Trashfood

Randomestrale di Incultura Alimentare

Archivio della Categoria 'Te lo do io l'alert'

30 luglio 2010

Rosso Tonno

E io che credevo che l’uso di coloranti nei prodotti ittici fosse rivolto al salmone, al surimi e gamberetti-like. Mi sbagliavo.

Leggendo tra i commenti di questo post su Dissapore, sono venuta a conoscenza di una pratica di cui non avevo mai sentito parlare prima.

Sapevate che il tonno può essere sottoposto a trattamenti con monossido di carbonio o colorato con il colorante rosso barbabietola per imprimergli una colorazione piu’ evidente sul banco in cui è esposto? Il colore delle carni del tonno rosso è di un rosso vivo dovuto alla proteina mioglobina che, combinandosi con l’ossigeno, genera la ossi-mioglobina dal colore acceso. L’ossidazione a cui va incontro la mioglobina quando la carne è esposta all’aria è abbastanza veloce trasformando il colore brillante in bruno più o meno scuro anche se è il prodotto è ancora molto fresco. Sappiamo che il colore dei prodotti alimentari è un criterio importante delle scelte dei consumatori. Ed ecco il trattamento con monossido di carbonio, composto che legandosi alla mioglobina genera la carbossi-mioglobina, sostanza dal colore rosso. Il procedimento, sommato al processo di congelamento esalta alcune caratteristiche qualitative del prodotto, quali appunto il colore rosso del tonno. Il monossido di carbonio è anche un inibitore della proliferazione batterica.

La FDA ha dichiarato sicuro (GRAS) il trattamento con monossido di carbonio mentre Giappone e Unione Europea ne hanno vietato l’uso poiché tale pratica potrebbe essere impiegata anche per coprire tracce di carne non conservata troppo bene. Il monossido di carbonio, conferendo colore rosso al tonno, ne maschererebbe le alterazioni dovute all’invecchiamento. Sappiamo che nei tonni il tenore di istidina, aminoacido precursore dell’Istamina, è doppio rispetto agli altri pesci. L’istamina è una amina biogena che viene ottenuta per decarbossilazione dell’istidina da parte di alcuni batteri che intervengono durante il processo d’invecchiamento del prodotto, soprattutto quando non viene rispettata la catena del freddo. Tra le più importanti sindromi di origine alimentare causate dall’ingestione di ammine biogene vi è l’avvelenamento da istamina (sindrome sgombroide).

Sia negli ultimi giorni che in passato in paesi della UE non sono mancate le segnalazioni di partite di filetti di tonno sottovuoto congelati e trattati con monossido di carbonio, origine Vietnam e provenienza Olanda.

E a proposito di tonno e coloranti, coincidenza vuole che proprio in questi giorni tra le segnalazioni del sistema di allerta europeo RASFF, ho trovato la notifica di una partita di filetti di tonno illegalmente colorati con l’E 124 o red ponceau. Tonno proveniente dall’Indonesia via Paesi Bassi e distribuito in Italia.

Ma a parte il colore, siamo sicuri che in certi piatti ci sia veramente il tonno rosso? Si narra di partite di tonno pinna gialla colorato con il rosso barbabietola. Colorare il pesce con una sostanza come il succo di barbabietola non é illegale, -leggo – ma spacciarlo per tonno rosso lo é.

In questa intervista a Valentina Tepedino, direttrice di Eurofishmarket, si accenna al fatto che l’uso del colorante raramente è dichiarato in etichetta, probabilmente per la diffidenza verso gli additivi e la scarsa informazione sull’argomento.

Per saperne di piu’

- RASFF notification: filetti di tonno trattati con monossido di carbonio

-RASFF notification: Tonno colorato con E124

-Pesci-additivi-e-frodi

-What Color Is Your Tuna?

- Dove sono i gamberetti?

-un-novel-food-al-giorno-lastaxantina.html

-Rischi chimici: l’istamina

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23 giugno 2010

La mozzarella teutonica: Pseudomonas fluorescens e muffe

Visto che ormai abbiamo compreso tutti che le mozzarelle dalle caratteristiche organolettiche così peculiari non sono solo state immesse in vendita in Piemonte, e il nome del batterio coinvolto inizia a circolare è arrivato il momento di ricostruire meglio la vicenda. Come fare? dal solito bollettino RASFF, quello che in altre occasioni ci è servito per riflettere sugli alert di ogni genere che riguardano le merci in arrivo nei vari paesi della Comunità europea.

Intanto una domanda, chi sono i paesi produttori principali di mozzarelle? sorpresa! il mercato è dominato da Germania, USA e Australia.

E proprio dalla Germania sono arrivate le mozzarelle di cui in tanti parliamo da qualche giorno.

Leggo qui che già 9 giugno 2010 era stata diramato l’alert, insomma si sapeva già che prodotti non conformi erano in circolazione. Grazie al sistema di allerta rapida Ue, tutte le informazioni relative alla mozzarella contaminata erano state rese disponibili ai 27 Paesi Ue. E’ scattata poi una seconda allerta nei giorni successivi. C’è voluta la signora piemontese comunque perchè in tanti ne venissero a conoscenza.

L’azienda tedesca è la Milchwerk Jäger, uno dei caseifici più antichi della Germania. Da numerosi anni esporta in diversi paesi vari formaggi come Provolone, Mozzarella, Caciotta. Il principale cliente è l’Italia che importa il 90 % della sua produzione. Il latte lavorato presso il caseificio Jäger proviene al 100% dall’Alta e Bassa Baviera come riporta in sito dell’azienda.

Leggiamo sul sito della Milchwerk Jäger, che la Mozzarella rispecchia quella che è l’antica ricetta di questo formaggio fresco, già da sempre usata nel sud Italia. Per la sua produzione, usiamo solamente latte di prima qualità e naturalmente, fermenti lattici vivi. Le moderne tecniche inoltre, ci consentono di avere un prodotto esente da qualsiasi contaminazione battereologica e soprattutto dall’aspetto molto bianco.

E cosa salta fuori dalla lettura del bollettino RASFF? che le mozzarelle come dimostrano i certificati d’esportazione della società tedesca, non sono state inviate solo in vari discount in Italia, sono coinvolti anche Francia, Slovenia, Bielorussia, Russia.
Si allunga l’elenco delle marche coinvolte: Land, Malga Paradiso, Lovilio, Fattorie Torresina e Monteverdi.

Dopo diversi giorni, troviamo altri alert che riguardano la mozzarella in data 21 giugno e 22 giugno e stavolta sono associati a dei dati di laboratorio:

21/6/2010 Troviamo il Pseudomonas fluorescens responsabile di “altered organoleptic characteristics (blue coloured: 1 mm) of Pseudomonas fluorescens (3000000 * 1000 CFU/g) in mozzarella cheese from Germany”

21/6/2010 Ancora mozzarella “cheese with altered organoleptic characteristics (bleu coloured) of mozzarella cheese from Germany infested with moulds”

Non solo Pseudomonas fluorescens, anche muffe?

E’ tutto risolto ha rassicurato Hermann Jaeger della Milchwerke Jaeger interrogandosi sul perchè di tanta attenzione e clamore. E’ arrivato perfino a dire in una intervista che fin dal mese di maggio scorso era stato evidenziato il Pseudomas fluorescens e il problema per lui era risolto.

Che altre sorprese ci riserva la mozzarella organetticamente alterata?

continua..
Fonti:
-RASFF notification list

-Blue-mozzarella-alert-sparks-labelling-debate

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19 giugno 2010

La mozzarella che si colora di blu. Ipotesi ad alta voce

La mozzarella che diventa blue dopo essere stata aperta? impressionante vero? impressionante anche il numero del sequestro, si parla di 70.000 mozzarelle. Abbiamo veramente bisogno di importare mozzarelle dalla Germania? a che prezzi?

Sapete cosa mi è venuto in mente? La storia dei traccianti di cui avevo letto qualche anno fa.

Nel 2000 fu presentato un disegno di legge che prevedeva l’impiego di traccianti nel latte in polvere da destinare ai mangimi animali. L’aggiunta di traccianti era finalizzata ovviamente ad evitare usi fraudolenti del latte in polvere -destinato alla zootecnia- nell’alimentazione umana, per fare ad esempio formaggi.

Così si leggeva in un articolo: Ai fini di tutela della salute e di salvaguardia della sicurezza alimentare, ai sensi dell’articolo 30 del Trattato che istituisce la Comunità europea, come modificato dal Trattato di Amsterdam di cui alla legge 16 giugno 1998, n. 209, nel latte e nel latte scremato in polvere destinati ad usi zootecnici, e nei loro derivati, devono essere presenti traccianti colorati, di origine naturale, innocui per la salute umana ed animale ed in grado di rendere tali prodotti stabilmente evidenziabili.

Nel 2006 la legge è stata abrogata.

Cosa può essere accaduto quindi alla mozzarella che si colora di blue? Che qualcuno abbia forse volontariamente inserito dell’innocuo tracciante nel latte in polvere che l’azienda tedesca ha usato per produrre la mozzarella? Allo scopo di smascherare la frode?

Di traccianti,latte in polvere e mozzarelle troviamo traccia negli archivi del web quando si scrisse della mozzarella che avrebbe virato dal bianco al verde se fuorilegge. Ecco l’articolo del 1999: “La pizza diventa verde se la mozzarella usata non e’ di latte naturale. Un tracciante anti – frode Ma i pizzaioli: precauzione esagerata”.

Ipotesi ad alta voce in attesa di capire meglio cosa è accaduto.

Il video girato dalla signora che ha denunciato il fatto è già su You Tube, a vederlo si pensa ad una bufala ma se i NAS sono partiti con i sequestri evidentemente hanno verificato la veridicità della notizia.

21/6/ 2010, Aggiornamento: scopro che l’allerta era già partita il 9 giugno 2010 come si legge qui.

Fonte immagine

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25 maggio 2010

Dalla lignina alla vanillina

Quante volte l’abbiamo usata per fare dolci? vi siete mai chiesti come viene prodotta la vanillina? Sapevate che circa la metà della produzione su larga scala avviene in Cina? e che in Europa viene prodotta in Norvegia? Sul sito della azienda norvegese Borregaard’s Aroma Chemicals, le news sono piuttosto datate e non c’è nessun riferimento al recente rapporto RASFF che segnala il ritiro di un lotto di di vanillina in cui sono stati riscontrate tracce di toluene, un solvente impiegato durante la lavorazione.
E così la vanillina prodotta dalla Borregaard’s Aroma Chemicals ci fornisce una nuova occasione per riflettere sulle filiere produttive e sull’uso dei solventi organici impiegati. La produzione della vanillina è solo uno dei numerosi esempi di processi produttivi che ha subito cambiamenti negli ultimi decenni in relazione alle ripercussioni ambientali ed economiche.

Se pensiamo agli estratti di vaniglia e ai baccelli della Vanilla planifolia , il richiamo va a foreste subtropicali del Messico e di parti del Centro America dove l’orchidacea è originaria. Sappiamo infatti che il 98% dell’estratto di vaniglia contiene vanillina, isolata per la prima volta dai baccelli da Nicholas-Theodore Gobley nel 1858.

Ma sappiamo anche che la vaniglia estratta dai baccelli è fino a 200 volte più costosa rispetto alla vanillina derivata da altre materie prime. Si stima così che circa il 97% dell’aroma vaniglia usato nell’industria alimentare non sia ottenuto dai baccelli della Vanilla planifolia ma per altre vie.

Vediamole insieme:

-Per quanto riguarda la sintesi industriale su larga scala un metodo parte dall’ eugenolo, sostanza presente nei chiodi di garofano, noce moscata e cannella. Questa produzione iniziò a partire dal 1874–75, venti anni dopo la scoperta del metodo per estrarre la vanillina dai baccelli.

-Altro precursore è il guaiacolo, sostanza ottenuta dalla distillazione frazionata del catrame di faggio o di pino.

-A partire dal 1920, si scoprì che la lignina poteva essere usata come fonte da cui ricavare la vanillina; la lignina è un polimero vegetale che svolge un ruolo strutturale nei fusti e nelle pareti cellulari delle piante. La lignina rappresenta circa il 5% del contenuto delle acque reflue dalle cartiere. Se sottoposta a vari trattamenti e a temperature relativamente basse, dalla lignina si formano diverse molecole a basso peso molecolare tra cui la vanillina. Gli enologi sanno che il vino conservato in botti di rovere acquista aromi particolari tra cui proprio quello della vanillina.

-E’ stato messo a punto anche un processo che permette di ricavare la vanillina dalla fermentazione a partire dall’ acido ferulico. Il processo richiede quattro tappe: (1) Isolamento dell’acido ferulico da materie prime come la crusca di riso (i.e. rice bran), (2) Fermentazione attuata da microorganismi biotech che convertono l’acido ferulico in vanillina, (3) Microfiltrazione per rimuovere i microorganismi, (4) Estrazione della vanillina dal liquido di fermentazione e (5) purificazione finale della vanillina.

Tornando al lotto di vanillina per dolci che è stata ritirata. Il portavoce della Borregaard’s Aroma Chemicals si è affrettato ad affermare che l’uso dei solventi nell’industria alimentare è permesso e che ci sono direttive comunitarie ben precise che bisogna rispettare. Giusto. Ma ci dovrebbe anche spiegare se si è compreso quale errore è stato fatto. Qualcosa non deve essere andato secondo i protocolli, evidentemente il toluene non è stato rimosso completamente alla fine della lavorazione e tracce del solvente sono finite nella vanillina spedita oltre che in Italia in diversi altri stati europei.

Fonti:

- Rapid alert system for food and feed, RASfF notification lists

-European Countries Find Toluene Solvent in VanillinVia

- Vanillin production using metabolically engineered Escherichia coli under non-growing conditions In: microbialcellfactories.com/

-Biotechnological production of vanillin

- Tunable solvents for fine chemicals from the biorefinery Green Chem, 2007

- Rhodia shares its experience in vanillin manufacture in China
- Etichette fuorvianti: il gelato Motta

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7 maggio 2010

PRIMAVERA SILENZIOSA

Alcuni giorni fa ho ricevuta una mail con un appello firmato da Fabio Taffetani, Docente di Botanica dell’Università Politecnica delle Marche. Ve ne riporto alcune righe, il resto lo trovate qui. La pratica a cui accenna il Prof.Taffetani è diffusa anche altrove, si parla di uso ingiustificato di diserbanti da parte di amministrazioni pubbliche.

UNA PRATICA ASSURDA
Sono profondamente indignato, e così tutte le persone con le quali ho avuto occasione di parlarne, per l’assurdità, l’arroganza e la superficialità dimostrate dalla Provincia di Ancona nel perseguire l’insensato progetto di trattare tutti i bordi stradali con diserbante. Sembra proprio che, 50 anni dopo la pubblicazione di Primavera silenziosa, la maledizione della pazzia autodistruttiva che Rachel Carson presagiva, già all’inizio degli anni sessanta, osservando i primi effetti dell’abuso irrazionale della chimica nelle campagne americane (Silent Spring, 1962), stia giungendo alle sue fasi più preoccupanti anche nella nostra regione, un territorio che dovrebbe avere cultura, tradizioni, prodotti della terra, paesaggio e ambiente tra le risorse più preziose e condivise. Ci sono sempre più agricoltori che utilizzano il diserbo anche al di fuori delle aree coltivate, ma anche semplici cittadini che irrorano le fasce erbose sotto casa con erbicidi per evitare lo sviluppo delle erbe infestanti. La pratica del diserbo nata per il controllo delle commensali in agricoltura,erroneamente considerata come alternativa allo sfalcio, viene ora proposta dall’Amministrazione Provinciale di Ancona, sostenuta dalle industrie chimiche che producono il diserbante più aggressivo e meno selettivo oggi sul mercato (il glyphosate), per il “decoro” delle strade pubbliche e con la scusa di combattere le allergie da polline (in realtà, anziché ridurre le fonti di produzione di polline, se ne determina un aumento significativo con la proliferazione delle graminacee, oltre alla
nebulizzazione nell’aria di principi chimici tossici anche in aree urbanizzate e ad alta intensità di traffico), ben sapendo che, una volta effettuato il primo trattamento, si dovrà continuare anche negli anni successivi per evitare la proliferazione delle erbe più aggressive, libere di espandersi, in seguito alla scomparsa della vegetazione che presidiava il terreno.

Se il nome glyfosate non vi dice nulla, forse non è la prima volta che sentite parlare di Round Up.

Sulla resistenza al glyphosate, tema di attualità degli ultimi giorni, guardate il grafico della situazione negli USA.

PRIMAVERA-SILENZIOSA

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19 aprile 2010

Imitation cheese: It looks like cheese, smells like cheese, but it is not

imitation cheese

E il momento di riparlare degli imitation cheese” a cui avevo accennato un po’ di tempo fa in un post che aveva suscitato interessanti commenti tra i lettori. E’ un fenomeno di cui non si conoscono le proporzioni ma probabilmente è aumentato negli ultimi anni. Si è stimato che circa 20.000 tonnellate di “imitation cheese” o cheese analogue vengano consumati ogni anno nei vari paesi dell’Unione Europea. Rappresenterebbe meno dell’1% dei consumi ma è pur sempre un fenomeno da non sottovalutare.

Perchè se ne riparla? perchè ho letto in un comunicato che il Parlamento europeo sembrerebbe intenzionato, nell’ambito del progetto di regolamento teso a modernizzare l’etichettatura degli alimenti, ad approvare un articolo che autorizza i «formaggi di imitazione,» prodotti nei quali la crema del latte è sostituita da diversi ingredienti. Se finiscono tra gli scaffali abbiamo l’etichettatura che ci può guidare ma cosa accade se pizzerie o ristoratori ne fanno un uso in cucina? In Germania per esempio Petra Zachari, rappresentante di una associazione di consumatori ha dimostrato in una indagine che alcuni campioni di formaggi serviti in alcuni ristoranti tedeschi erano degli esempi di imitation cheese

Un rapido tour su Google e scopro che ne esistono già diversi di cheese analogue in vendita negli USA e in altri stati. Gli imitation cheese vengono studiati da team di tecnologi e produttori alla ricerca del blend che riproducano il piu’ possibile le caratteristiche organolettiche dei formaggi autentici. Cosa contengono? tra gli ingredienti amidi modificati, grassi vegetali vari tra cui anche olio di palma, caseina, sottoprodotti di lavorazione del latte, fibre alimentari.

It seemes cheese but it is not!

Ecco qualche esempio pescato in rete:

Ma il prodotto che mi ha decisamente sorpreso in negativo è questa “imitation mozzarella” che è usata come ingrediente di una pizza surgelata in vendita in un sito di e-commerce. Complimenti a chi l’ha pensata!

adesso quando mi chiederanno un esempio di Junk food, saprò cosa citare.

Ecco gli ingredienti della Imitation Mozzarella Cheese: (Water, Partially Hydrogenated Soybean Oil With Citric Acid, Casein, Modified Food Starch, Dehydrated Mozzarella Cheese [Cheese {Milk, Culture, Rennet, Salt}, Milk Solids, Disodium Phosphate], Milk Protein Concentrate, Contains 2% Or Less of: Sodium Aluminum Phosphate, Salt, Lactic Acid, Disodium Phosphate,

Ehi, non è finita c’è anche l’Artificial Mozzarella Flavor [Modified Corn Starch, Corn Maltodextrin, Lipolyzed Butterfat, Artificial Flavors, Flavors],

volete dare uno sguardo al resto? senza parole.

Fonti:

-Assolatte_attacca_il_Parlamento_europeo:_Vuole_autorizzare_i_formaggi_di_imitazione

- -German Imitation Cheese

- Fake cheese alarm

Fonte immagine 1, 2

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20 marzo 2010

Le Misure urgenti sugli additivi nella ristorazione italiana arrivano su Nature News. La risposta del Sottosegretario alla Salute Francesca Martini

Appena uscita l’ordinanza del sottosegretario Francesca Martini sull’uso degli additivi nella ristorazione, si scatenarono numerose reazioni e furono pubblicati vari articoli e commenti, per la maggior parte ironici e sarcastici. A distanza di mesi, la notizia è arrivata sui media stranieri e perfino su Nature News con l’articolo: Italian molecular cookery ‘ban’ condemned.
Condivido il fatto che il modo e le vicende che hanno portato all’ordinanza sono strampalate ma se tutta la storia sarà servita a una maggiore trasparenza e spingerà – non solo i ristoratori – a informarsi e a leggere con maggiore attenzione la legislazione alimentare sugli additivi, sarà già stato fatto un passo avanti notevole.

Il burocratese con cui è scritta l’ordinanza non aiuta e anch’io ho riletto diverse volte i vari punti oltre ad aver ritirato fuori dalla mia biblioteca il testo Componenti non nutritivi degli alimenti di Giorgio Bonaga per rileggere i vari allegati ed elenchi di additivi. Un libro di qualche anno fa da impiegare come base su cui ragionare perchè negli ultimi anni sono stati apportati dei cambiamenti e sono state pubblicate nuove norme.

Nell’ordinanza che ho copiato qui, si parla in particolare di additivi per i quali sono stati definiti campi e dosi massime di impiego. Noto che c’è ancora parecchia confusione e c’è chi confonde dosi tecnologiche con dosi giornaliere ammissibili.

Le prime si riferiscono alle quantità di additivi da impiegare durante la produzione per raggiungere un preciso obiettivo, le seconde sono le quantità massime giornaliere da non superare se scegliamo alimenti che contengono certi additivi e hanno ovviamente implicazioni sulla nostra salute.

Come sanno gli addetti ai lavori, l’uso degli additivi alimentari non è consentito in tutti i prodotti.

Per alcuni sono state stabilite le dosi massime d’impiego, espresse in g/kg. In altri casi non si è arrivati ad una quantità massima ma l’uso tecnologico è consentito: q.b (quanto basta)

Altra abbreviazione che si trova sempre riferita alle dosi d’impiego è: s b.t.i (secondo buona tecniche idustriali). Fumoso vero?

Come detto sopra, le dosi massime di impiego sono le quantità di additivo necessarie per ottenere l’effetto specifico in un certo alimento e che non devono essere superate. Così ad esempio per impartire una determinata intensità di colorazione rossa ad un aperitivo analcolico occorreranno quantità di acido carminico (E120) o di rosso amaranto in quantità tecnologiche. Le dosi non sono uguali per tutte le applicazioni possibilli. Per esempio sulla base dei dati in mio possesso, il rosso cocciniglia è ammesso in quantità di 100mg/kg per burger e insaccati. Si arriva a 125 mg/kg nel formaggio marmorizzato rosso e a 200mg/kg per le salsicce.

Vorrei tornare sul tema prossimamente soprattutto sui residui presenti nei vari additivi alimentari e quali sono i criteri di purezza consentiti. Anche su questo tema ci sono state integrazioni recenti nella legislazione europea.

Comunque tornando alla Francesca Martini, ecco l’update sul sito di Nature News e la sua risposta alla rivista:

Italian undersecretary for health Francesca Martini has defended the additive ban in a statement sent to Nature on 19 March. “With this decree the Ministry of Health, as well as being consistent with what’s been established by international scientific organizations, has prevented improper or accidental uses [of additives] by chefs that might pose a risk to consumers,” she said. Martini noted that, unlike restaurants, the food industry “employs additives under conditions controlled by staff that are aware of how to use them”.

- Italian molecular cookery ‘ban’ condemned

- Nuove norme per additivi, aromi e enzimi alimentari

-Additivi alimentari (a decorrere dal 2010)

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20 dicembre 2009

Questa settimana su Trashfood

-Fresh-labels: le-etichette-intelligenti: tracciabilita-sotto-controllo Fresh label, innovativa etichetta con rivelatore di ammoniaca, una delle numerose sostanze che si formano dalla denaturazione della carne. Ottimo esempio di etichette intelligenti,è l’idea dello studio giapponese TO-GENKYO.

-Mozzarella al biossido di titanio: frodi alimentari al tempo del Codex Alimentarius Avreste mai pensato che il latte impiegato per produrre mozzarelle e altri formaggi può essere colorato con il colorante alimenatre biossido di titanio? E’ ammesso nella produzione in accordo con il Codex alimentarius seguendo le previste Good manufacturing practices (GMP)

-I nuovi aromi delle chips della Smiths Snack Foods? Canguro o Emu’. Siamo in Australia of course!

-Cosa avevano in comune la Chicken salsa servita da McDonald’s e i confetti bianchi Mars? Bravi, proprio il biossido di titanio,un colorante alimentare minerale.

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19 dicembre 2009

Fresh labels: le etichette intelligenti,tracciabilità sotto controllo contro le frodi alimentari?

Ingenious-Label-Design-Ensures-Food-Safety-1.png

Le ultime frodi alimentari segnalate sono di qualche giorno fa. Oltre dieci tonnellate di prodotti alimentari surgelati di pesce e molluschi con confezionamento ed etichettatura irregolare con conseguente perdita della tracciabilita’ degli alimenti, sono stati sequestrati dal Corpo forestale dello Stato di Brescia presso una ditta di prodotti alimentari locale. Alcuni prodotti,destinati a mense di ospedali, asili, enti pubblici, gruppi di catering,erano stati etichettati con allungamento della data di scadenza.

Questi fatti potrebbero essere di certo scoraggiati se fossero piu’ diffuse le etichette della foto. Le Fresh labels sono frutto della creatività dello studio giapponese TO-GENKYO e potrebbero essere davvero utili per impedire che prodotti scaduti vengano rietichettati e reimmessi in circolazione. Il progetto funziona infatti attraverso il rilevamento dell’ammoniaca che emana dal prodotto contenuto nella confezione. Se il livello di ammoniaca, una delle sostanze che si formano durante il deterioramento delleproteine contenute nella carne, raggiunge una quantità elevata, l’etichetta e il codice a barre non saranno più leggibili.

Ingenious-Label-Design-Ensures-Food-Safety-2.png

Fonte immagine:

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22 luglio 2009

Interrogativi

spaghettisauce

Leggendo l’ultimo bollettino del Rapid Alert system for Food and Feed, mi sono imbattuta nella segnalazione di una salsa.

Prodotto bloccato per uso non autorizzato del colorante E 127 – eritrosina in spaghetti condiment dalle Filippine.

Prodotto rispedito al mittente. Non vi chiedete anche voi chi fosse l’importatore e dove fosse diretta la spedizione?

P.S. L’immagine non è riferita al sequestro, è solo la prima che ho incontrato nella ricerca di indizi.

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