Gamberetti fuorilegge

Aumentano i consumi di alcuni prodotti ittici nel periodo delle festività, tra antipasti, cene e cenoni. Dovranno rivolgersi altrove gli importatori di aragoste surgelate provenienti da Cuba, come segnalato dall’ultimo bollettino Rapid Alert System for Food and Feed, bloccata l’importazione perchè contenevano livelli elevati di solfiti (RASF,2007).
Simile destino hanno avuto anche i gamberetti importati dalla Tunisia e dalla Cina, rispettivamente a causa di livelli fuorilegge di solfiti o per la presenza di inibitori della crescita batterica. Questo mi fa pensare che derivino da acquacoltura. Sapete chi è uno dei principali produttori di pesce da acquacoltura? la Cina. Un articolo pubblicato sul New York Times non è molto rassicurante sulle condizioni igieniche e sull’inquinamento degli allevamenti. Si concludono ‘patti strategici’ con la Cina, eppure il Financial Times, lo scorso Luglio, ha pubblicato questo articolo che denuncia il fatto che ben 750.000 persone muoiono ogni anno in Cina a causa dei livelli di inquinamento, dati ufficialmente pubblicati dall’agenzia cinese che si occupa di problemi ambientali. Oltre alla Cina anche il Vietnam sta emergendo come paese da cui si importano pesci e gamberetti allevati. Qualche giorno fa per esempio ho trovato un cartone di un misterioso pangasio proveniente proprio dal Vietnam.

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22 commenti on “Gamberetti fuorilegge”

  1. Grissino ha detto:

    Ciao Gianna!
    Qui il Pangasius Filet é molto comune! Lo vedi fuori anche nei ristoranti. E’ un pesce con un buon rapporto qualitá prezzo. 🙂

  2. Grissino ha detto:

    Dimenticavo: ma Cuba non é sotto embrago? Forse solo americano… Anche l’igiene lí non deve essere un granché come in Cina. La Cina sta pagando il suo velocissimo sviluppo economico avvelenando la sua terra e i suoi cittadini…

  3. paolo ha detto:

    A tal proposito ricordo che dal Vietnam sempre più spesso arrivano anche tonni e pesci spada lavorati con CO2, invece che affumicati. Purtroppo sfuggono ai controlli in quanto arrivano già affettati ed imbustati in magazzini al confine sloveno, dove importatori disonesti li dirottano verso i paesi UE, come il nostro, re-etichettandoli nelle lingue di quei paesi.

  4. Stefania ha detto:

    il pangasio… mi spiegate cos’e’? e’ forse l’halibut?

    Il Vietnam e’ dalla fine della guerra che si e’ dato all’acquacoltura. Con i soldi che la Banca Mondiale ha elargito per la ricostruzione dell’economia del paese. E poiche’ in quegli anni oltre al pesce c’era una forte richiesta di caffe’, ecco che il Vietnam, pur non essendo zona adatta alla coltivazione del caffe’ (per ragioni climatiche), e’ diventato uno dei piu’ grossi produttori (parliamo pero’ di robusta, e non di arabica). Tutto caffe’ che essendo di scarsa qualita’ rispetto ad altri, viene comunque impiegato dall’industria (penso che il Nescafe’ o altre ditte simili attingano da li’. Rimando al capitolo di Non c’e’ nell’etichetta che parla proprio di Vietnam: caffe’ e gamberi. I gamberi e alcune varieta’ di pesce vengono allevati in tutta l’Asia, dalla Cina sino all’India. Tipicamente, i gamberi vengono fatti crescere in fretta con l’aiuto degli antibiotici (come si fa per i polli, per farli ingrassare).

  5. Stefania ha detto:

    uh, dimenticavo un articolo dell’altro giorno sul Daily Mail, che riguarda il Tilapia, altra varieta’ di pesce che sta arrivando sulle ns tavole:

    http://www.dailymail.co.uk/pages/live/articles/news/news.html?in_article_id=505545&in_page_id=1770

    a me questo tipo di pesce fa un po’ senso perche’ per me e’ come un pesce tropicale – ricordate Un pesce di nome Wanda? 😀

    allora, qui siamo nel puro delirio: si importa un pesce da un paese che dovrebbe avere l’embargo per gravissime ragioni, dove il dittatore ha cacciato via i proprietari di aziende e che anziche’ recuperare la terra e farla amministrare per dare cibo alla sua gente, l’ha lasciata in disuso. Interessante, no… come interessi politici possano essere realizzati tenendo la popolazione alla fame…

  6. Fabio ha detto:

    1) Il pangasio è un pesce della famiglia del pesce gatto. E’ estremamente resistente in condizioni ambientali impossibili per la maggio parte degli altri pesci.
    Viene allevato soprattutto lungo il mekong, dove i metalli pesati ed i residui del napalm americano…
    Il pangasio è un pesce onnivoro, viene alimentato con gli scarti degli impianti di filettatura del pangasio stesso.
    Ovvimente in Vietnam si possono utilizzare una quanità e varietà di antibiotici ed additivi che in europa neppure immaginiamo.
    Spesso il filetto di pangasio viente “iniettato” di acqua mediante l’utilizzo di una macchina che è molto simile ad un letto per fachiri: al posto dei chiodi c’e’ una miriade di aghi tipo siringa. gli aghi scendono sul filetto ed iniettano:
    1)acqua
    2)sostanze atte ad aumentare il tempo di conservazione
    3)sostanze atte ad aumentare la capacità di ritenzione idrica della carne
    4)sostanze correttrici di sapore

    a questo punto ne avremmo abbastanza ma non basta!
    sulla superfice del filetto sembra venga utilizzata un’altra sostanza atta a rendere “bella” e “compatta” la superfice…
    Vi basta?

    Aggiungo che ci vuole un bel coraggio a presentare il pangasio in un menù, foss’anche di una trattoria per camionisti!
    Ma ho sentito dire che vi siano “ristoranti” che camuffano il pangasio ottenendo tre “falsi” pesci, ovviamente molto piu’ costosi…
    Ovviamente moltissime mense lo acquistano, all’ingrosso costa meno di due euro al kg!!!!!

  7. gianna ha detto:

    Fabio, hai dei riferimenti e links da suggerirci? grazie

  8. raff ha detto:

    C’è una voce che gira , ma non so se sia attendibile. Il pangasio viene utilizzato attorno alle vasche di acquacoltura per evitare che roditori passino sopra le reti per mangiare il mangime. Non riesco ancora a trovare traccie di questa voce , anche perchè la mia conoscenza di inglese e scarsa.Non mi attira molto l’idea di mangiare del pesce che si nutre di ratti

  9. LORENZO ha detto:

    Per Fabio e per tutti gli altri cercate sempre di citare le vostre fonti perchè altrimenti sono solo pensieri personali e non potete farli passare per fatti concreti.
    Infatti ciò che ha detto Fabio mi interessa molto ma come ha suggerito Gianna ci fai avere Links di riferimento.Grazie

  10. Stefania ha detto:

    @Lorenzo – hai perfettamente ragione. Vediamo se riesco a fornirti qualche traccia in piu’. Intanto qui puoi trovare una foto del pesce, chiamato in diversi nomi: basa / pescegatto del Mekong – sogliola del Pacifico – sogliola cinese etc.

    http://www.jjphoto.dk/fish_archive/warm_freshwater/pangasius_pangasius.htm

    La foto mostra un pesce di pezzatura piccola, ma lo stesso sito mostra altre varieta’ giganti – considera che quando si alleva pesce lo si fa arrivare a pezzature abbastanza grosse; un esempio nostrano che posso farti e’ quello del salmone o la trota salmonata che ora vengono comunemente venduti e sono quasi sempre d’allevamento – il salmone selvatico e’ piu’ piccolo e meno grasso. Per quanto riguarda il discorso dell’acquacultura in genere, se ne parla un po’ in un capitolo di Non c’e’ Nell’Etichetta di Felicity Lawrence – dove appunto un capitolo e’ dedicato allo sviluppo tecno-alimentare in Vietnam, acquacultura e caffe’ e del perche’ si e’ andati in Vietnam a produrre certe cose (in verita’ tutta l’Asia e i paesi in via di sviluppo hanno usufruito dei sussidi per l’acquacultura, gamberi e crostacei in genere). Quando i sussidi passano al paese ricevente, l’impatto che queste attivita’ hanno non solo all’ambiente, ma anche nel prodotto finale non e’ esattamente roseo (per lo meno, non lo e’ stato sinora!). Se tu vai qui (e’ una fondazione apolitica che si occupa di diversi problemi legati all’ambiente, causati da alcune produzioni di massa)

    http://www.ejfoundation.org/page92.html

    trovi tante relazioni che parlano dei problemi del mare, e in particolare quello sui gamberi intitolato ‘farming the sea, costing the earth’, parla di come avviene l’allevamento, quali i metodi usati e quali le conseguenze e le implicazioni, non solo sulla salute, ma anche su chi vive in queste aree e sull’impatto a livello sociale che questo tipo di business ha prodotto (appropriazione illegale di costa etc). Tu dirai: ma quelli sono problemi politici pertinenti alla nazione in questione – e’ vero, ma ora ci si e’ resi conto che la politica del libero commercio con paesi che non hanno l’infrastruttura adatta, ha solo causato problemi di svariata natura. L’inquinamento in particolare, non lo si puo’ arginare alle coste interessate, ne’ tantomeno le ripercussioni economiche di chi, nel paese importatore (tipicamente il commercio avviene da un paese in via di sviluppo ad un paese sviluppato) ha lo stesso tipo di attivita’ e non puo’ reggere la concorrenza di questo tipo di allevamenti. Ricordo anche che le compagnie aeree non pagano VAT sul carburante usato, e che ne’ i produttori ne’ i distrubutori pagano alcuna esternalita’ all’ambiente (in poche parole, sporcano senza ripulire). E ricordo ancora che l’aver introdotto le regole del libero commercio ha anninentato i famosi ‘marketing boards’ locali, che aiutavano il piccolo produttore nella gestione commerciale. Ora chi ha potere d’acquisto sono le grandi ditte export che lavorano solo ed esclusivamente sui volumi, e il piccolo produttore non riesce a gestire il problema dei prezzi (vedi anche post recente sulla tracciabilita’), se non alle condizioni dell’esportatore.

    per quanto riguarda il discorso del nutrimento di questi pesci, e’ vero, che vengono usati i vari scarti dell’acquacultura (ma non solo per il pangasio, anche per altre specie, per i crostacei etc), lavorati e ridotti a polveri – il principio e’ lo stesso che per anni si e’ utilizzato negli allevamenti di carne (e per questo abbiamo avuto la BSE, ovvero mucca pazza). Quindi da tempo ci si pone la domanda se tutto questo abbia senso sia da un punto di vista economico che da quello ambientale (le riserve di pesce si stanno abbassando). Fabio accenna anche al fatto che i filetti vengono iniettati di acqua, anche questo e’ vero, ed e’ una pratica tipica anche nella lavorazione delle carni, sopratutto di quelle che sono destinate alla filettatura (classico esempio: petti di tacchino e di pollo) – anche di questo trovi notizia sul libro che ti ho citato della Lawrence.

    Sul sito della FAO trovi un’introduzione sull’acquacultura.

    http://www.fao.org/fishery/topic/13540/en

    e vorrei anche rimandare ad un bell’episodio del podcast dell’universita’ di Stanford – per chi segue in inglese (la conversazione pero’ e’ lenta, e facile da seguire), dal titolo Big Plans for a Small Planet: Can We Feed the World Without Wrecking the Oceans? Meg Caldwell, Jeffrey Koseff, Rosamond Naylor, Pamela Matson (moderatore) – registrato a Seattle, uno dei luoghi dove l’acquacultura e’ praticata.

    con diversi dati, le specie etc.

    Spero di essere stata d’aiuto… ho diversi reports etc ma sono in inglese, comunque posso passarli per email se dovessero interessare.

  11. Paola ha detto:

    E’ mai possibile che il Pangasio venga servito nelle mense delle scuole di Arese? Ho sentito e letto di tutto su questo pesce e quello che ne ho tratto è che lo sconsiglierei anche al mio peggior nemico. Pare, invece, che il responsabile della nutrizione dei nostri bambini a scuola, un medico di cui per ora non farò il nome, non voglia sentir parlare di eliminare questo pesce asiatico dalle tavole delle mense a discapito della salute dei nostri figli.
    Cosa ci sarà dietro?

  12. Stefania ha detto:

    @ Paola – molte scuole tengono conto solo del prezzo di mercato ma non dei metodi produttivi e della catena alimentare degli alimenti presenti in mensa. Quindi quando viene indetto il bando per i servizi catering, la commissione basa le sue scelte sui costi finali ,senza pero’ mettere sulla bilancia le altre questioni, ad es. la tracciabilita’. Se protesti e parli di sicurezza alimentare, ti viene risposto che e’ il fornitore a garantirlo con le sue etichette, quindi a loro va bene cosi’. Poco importa che venga dalla Cina o dall’Ecuador. E’ possibilissimo che il pangasio venga servito in mense pubbliche, eccome. In Italia pero’ ci sono diversi esempi molto riusciti che rappresentano un compromesso fra costo e tracciabilita’ e stagionalita’, ovvero orientati verso la sostenibilita’. E’ stato di particolare successo, ad es. il progetto portato avanti dall’ex sindaco di Roma Veltroni il cui team e’ riuscito ad incentivare la distribuzione di prodotti locali nelle mense scolastiche. Roma ha cambiato proprio il sistema del concorso – nel 2002 tre criteri sono stati introdotti:
    1 bando degli OGM e dei prodotti surgelati
    2 i pasti proposti devono essere bilanciati dal punto di vista utrizionale
    3 la frutta fresca, bio e di stagione deve essere inclusa

    In piu’ hanno introdotto un sistema di ‘premi’ per incentivare le societa’ di catering a migliorare il servizio in questo senso. Se ne e’ scritto anche all’estero, perche’ e’ un esempio che ha funzionato e che verra’ applicato all’estero; non conosco la tua posizione etc, ma se sei un genitore o se hai la possibilita’ di fare campagna e portare queste nuove idee, ti passo qualche link che ti sara’ utile. Intanto c’e’ una legge, del 23 dicembre 1999, n. 488 che giustifica e reinforza le iniziative volte a creare qualita’ dei servizi di fornitura.

    Questi dati vengono da una newsleter dell ISPFI, the International Sustainable Public and Institutional Food. C’e’ un network con l’Italia, tramite AlimenTerra: se vai al loro sito

    http://www.alimenterra.org/

    trovi un elenco di partner da tutta l’Europa, c’e’ anche l’Italia – fai un giro e vedi quali informazioni puoi avere da loro, eventualmente puoi mandarmi una email se hai dubbi etc. Ogni scuola e’ diversa e diverse sono le realta’ locali, quindi molto spesso (sottolineo il ‘molto’) sta ai gruppi di societa’ civile, ovvero i consumatori, o i genitori degli studenti, etc etc, a portare avanti certi messaggi, senno’ prima che la situazione cambi deve succedere qualche ‘disastro’…

    un saluto

  13. stefano ha detto:

    ma se le carni di questo pesce sono cosi tossiche perche le autorita sanitarie italiane non fanno controlli accurati?

  14. Paola ha detto:

    @ Stefania, grazie per il tuo interessamento. E’ vero, sono un genitore e sono intenzinata a portare avanti questa “battaglia” perchè ritengo che sia un dovere di tutti, tanto più dei genitori, controllare l’operato di chi si occupa, sotto ogni forma, dei bambini. Il pangasio è un pesce dallo scarso valore nutritivo, proviene dal Vietnam dove viene allevato nel fiume Mekong le cui acque sono altamente inquinate addirittura inquinamento di tipo batteriologico e viene alimentato anche con scarti di macellazione dello stesso pangasio. Saperne la provenienza dovrebbe quindi bastare a non importarlo più come già fanno molti paesi occidentali.
    Purtroppo in Italia ci si scontra sempre con persone superficiali che male assolvono ai loro compiti.
    Un saluto

  15. Stefania ha detto:

    @ Stefano – non e’ che le carni di questo pesce siano tossiche, nel senso che provocano chissa’ quali malattie; il fatto e’ che vengono prodotte secondo metodi di produzione intensivi, per le ragioni discusse. Di conseguenza il valore nutrizionale di questi filetti e’ molto basso. Succede lo stesso con altre specie di allevamento intensivo, ad esempio il salmone (vivo in UK quindi questo esempio mi e’ a portata di mano). I salmoni da allevamento, cosi’ come ad es. i gamberi (i primi prodotti in vasta scala in Scozia, i secondi invece in Asia, ad es. Cina, Vietnam, India) vengono nutriti con mangimi e fatti crescere velocemente con antibiotici. Essendo allevati in spazi molto ristretti, per evitare il contagio immediato delle malattie, vengono disinfettati con sostanze chimiche e sempre a causa dello spazio ristretto, non potendo muoversi, accumulano grasso in maggiori quantita’ (il principio e’ lo stesso degli allevamenti intensivi di polli). Il risultato e’ che le carni finiscono con l’essere particolarmente ricche di Omega 6 anziche’ di Omega 3 e in generale hanno un contenuto nutrizionale inferiore rispetto a specie catturate con la rete. Pero’ questo metodo produttivo e’ economicamente vantaggioso per l’imprenditore, perche’ punta su livelli di produzione (alti) in qualsiasi periodo dell’anno (non tiene conto della stagionalita’ e non deve andare a pescare, quindi anche i costi sono bassi),ed e’ destinato ad un mercato di massa: tipicamente il salmone finisce nei banchi del supermercato, gia’ porzionato nelle vaschette e pronto all’uso, o nei prodotti surgelati. E il pangasio alle mense. Per quanto riguarda l’uso degli scarti, questo e’ pratica comune a tutti gli allevamenti ittici, i mangimi con cui vengono nutriti sono proprio prodotti dagli scarti dell’industria (cosi’ come si faceva per i mangimi delle vacche, negli anni pre-mucca pazza, con la differenza che le vacche sono erbivori).

    @Paola – intanto ti mando un grosso augurio; non sara’ facile ma ne varra’ la pena. Sopratutto ti renderai conto che tanti altri genitori sono completamente ignari di queste problematiche (preferiscono delegare al direttore didattico questi problemi) e quindi il primo grosso passo sara’ quello di creare un interesse e un coinvolgimento da parte loro. Vedrai, ti verra’ detto che ci sono problemi di costo; ma si puo’ rispondere semplicemente che ci sono specie dei ns mari che costano altrettanto poco (ad es. il pesce azzurro). I cambiamenti sono difficili da effettuare sopratutto se consolidati nel tempo. Facci sapere come va e se hai bisogno di altri spunti o idee.

  16. Stefania ha detto:

    @Paola – ho trovato un altro dettaglio, se vai al ministero salute, pag. 49-50

    http://www.ministerosalute.it/alimenti/resources/documenti/nutrizione/PROGETTO_OBIETTIVO.pdf

    trovi esplicitamente come si dica esplicitamente ‘Nelle mense debbono
    essere tenuti nella giusta considerazione i prodotti locali, sia quelli preparati con tecniche
    tradizionali, sia quelli che rispondono a criteri biologici, e le tradizioni gastronomiche del
    luogo.’. Questo e’ naturalmente solo un documento di strategia nazionale, dovresti avere la pazienza di cercare le linee guida relative alla ristorazione scolastica della tua regione. Io se vuoi posso passarti per email la newsletter di cui ti accennavo sopra, e’ in parte scritta in Italiano, dove ci sono elencati una serie di esempi positivi ‘made in Italy’.

  17. gianna ha detto:

    Le linee guida ci sono, ma a livello locale poi le realtà differiscono considerevolmente. Paola, non c’è un comitato mensa nella scuola di cui ci parli?

  18. Stefania ha detto:

    esattamente, bisogna capire il perche’ non sono seguite a livello locale – alle volte puo’ essere semplicemente che la persona addetta non ha saputo leggere bene le linee guida…

    ancora sul pangasio

    http://www.agricolturaitalianaonline.gov.it/contenuti/studi_e_ricerche/progetti_di_ricerca/nutrizione/inran_il_pangasio_specie_ittica_emergente?eZSESSIDagriconline=

  19. Dario Bressanini ha detto:

    personalmente ritengo una follia economica l’obbligare le mense scolastiche a usare cibo biologico, quando NON è per nulla dimostrato che ci sia un reale vantaggio nutrizionale significativo. A me sinceramente pare più il risultato di un lavoro di lobby eccellente e di una buona dose di ideologia che vede nel bio la salvezza da non si sa bene che cosa. Andando a vedere la letteratura scientifica dei vari confronti tra bio e non-bio (e ci sono una marea di lavori) si trova di tutto. A volte non c’è nulla di differente, a volte ci sono differenze spesso strombazzate (chenneso’, la maggior quantità di vitamina C nei pomodori) ma di dubbio interesse reale, visto che se voglio dare della vitamina C ai bambini è meglio dargli qualche agrume fresco 🙂
    A volte ci sono differenze significative a favore ma a volte il bio è addirittura peggio. A me questo suggerisce semplicemente che i risultati siano praticamente casuali e ognuno riporta quello che vuole (si chiama “selection bias”) a seconda di quello che vuole dimostrare. In ogni caso non c’è NESSUNA base scientifica per obbligare una istituzione pubblica a spendere di più comperando in modo generico dei prodotti biologici. Farebbero bene a usare quei soldi in altra maniera a mio parere

  20. Gianna Ferretti ha detto:

    Nessuno “obbliga” le amministrazioni comunali o altre istituzioni coinvolte nella ristorazione collettiva (penso agli ospedali per esempio) a acquisti di prodotti biologici o del territorio. E’ vero però che alcune Regioni hanno dei fondi e possono coprire parte delle spese, ma il finanziamento per l’acquisto di prodotti biolgici (es.pasta, riso, olio,legumi) -sulla base delle mie conoscenze-non può durare piu’ di due anni.

    Quando gli addetti ai lavori vengono sensibilizzati sulle forniture, non è solo per gli aspetti nutrizionali che si propongono alimenti biologici.Infatti i dati sulla composizione in nutrienti sono stati pubblicati solo negli ultimi anni,sono altri aspetti della qualità alimentare quelli su cui si basano certe indicazioni.

  21. Dario Bressanini ha detto:

    Gianna: sono sicuro che in alcune regioni è reso obbligatorio da una legge regionale per gli asili, ad esempio

  22. […] tratto dai commenti al post “Gamberetti fuorilegge” pubblicato su Trashfood […]


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