Le abitudini alimentari degli italiani tra nuove tendenze e solide tradizioni

Stamattina ho trovato un documento sull’ Evoluzione delle abitudini alimentari degli italiani tra nuove tendenze e solide tradizioni. Il lavoro, presentato un mese fa a Roma, è frutto di un progetto di collaborazione tra la Delegazione di Parma dell’Accademia Italiana della Cucina e la Fondazione Censis, con il sostegno di Barilla Spa e della Fondazione Banca Monte di Parma.Il documento ricco di tabelle si compone di tre parti:“L’evoluzione dei consumi alimentari”, “Il cammino verso una società “gastronomicamente matura” e “La dimensione gastronomica nel vissuto familiare”

Qualche cifra al volo:

Quanto spendono gli italiani per l’alimentazione? Nel 1975 all’alimentazione era destinato il 34%del budget mentre nel 2006 è sceso a 18,9%.

-Diminuisce costantemente la percentuale di italiani che consumano formaggi quotidianamente (dal 34,8% del 1994 al 28,0%% del 2001 fino al 25,5% del 2005) (Istat)

-Le verdure pulite e confezionate vengono oggi acquistate con regolarità dal 43% degli italiani

-Il consumo di alcool presenta un trend storico decrescente, passando dai 16 litri pro-capite di 30 anni fa agli attuali 6,9 litri. (Osservatorio giovani e alcol)

-Il contenuto di grasso dei suini passa dal 40% al 20% del totale, i grassi “insaturi” (quelli, cioè, considerati “buoni”) salgono dal 30% al 65% del totale. (Assica)

Fatturato del settore alimentare. Il 24% del fatturato complessivo dell’industria alimentare proviene da prodotti innovativi o comunque frutto di un’evoluzione (sughi pronti, oli aromatizzati, condimenti freschi, surgelati, prodotti e piatti pronti, verdure in busta, ecc…). Gli alimenti classici della tradizione italiana assicurano il 66% del totale del fatturato. Il restante 10% è coperto dai prodotti tipici e dal biologico.

Formazione. 442 scuole di gastronomia pubbliche e private (Istituti, Università, Associazioni, Società, ecc.) che propongono corsi e diplomi di diversa durata, 80 mestieri (nuove e vecchie professioni) legati al vino e alla cucina, 216 titoli di studio che concludono percorsi formativi nel settore dell’enogastronomia

Turismo.139 Strade del Vino e dei Sapori, 123 Musei dedicati al Vino, ai Prodotti alimentari e alla Cultura contadina, 2.684 sagre a carattere enogastronomico, 160 premi
gastronomici.

Divulgazione. 51 programmi radiotelevisivi, 259 periodici, 620 opere di cucina e ricettari vari pubblicati nel 2005, 1.015 siti internet dedicati a vino, cibo e turismo enogastronomico (approfondimenti, ricettari, tradizioni, banche dati, itinerari, ecommerce, …).
La tiratura dei mensili specializzati su temi gastronomici è passata da 349.164 copie del 1993 a 1.675.816 copie del 2004 (nel 2005 è scesa a 1.173.135); l’incremento 1993-2005 è stato del 70% (per l’intero settore dei mensili del 39%).

Qui ci si può registrare per leggere il documento:


16 commenti on “Le abitudini alimentari degli italiani tra nuove tendenze e solide tradizioni”

  1. Grissino ha detto:

    Il formaggio viene visto come grasso. Invece il grasso che c’é nei bustoni di piatti pronti nessuno lo vede… e quello che uno usa per cucinare nemmeno. Quante volte ho visto verdure e carni navigare nell’olio. Peró il formaggio no perché é grasso. Bah.

    Che pena.

  2. Gianna Ferretti ha detto:

    A me ha colpito il numero dei periodici. 259! mi piacerebbe avere l’elenco.

  3. Stefania ha detto:

    Ho basato il mio ‘paper’ su questo tema, focalizzandomi sull’Italia perche’ rispetto ad altri paesi europei sembra un po’ in ritardo con i tempi. Nel senso che il passaggio da vecchie a nuove abitudini alimentari avviene in maniera piu’ subdola rispetto ad altri paesi, ma si nota. Se voi chiedete ad un ventenne di oggi quali sono le verdure e la frutta tipica della primavera o dell’estate, mica vi sa rispondere. La mia sensazione e’ che in Italia si sottovaluti questo trend per via del nostro passato, ma … in verita’ ora come ora le generazioni piu’ giovani si accontentano di cibi pronti in scatola o pizze da supermercato di quelle che possono essere tagliate solo con le forbici (visto con i miei occhi in Italia !)…. pensate a tutte quelle incredibili conoscenze (olfattive, tattili, gustative) che andranno perdendosi solo perche’ in molti si rivolgeranno alle buste pronte, e continueranno a comprare prodotti commercializzati come quelli senza grassi che contengono invece grassi trasformati e zuccheri (che poi si trasformeranno in grassi). Le riviste? si, ho notato che ce ne sono tante davvero, da farsi venire il mal di testa. E tutte iniziano con grandi obiettivi ma poi finiscono con l’essere cariche di pubblicita’ e poca sostanza. La stessa cosa succede nel Regno Unito sui canali satellitari e pubblici, con i programmi di cucina – dove gli chefs mostrano quanto e’ facile fare una zuppa o un’insalata diversa dal solito (pensate a che punto sono arrivati), che fanno tanta audience ma alla fine non insegnano niente! io mi chiedo: ma quando la smetteranno di guardare questi programmi (o comprare riviste) e inizieranno a cucinare davvero?

  4. Corsaro ha detto:

    L’ottimismo cun cui i burocrati o meglio “culi pallidi”, mi scusi la sincerità, decantano, vedi: Il cammino verso una società “gastronomicamente matura”, la situazione è perfettamente in linae con i loro interessi. Sono anni che si omologa tutto, creando e plasmando tutto ugale, tutto piatto, tutto buono e pulito. Chiaro che poi questa “pappa fatta” viene inscatolata, infiocchettata e venduta come gastroprogresso. Ma le masse sono felici e contente, finchè dura… Corsaro

  5. Stefania ha detto:

    Domanda: in Gran Bretagna ci sono tante NGOs impegnate nel campo alimentare – ognuna concentrata su una nicchia specifica: ad es. la ristorazione negli ospedali o nelle scuole, una sugli additivi usati dall’industria etc etc oltre ad esserci poi la Food Standard Agency nel ruolo di osservatore. In Italia, a parte la Slow Food (che nasce come fondazione e movimento) … come si e’ organizzata la societa’ civile? a me pare ci sia molto, moltissimo da fare per ri-equilibrare quei 3 punti di forza (stato, industria, societa’ civile), che al momento mi paiono un po’ sfasati… non so cosa ne pensiate…

  6. Corsaro ha detto:

    @ Stefania: io come produttore ho sempre rifiutato le strade fatte, come quella che hai citato. Lavoro con le mie forze e ultimamente, con altri produttori stiamo cercando di fare un gruppo di lavoro indipendente. Per e con i consumatori.

  7. Stefania ha detto:

    si ed e’ appunto proprio in base a questo sforzo positivo che i piccoli produttori come te hanno bisogno della societa’ civile cosi’ come del supporto dello stato. Penso che alle masse si dovrebbe insegnare un’alternativa, e l’insegnamento deve poter venire da tutti e 3 questi punti di riferimento – statale con regolamentazioni adeguate tipo il bando di certe pubblicita’ ingannevoli, la societa’ civile che metta in risalto problemi di natura sociale e infine l’industria stessa che prenda le sue responsabilita’. Non si puo’ negare che i rapporti debbano esserci fra l’uno e l’altro polo… perche’ altrimenti come si fa ad instaurare il rapporto con il consumatore ‘distratto’? faccio un esempio veloce: nello scrivere dell’Italia spesso rimango stupita dalla totale mancanza di informazione oggettiva su certi problemi. Nel Regno Unito, dove mi trovo, si trovano relazioni sia sui siti dei ministeri, che su quello delle NGOs che sulle pubblicazioni accademiche. In Italia, l’informazione obiettiva e’ roba rara. Nessuno si prende la briga di fare delle relazioni indipendenti – anche quella citata all’inizio di questo post e’ sponsorizzata in parte dalla Barilla…

  8. Corsaro ha detto:

    Nella informazione enogastronomica manca, o è molto recente e mal fatto, lo zampino dei sinadacati agricoli. Quelli che avrebbero dovuto fare il lavoro che ha fatto slow food in 20 anni. Per risponderti, da corsaro del gusto, ti dico che in Italy c’è l’informazione di lobby. E i contadini devono stare zitti e bravi, come i camionisti. Tanto tutto va bene, ahh povera Italia.

  9. Stefania ha detto:

    si, hai perfettamente ragione! questa e’ anche la mia impressione. E’ questo modo di fare molto di parte cosi’ come la totale mancanza del lavoro di ‘equipe’ che purtroppo rovina tante cose…

  10. deborah ha detto:

    sulle 139 strade del vino, volevo solo dire che sono solo sulla carta

  11. Gianna Ferretti ha detto:

    Qualcuno di voi ha letto l’intero documento?

  12. Stefania ha detto:

    io! 🙂

  13. camoni davide ha detto:

    sono comunque risultati incoraggianti. per quanto mi riguarda ho partecipato ad un convegno in marzo riguardante i consumi italiani e pro capite di vino.
    il consumo di vino di qualità è aumentato, e così anche l’utilizzo delle bollicine. il bianco è diminuito dopo un trend in crescita fino al 2000, rimane alto il consumo di vino bianco aromatico (gewurtztraminer, riesling, passiti)..
    il rosso ha ripreso il ruolo che gli spettava!

    comunque mi registrerò per leggere il documento, molto interessante.

    ah, dimenticavo: l’obiettivo delle organizzazioni mondiali di vite e vino è quello di far passare il consumo procapite cinese da 1 litro annuo a 2 litri annui…

  14. Stefania ha detto:

    si, si, anche io sono rimasta colpita dai passi in avanti fatti dal settore del vino e non solo in Italia. Da che abito qui in UK (quasi 12 anni) il bere vino e’ diventato molto piu’ ‘facile’ anche qui – e Tesco stava programmando una distribuzione di vino a prezzi ancora piu’ bassi (chissa’ che roba)… fra l’altro anche la produzione si sta spostando qui in alcune zone del sud dell’Inghilterra. Ho letto gia’ l’anno scorso sul Wall Street Journal mi pare, che diversi viticoltori di champagne si stanno trasferendo qui per via del cambiamento climatico che garantirebbe qui in UK una migliore vendemmia (!)…

  15. gianna ha detto:

    Che delusione la lettura delll’intero documento! una sommatoria di dati di studi di altre Associazioni o Enti, a volte senza riportare neanche la data.

  16. Stefania ha detto:

    si – io infatti l’ho letta come una relazione di marketing industriale, fatta dall’industria per l’industria con l’aiuto di un ente che dovrebbe svolgere ricerche indipendenti – il solito mix interessi tutto italiano. Il tutto, per giustificare il prossimo lancio delle proposte nutraceutiche, trend che peraltro e’ globale, e per dire che gli italiani sono cosi’ stressati e attenti alla linea tanto quanto i vicini d’oltralpe e d’oltremanica, da meritarsi il lancio di una gamma di nuovi prodotti che risolveranno tutti (o quasi) i loro problemi.


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