplorare destinazioni diverse. Dalla newsletter si annuncia che genitori e insegnanti troveranno anche una serie di attività per approfondire alcuni argomenti con figli o alunni. Cool Planet Food Cool è attualmente disponibile solo in inglese e francese, ma si progetta di implementare il portale con un maggior numero di lingue in futuro.
Già disponibile, per chi ha un account sul social network, anche una pagina Facebook sia dell’ EUFIC e sia di Cool Food Planet. Per ora ho trovato il tutto piuttosto deludente. Voi cosa ne pensate?


Carne separata meccanicamente (CSM): Cos’è e perché è doveroso che la sua presenza sia indicata in etichetta

Oggi ospito un post della Dr. Rita Lorenzini, tecnologa alimentare formatasi presso il DiSTA (Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroambientali) della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna. La Dr. Lorenzini aggiunge dettagli e news sulla Carne separata meccanicamente (CSM), di cui ho già scritto in passato in diverse occasioni. E non solo, sapete la differenza tra i termini “desinewd meat (DSM)” e “mechanically deboned meat”? Buona lettura!

La carne separata meccanicamente (CSM) è ottenuta rimuovendo i residui di carne dalle ossa (in particolare di suino) o dalle carcasse di pollame (pollo e tacchino) usando mezzi fisici, che portano alla perdita o alla modifica della struttura fibrosa del muscolo (Regolamento EC N. 853/2004). Lo stesso procedimento può essere applicato anche agli scarti di pesce, ottenendo una massa idonea a produrre bastoncini e congeneri. La CSM appena prodotta è una massa pastosa, di colore rosato, che è ideale per prodotti quali wurstel, mortadelle, cotolette, spinacine, cordon bleu, pepite di pollo, nuggets, etc. Oltre al costo irrisorio di tale materia prima se confrontata al costo della carne “vera”, c’è il vantaggio aggiuntivo che la CSM si presta ad essere modellata in qualsiasi forma, da qui la perfezione delle cotolette prodotte con CSM, tutte perfettamente uguali. Più la pressione applicata dai macchinari è elevata, maggiore sarà la resa in CSM, e maggiore anche la sua finezza. Si possono infatti distinguere una CSM ottenuta a bassa pressione, più “pregiata”, che assomiglia a carne macinata (in inglese definita “desinewd meat” DSM), e una CSM ottenuta a pressioni molto spinte (in inglese definita “mechanically deboned meat” MDM o “mechanically separated meat” MSM), con perdita totale della tipica struttura fibrosa del muscolo. In quest’ultimo tipo di CSM sono presenti anche, di fatto, midollo osseo e frammenti di ossa finemente macinati: la loro presenza non è di per sé nociva per la salute (semmai i rischi derivanti dalla CSM sono di natura microbiologica, tanto che i prodotti che la contengono sono tutti precotti proprio per abbassare l’elevatissima carica batterica), ma è giusto che il consumatore sia informato del fatto che ciò che sta mangiando non è “carne” bensì una poltiglia a basso costo a cui è stata data la forma desiderata, per rivenderla poi ad un costo decuplicato. Va anche tenuto presente che spesso questi prodotti, proprio per la loro appetibilità e facilità di preparazione, sono spesso destinati ai bambini.

La Commissione Europea sta svolgendo già da alcuni mesi audit molto approfonditi negli stabilimenti che producono CSM nei vari Stati Membri, proprio per accertarsi dell’idoneità all’uso alimentare di tale controverso ingrediente. In alcuni Paesi sono già stati presi provvedimenti piuttosto severi (per es. in Gran Bretagna: ), ma si è ancora in attesa di una risoluzione generale a livello Europeo.

È possibile determinare, con test di laboratorio, se una cotoletta è stata fatta con carne “vera” o con CSM?
Non è semplice ma è possibile: si può determinare al microscopio se vi è la presenza di fibre muscolari, e possono essere determinati altri parametri quali la presenza di tenori elevati di calcio (presente nelle ossa) e osteocalcina decarbossilata (presente nel midollo osseo). Un resoconto ufficiale ed esaustivo su tali metodiche è visionabile su questo sito. La determinazione diventa più complessa nel caso sia presente CSM ottenuta a bassa pressione, poiché conserva una certa struttura muscolare, oppure se è presente un misto di CSM e carne “vera”, come accade in molti prodotti tipo cotolette, per dare loro un aspetto più “naturale”. Infatti una cotoletta fatta esclusivamente con CSM appare perfettamente omogenea, sia come colore che come struttura; il taglio è sempre netto e non vi è la presenza di fibre tipica del muscolo. Infine, con un’attenta osservazione è possibile vedere piccole bolle di aria, che si formano durante la precottura del prodotto poiché sono presenti oltre alla CSM quantità notevoli di texturizzanti quali farina, amidi, albume d’uovo, etc., che contribuiscono tra l’altro a “fare massa” a basso costo.

Cosa prevede la legge?
Se si utilizza CSM, anche solo in parte, per la preparazione di un prodotto, è OBBLIGATORIO indicarne la presenza in etichetta. Questo dovrebbe permettere al consumatore di scegliere in modo oculato cosa acquistare. Qualche tempo fa mi sono imbattuta in una cotoletta che vantava di essere di “petto di pollo”, che ovviamente non viene mai utilizzato per preparare la CSM, che si ottiene invece dalle carcasse ormai private dei tagli di carne pregiati quali in particolare il petto. Inoltre non vi era alcuna menzione alla CSM (vedi etichetta), pertanto ho acquistato fiduciosa il prodotto per mia figlia, seppur insospettita dalla forma un po’ troppo perfetta della cotoletta.

Con mio grande disappunto mi sono invece resa conto che la cotoletta in questione non conteneva affatto petto di pollo, nemmeno in parte, bensì era totalmente a base di CSM. Tale conclusione, va detto per correttezza, non si basa su analisi di laboratorio ma su semplice osservazione personale, ma la ritengo piuttosto condivisibile da chiunque abbia un occhio un po’ allenato (vedi foto) e per di più lavori da anni nel settore delle carni, CSM compresa.

Un ulteriore messaggio fuorviante (seppur meno grave) dato ai consumatori è contenuto nel riquadro dei “patti chiari” presente sulla confezione del prodotto, dove tra gli altri statements si dice anche che gli animali sono allevati a terra. Mentre per le ovaiole vi è effettivamente differenza, se non altro per quanto riguarda il benessere animale, tra galline allevate in gabbia e a terra, tale distinzione non ha alcun senso per i polli da carne (broilers) e i tacchini, che vengono SEMPRE allevati a terra, tra l’altro in condizioni di marcato sovraffollamento che certo non giova alla salute degli animali e alla qualità della carne. Questa caratteristica pertanto non è un “plus” offerto dall’azienda ma semplicemente la prassi di allevamento comune a tutti gli stabilimenti.

Immagini di Rita Lorenzini


Cartoline da TriesteNext-4. OGM, filiere e gastronomia molecolare

Si è fatto attendere, ne valeva la pena. A voi il quarto report di Paolo Cocco da Triestenext Le precedenti puntate:

Cartoline da Triestenext. Dagli sprechi alimentari alle tagliatelle con farina-dinsetti/

cartoline da TriesteNext.Venerdi, digestione e accoglienza: primi incontri/

Save-the-food-cartoline-da-triestenext/

“Cara Gianna,

La città di Trieste si è svegliata un po’ più grigia e piovosa degli ultimi giorni, così appena alzato sono corso ad avvertire Italo Svevo di portarsi dietro il cappello.

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Un obiettivo di oggi, conferenze a parte, è stato – come vedrai – passare a dare un arrivederci al signor Svevo e ad altri due bronzei passeggiatori triestini.

La giornata è iniziata con una delle conferenze più “calde” del ciclo:

“OGM: Un mito da smantellare?”

Il principale relatore dell’incontro era Roger Beachy, virologo molecolare statunitense, creatore della prima verdura transgenica, e soprattutto l’esperto voluto dal presidente Barack Obama alla direzione del National Institute of Food and Agricolture, l’organismo del dipartimento di agricoltura degli Stati Uniti che si occupa di finanziare la ricerca nell’agronomia. Quel che si dice un pezzo grosso, insomma… E gli altri ospiti non erano da meno: Michele Morgante, Gilberto Corbellini, Mauro Giacca, tutti medici o biologi molecolari.

Gilberto Corbellini & the rest of them

L’obiettivo principale dell’incontro è stato mostrare dati in supporto dei vantaggi dell’ingegneria genetica in agricoltura. I relatori hanno contribuito a spiegare in che modo il passaggio a prodotti modificati geneticamente possa migliorare la resa dei raccolti, un fattore cruciale in un pianeta in continua espansione demografica, e ridurre l’utilizzo di pesticidi, antibiotici e fertilizzanti nocivi per l’uomo e per l’ambiente. Gli ospiti hanno inoltre spiegato che tutti gli studi sull’effetto degli OGM sulla salute, e gli oltre duemila miliardi di pasti contenenti OGM consumati dal 1996 a oggi, hanno mostrato che non ci sono motivi di pensare che possano avere effetti dannosi per la salute.

Molti giornalisti hanno accusato l’incontro di essere sbilanciato a favore degli OGM e di non avere contraddittorio. Personalmente, non credo che tutte le discussioni abbiano bisogno di un contraddittorio – dopotutto, se l’argomento fosse stato l’evoluzione, non avrei sentito la necessità di un creazionista sul palco. Tuttavia, la discussione sugli OGM non riguarda esclusivamente la salute umana e l’ambiente, ma anche l’impatto economico della diffusione di colture brevettate, il divario tra i paesi produttori, e così via. L’argomento trattato era solamente una faccia del tema “ingegneria genetica”, e forse sarebbe stato interessante avere almeno una seconda sessione da dedicare specificamente ad altri aspetti ugualmente interessanti per una conferenza come questa.

Dopo pranzo (e dopo un gelato), sono passato a salutare il secondo amico immobile, Umberto Saba, dall’aria profondamente malinconica da quando ha scoperto di essere nel mezzo di una via commerciale.

Umberto

Alle tre del pomeriggio, è iniziato il secondo dibattito:

Filiera ecosostenibile o km 0?”

(Lo scontro!)

Questa è stata una conversazione davvero istruttiva. Ti confesso che non avevo mai pensato al “km zero” come a una politica che non necessariamente aiuta l’ambiente, né ai limiti della filiera ecosostenibile. Gli ospiti erano tanti, ma come succede nei film e in politica, due di loro hanno dominato la scena: Roberto Brazzale, della famiglia di produttori caseari che produce tra gli altri il noto formaggio “Gran Moravia”; e Andrea Rigoni, uno dei fratelli dietro il marchio Rigoni di Asiago.

"Filiera ecosostenibile o km0?"

Brazzale sembra avere un approccio molto moderno all’ambiente: il loro stabilimento in Moravia (Repubblica Ceca) è certificato ecosostenibile, e oltre a questo, l’azienda ha anche introdotto sui propri prodotti una “Etichetta multimediale di origine” che, se fotografata con uno smartphone, collega a una pagina web contenente tutti i dettagli sulla produzione di quello specifico prodotto inclusa l’immagine satellitare del sito di produzione (!) e soprattutto la water footprint o impronta idrica, che indica quanta acqua quel prodotto è costato all’ambiente.

"Filiera ecosostenibile o km0?"

Dall’altra parte, lo stabilimento del Gran Moravia è in Repubblica Ceca… il che aggiunge costi ambientali di trasporto rispetto a un prodotto interamente italiano. È qui che invece si distingue la Rigoni di Asiago, azienda impegnata nella produzione a filiera corta (cortissima, si potrebbe dire, specialmente per un’azienda tanto grande!) quando possibile, e meno corta, ma certificata biologica, quando motivi ambientali renderebbero impossibile o più impattante la produzione di un particolare ingrediente in Italia.

Non credo che ci sia un “vincitore”; ma ho ammirato l’impegno che entrambe le marche sembrano avere per la trasparenza e la tracciabilità del prodotto. Siamo un popolo di scettici e scoraggiati, e qualunque iniziativa che non si limiti a sfoggiare un certificato, ma inviti il cliente a vedere con i propri occhi, merita rispetto.

È arrivato il momento di una confessione, cara Gianna. Ho passato tre giorni a seguire professori, partecipare a conferenze, prendere appunti; ma la parte migliore del fine-settimana è stata quando sono riuscito a imbucarmi a un evento tutto esaurito di gastronomia molecolare domenica pomeriggio.

Sono sicuro che tu e i tuoi lettori conosciate meglio di me la gastronomia molecolare, la branca culinaria che usa la conoscenza dei processi di trasformazione chimica e fisica delle sostanze per inventare nuovi modi di preparare gli alimenti.

Era la prima volta che effettivamente assistevo alla preparazione di piatti molecolari, e mi sono sentito come un bambino di sei anni davanti a un illusionista. Sardone “cotto” a freddo nel sale; uova in camicia cucinate a sessanta gradi; lingua bovina tenera come filetto; un finto uovo che era in realtà una gelatina di frutta; e l’immancabile gelato estemporaneo preparato con l’azoto liquido. Che meraviglia!

La gastronomia molecolare ci costringe a pensare al vero significato di termini quasi banali come cucinare, friggere, crosta, caramello…

Ma ecco cosa ha reso l’evento realmente memorabile: poiché ho passato l’intero incontro pubblicando su Twitter, prendendo appunti e scattando fotografie con la mia macchina reflex, sono stato scambiato per l’inviato di una redazione giornalistica, e ho ricevuto – unico tra il pubblico – un assaggio di ogni piatto. Esilarante, gratuito, e delizioso.

Qui di seguito, una selezione di fotografie del laboratorio.

Penso che sia giunto il momento di chiudere il mio reportage, Gianna. È stato un weekend intenso e interessante, ricco di incontri ed esperienze tanto per persone di scienza quanto per il pubblico generale. Sarebbe potuto forse essere più organizzato sotto alcuni aspetti, ma il giudizio finale è molto positivo. E spero di essere riuscito a trasmettere parte dell’atmosfera anche a te e ai tuoi lettori.

Alla prossima missione, e un saluto da James Joyce e da me!

James & Pa

Paolo

Paolo Cocco è un trentaqualcosenne sardo, naturalista ed etologo per formazione. Ha vissuto e lavorato a Sassari, Torino e New York, ma preferisce definirsi “apolide d’adozione”. Si occupa di divulgazione ed educazione scientifica e sogna di lavorare per riviste e musei di storia naturale.


Cartoline da TriesteNEXT -3. Dagli sprechi alimentari all’entomofagia

Non perdetevi il terzo report di Paolo Cocco da TriesteNEXT

29 settembre 2012

Cara Gianna,

Spero di cuore che i baristi triestini siano pagati molto, molto bene, perché rischiano la follia.
In questa città esistono decine di tipi diversi di caffè.

caffè a Trieste

Superato un lungo momento di smarrimento, ho ceduto alla tentazione di provare qualcosa di tipicamente triestino, così invece che un “nero” (il nome locale per l’espresso in tazzina senza aggiunte), ho ordinato un “gocciato”: un espresso con una spruzzatina quasi simbolica di schiuma di latte. Talmente piccola che l’ho potuto bere nonostante la mia (parziale) intolleranza al lattosio.

Il primo incontro per così dire non calorico della giornata s’intitolava “Benvenuti nell’era della scarsità e dello spreco alimentare” e vedeva protagonisti Andrea Segrè e Massimo Cirri.

Dibattito Segrè e Cirri

Andrea Segrè è un professore di politica agraria a Bologna, ma anche tante altre belle cose. Il tema principale di questo incontro era il suo progetto Last Minute Market, una campagna di sensibilizzazione che si accompagna a un’iniziativa molto concreta per ridurre gli sprechi dal supermercato al frigorifero di casa. Da una parte, i supermercati coinvolti s’impegnano a ridurre al minimo la quantità di prodotto che va al macero, attraverso offerte speciali specifiche per prodotti in via di scadenza e attraverso la donazione dei beni invenduti ma non ancora scaduti a organizzazioni caritative; dall’altra, i cittadini imparano attraverso il portale internet e le campagne informative ad acquistare meno, usare fino in fondo, sprecare il minimo possibile. Ho imparato con sconcerto che solo il 12-16% del budget domestico degli italiani è destinato al cibo, ed è persino in calo, nonostante la crisi economica possa portare ad aspettarsi una riduzione dei beni di lusso e non della spesa in alimenti. Per di più, dal momento che i carrelli restano pieni e lo spreco non accenna a ridursi, questo si accompagna (necessariamente?) a un crollo della qualità dei prodotti acquistati.

Si possono seguire gli aggiornamenti di Last Minute Market sul sito ufficiale e sul loro blog; io lo farò senz’altro.

E visto che si parla di spreco… La tappa successiva è stata una piccola mostra dal titolo Insostenibili! Sedici cose di cui il mondo potrebbe fare a meno. Attraverso immagini, dati, e campioni o riproduzioni, gli organizzatori ci hanno invitato a riflettere sull’impatto ambientale di alcuni beni di lusso (diamanti, campi da golf, persino cocaina!), abitudini (gomma da masticare, computer perennemente collegati a internet), alimenti (come la carne bovina), tutte risorse che potremmo amministrare più attentamente o eliminare del tutto.

diamante, esempio degli insostenibili

L’ultimo appuntamento di questo sabato che vorrei raccontarti è il curioso laboratorio. A tavola con gli insetti, organizzato in collaborazione col ristorante EXPO Mittelschool di Trieste. Un incontro davvero interessante… a parte forse per la signora che è fuggita disgustata a metà incontro. Ahem.

L’entomologo padovano Maurizio Guido Paoletti ha aperto il laboratorio affrontando il tema dell’alimentazione con insetti, o entomofagia, da un punto di vista scientifico. Abbiamo scoperto che oltre 1400 specie di invertebrati sono commestibili e usate come cibo in qualche parte del mondo – incluso le larve di mosca che noi sardi mangiamo nel delizioso ‘formaggio coi vermi’ o casu marzu. Ho scoperto così che in alcune culture nativo-americane gli invertebrati arrivano a rappresentare il 70% della dieta. In particolare, le donne della comunità Ye’Kuana mangiano nelle settimane dopo il parto solo lombrichi; gli studi hanno rivelato che sono ricchi in acido arachidonico e altre sostanze fondamentali per la madre e il neonato.

Meeting on edible insects

Gli esperti presenti in sala hanno evidenziato il grande potenziale dell’entomofagia per un’alimentazione più sostenibile: molti invertebrati sono più proteici, più ecologici, più efficienti nella conversione di mangime in massa corporea.

A seguire, una “strana coppia” costituita da una fisica teorica e un ingegnere elettronico ha presentato il proprio brevetto per GoingBugs, la prima pasta (proprio nel senso di tagliatelle!) a base di farina di insetti. Purtroppo non ci sono stati concessi assaggi, ma il progetto è appena all’inizio e i ricercatori ci hanno invitato a seguirli su Facebook e assicurato che è veramente gustosa. (Ed è qui che la povera signora dallo stomaco delicato è corsa via dalla sala…)

tagliatelle con farina d'insetti
Infine, il momento tanto atteso: degustazione di larve di tarme della farina e grilli.

larve di tarme

Li ho provati entrambi; non li ho trovati particolarmente “strani” nel sapore, simili (nelle ricette proposte) a salatini ripieni con un misto di spezie e un retrogusto di noce moscata. Proverei volentieri le tagliatelle, ma ancora una volta, difficilmente dico no a un cibo che non ho mai assaggiato prima.

Sono arrivato alla fine della serata; a domani con gli aggiornamenti sull’ultima, intensa, molecolare giornata di TriesteNEXT!

Paolo

Paolo Cocco è un trentaqualcosenne sardo, naturalista ed etologo per formazione. Ha vissuto e lavorato a Sassari, Torino e New York, ma preferisce definirsi “apolide d’adozione”. Si occupa di divulgazione ed educazione scientifica e sogna di lavorare per riviste e musei di storia naturale.

Fonte immagini


Cartoline da TriesteNEXT -2. Venerdì: digestione, accoglienza, primi incontri

Seconda puntata di Cartoline da TriesteNext. Paolo Cocco a te!

28 settembre 2012

Cara Gianna,

Conosci il frico morbido? Che meraviglia! È una specie di pancake, per così dire, a base di formaggio, patate, altro formaggio, burro, e ancora formaggio. L’ho mangiato ieri sera a Udine a casa di una cara amica che conosce la mia golosità e curiosità di provare ogni prodotto tipico. La fame ha vinto sullo spirito di cronista per cui non ho una fotografia, ma eccoti un’infografica:

Frico infografica

Arrivato a Trieste a metà mattina, ho depositato il mio bagaglio e firmato il registro insieme a cento, centocinquanta altri studenti. Tutti abbiamo ricevuto una bella maglietta bianca dell’evento, un badge sponsorizzato da Radio 24, e ahimè!, un elenco di eventi obbligatori a cui partecipare… il che ha significato nessun evento alimentare e troppi eventi politico-universitari. Ho iniziato a pianificare la mia via di fuga.

Nel pomeriggio TriesteNEXT è iniziato ufficialmente. Dopo la necessaria presentazione da parte degli organizzatori e principali sponsor, si è entrati nel vivo della discussione con un incontro sulla ricerca in Europa, in particolare a proposito della relazione tra ricerca di base e applicata. Ho scoperto tra le altre cose l’esistenza di un fondo di ricerca europeo destinato specificamente a collaborazioni tra ricercatori di diverse università.

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Scappato nel breve intervallo tra l’incontro sulla ricerca e il successivo su Open Access, ho partecipato a una lezione chiamata “Dal chicco alla tazzina”, parte degli incontri organizzati dalla Università del Caffè Illy. L’insegnante, nonostante una chiara tendenza a parlare di ciò che rende unica la miscela dei suoi datori di lavoro, è riuscito a raccontare in modo interessante la sfida di riuscire a mantenere una miscela costante nel sapore nonostante la variabilità della produzione anno dopo anno, e ha mostrato immagini di un apparecchio chiamato Sortex, che preseleziona i chicchi di caffè “buoni” da quelli “cattivi” prima ancora della tostatura. Il suo aspetto ricorda una grossa stampante di vent’anni fa, ma non lasciarti ingannare – un singolo Sortex è in grado di esaminare 5 tonnellate di caffè ogni ora!

Ti risparmio i dettagli dell’incontro successivo su Open Access, per quanto fosse molto interessante. Il professor Robert Darnton, vero protagonista dell’incontro, ha manifestato un grande talento per la comunicazione, ma soprattutto un’affascinante mimica per un professorone universitario.

Robert Darnton

La serata è terminata con la partecipazione in diretta alla Notte dei Ricercatori su Radio 24… Ho imparato una lezione importante: condurre un programma radiofonico significa avere ben poche possibilità di sentire gli interventi degli ospiti e del pubblico da casa. Il bravo Federico Taddia è riuscito a districarsi con maestria tra le mille cose da gestire allo stesso tempo, ma più di una volta ho sudato freddo per lui.

http://farm9.staticflickr.com/8322/8049970790_0db3f587c3.jpg

Arrivata l’ora di andare a dormire ho desiderato di svegliarmi il mattino successivo per provare di persona l’avventura di ordinare “un nero” a Trieste.

Paolo

Continua…

Paolo Cocco è un trentaqualcosenne sardo, naturalista ed etologo per formazione. Ha vissuto e lavorato a Sassari, Torino e New York, ma preferisce definirsi “apolide d’adozione”. Si occupa di divulgazione ed educazione scientifica e sogna di lavorare per riviste e musei di storia naturale.


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