I marchi delle Marche

Va avanti il progetto QM, Qualità garantita dalle Marche. Dall’assessorato all’Agricoltura delle Marche, arriva anche la notizia delle risorse economiche che ammontano a 100 mila euro e serviranno «per soddisfare il bisogno di sicurezza alimentare dei consumatori, orientare le loro scelte verso prodotti locali più freschi e più buoni, e rafforzare le aziende agricole marchigiane». Si legge che sono un centinaio, per ora, gli imprenditori agricoli che hanno aderito volontariamente al progetto, sottoponendosi ad un disciplinare di regole elaborato e controllato dall’ Assam, attraverso un sistema informativo per la tracciabilità e rintracciabilità dei prodotti agroalimentari (Sitra), cui è possibile far riferimento anche per via telematica.

Dopo la filiera del latte (Cooperlat) è stato approvato dalla giunta regionale anche il disciplinare della filiera ittica Made in Marche (!).

D’ora in poi si legge: Il pesce fresco dell’Adriatico si riconoscerà dal marchio di qualità ‘QM’, che riconosce e certifica la rintracciabilità delle specie ittiche cosiddette “nostrane”. Un marchio che diventerà obbligatorio stampare sull’etichetta che accompagna tutto il pesce in vendita e dovrà essere usato anche dai ristoratori che preparano piatti di pesce fresco. Sull’etichetta per la commercializzazione sarà possibile anche riconoscere la zona adriatica del pescato (alto, medio, basso Adriatico).Ecco il logo:

logo QM pesce

Non so quando troveremo il pesce con il marchio QM sul mercato. Faccio un giro in rete e cosa trovo? Intanto il marchio Qualità del Consorzio pesca di Ancona.

pesce certificato

Pesce certificato dell’Alto Adriatico? anche l’Emilia Romagna aveva pensato alla stessa cosa. Altro logo.

pesce certificato Emilia romagna

E non è finita, trovo anche notizia de la Filiera ittica ,progetto promosso dall’OI-Organizzazione Interprofessionale Filiera Ittica — riconosciuta dall’Unione Europea — e sostenuto dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali. Il progetto “Filiera Ittica” coinvolge le diverse organizzazioni di produttori, con le loro imprese di pesca associate, di 4 regioni: Emilia-Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Marche.

Filiera ittica

Quando avremo il marchio Pesce Alto Adriatico al Cubo??

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6 commenti on “I marchi delle Marche”

  1. Stefania ha detto:

    Penso che ce ne siano piu’ di quanto possiamo immaginarci, di standards di qualita’ del pesce. Stiamo ‘navigando’ all’interno di una normativa europea che ha tentato di dare regolamentazione e trasparenza anche a questo settore difficile (in quanti non sanno riconoscere il pesce fresco e vengono imbrogliati all’acquisto !?). Ebbene, la nuova normativa e’ in vigore dal 2002 e il suo scopo e’ quello di fare distinzioni fra metodi di pesca e specie quantificando il tutto nel costo finale – ‘premiando’ l’acquacoltore o il pescatore che rispetta l’ambiente e svolge la sua attivita’ in maniera responsabile, con la possibilita’ di vendere il proprio prodotto a prezzi maggiori.

    Qui in UK li ho notati da un po’ (cucino pesce in media 2-3 volte alla settimana) – sopratutto le spigole e il salmone , oltre che naturalmente tutti i frutti di mare, arrivano etichettati. Devo dire che pero’ la mia fiducia va quasi esclusivamente al fornitore a cui mi rivolgo (pur sapendo riconoscere il pesce fresco) e mi rendo conto che l’etichettatura rende la rintracciabilita’ possibile e in caso di guai e’ piu’ facile capire da dove arrivino (non so perche’ ma automaticamente mi vengono in mente i casi di colera trasmesso dai frutti di mare, che fecero scalpore in Italia… forse alla fine degli anni 70 ? chi mi aiuta ? – ho ricordi vaghi..)

    Certo e’ che sono finiti i tempi in cui si poteva andare a fare pesca subacquea indisturbati – per fare un esempio, il governo delle Baleari applica multe salatissime a chi (sub dilettanti) torna a galla con un carico che superi anche solo di qualche etto i limiti consentiti dalla legge. Allego qui il documento in inglese pubblicato dalla FAO sulla pesca.

    http://www.fao.org/fishery/topic/13293

  2. gianna ha detto:

    Si, certo che è importante poter ricostruire la filiera ittica, ma in quest caso assistiamo ad un proliferare di marchi, almeno sulla base dei documenti che si trovano.

  3. Stefania ha detto:

    piu’ che altro secondo me si rischia l’ ‘assuefazione’ da parte del consumatore. In generale i consumatori vedono spuntare questi marchi come funghi sul banco del pesce, senza sapere neppure cosa significhino – ma io penso che sta anche al commerciante informare ad esempio esponendo in negozio una lista dei marchi che vende, che spieghi esattamente cosa sono e la provenienza – indubbiamente e’ molto piu’ facile l’identificazione del prodotto nel caso di un’emergenza alimentare … quello che non capisco (non vivendo in Italia) e’ questo: un pescivendolo in una citta’ media italiana, che percentuale di pesce vende , che non sia pescato in acque locali? ossia; un esercizio di centro italia vende pesce pescato in Sicilia? quanto viaggia ‘sto benedetto pesce in Italia? qui molto viene importato dalla Francia, alcuni mitili dall’Italia e dall’Olanda, altri dalla Scozia, mentre altre specie (sardine, capesante etc) sono delle coste UK. Gamberi dall’Asia e astici (le aragoste non si trovano) dalla Scozia o dal Canada.

  4. paolo ha detto:

    La proliferazione, senza coordinamento, dei marchi di qualità in una regione o nella regione limitrofa (le Marche sono meno alto adriatico del Veneto?) é dovuta al fatto che, purtroppo, le autorità competenti in materia sono troppe: province, comunità varie, regioni, associazioni, governo e successivi. Da consumatore informato non posso che essere frastornato, perché appena conosco bene un marchio, subito dopo ne nasce un altro, che più o meno tutela le stesse cose, immagino cosa succerebbe se fossi disinformato!
    I commercianti non possono spiegare tutti i giorni a tutti i clienti le stesse cose, alla fine i depliants, quando esistono, vanno esauriti e tutto muore lì. Immaginiamo cosa fanno i commercianti disonesti… Dobbiamo anche tenere presente che in Italia la maggior parte delle superfici di vendita del pesce sono quelle dei mercati, fissi o ambulanti, seguite dalla GDO ed, ultime, dalle pescherie. La percentuale é mediamente circa il 50% di prodotto nazionale, fresco e/o di allevamento, il resto é surgelato o estero, nel migliore dei casi, perché nella GDO quasi tutto é di allevamento o surgelato straniero. Sarebbe interessante fare anche una suddivisione per zone, perché in alcune città si trovano dei prodotti che in altre non esistono, tranne che a Milano, dove si trova il meglio di tutto perché la migliore pescheria d’ Italia é la Malpensa (sì proprio l’aeroporto). Qui si trovano feschi, quotidianamente, aragoste di Calasetta, gamberoni rossi dell’Oceano indiano, pesce spada del canale di Sicilia, ostriche di Cancale, acciughe di Camogli, cozze di Rovigo, salmone dell’Alaska, scampi norvegesi, merluzzi del Baltico etc. etc.
    Alla Malpensa si riforniscono la maggior parte dei grossisti del nord Italia che riforniscono, a loro volta, le pescherie, la ristorazione ed i mercati. La GDO acquista per canali propri tramite le centrali d’acquisto.
    Faccio alcuni esempi: in Liguria la presenza di pescato é minima, c’é molto surgelato, le marinerie non esistono e le cooperative faticano ad uscire dalle proprie province, tranne le cooperative di Finale ligure (SV) e di Camogli (GE) per determinati prodotti come le acciughe. La produzione di cozze non é sufficiente a livello regionale, nonostanze i numerosi allevamenti dello spezzino che però riforniscono tutta la costa toscana fino oltre Livorno. Nel Ponente si trovano solo cozze spagnole e qualche volta sarde. In Toscana, sono quasi scomparsi pesci come il grongo, il nasello, l’anguilla di mare, ingredienti base del famoso caciucco, perché le marinerie straniere hanno “dragato” i fondali sabbiosi con le pompe, portando via tutto. Le cicale, ora é la stagione, costano 20 euro al kg., negli anni ’70 al mercato di Viareggio le davano di resto. Altro esempio: a Torino le cozze arrivano da Goro e da Olbia, a Milano da Olbia e da Taranto. A Verona invece il pesce viene quasi tutto dall’Adriatico. Con questo voglio dire che, come per i famosi tagli di carne, sono stati i consumatori ad orientare il mercato: a Torino si mangiava poco pesce d’inverno e lo si mangiava d’estate in Liguria, oggi é il contrario. A Viareggio le massaie non fanno più il caciucco perché é faticoso cucinarlo, ci vuole troppo tempo, vuoi mettere i bastoncini fritti e pronti? A Milano le cozze si vendono solo se sono già state pulite dalle macchine, altrimenti pelose non le vuole nessuno e guai a non avere il branzino, perché i rombi o i pagelli restano a rinsecchire sui banchi. Così come le sarde o gli sgombri, sono troppo grassi! E vuoi mettere il tonno, solo rosso of course, per fare un bel sushi con gli amici? Mentre le acciughe, a 6 euro al kg, sono diventate il pesce dei poveracci…
    Io ho un bellissimo ricordo, risale al 1989, ero a Parigi a place de la Bastille, dove c’é uno splendido mercato del pesce all’aperto: mangiavo a colazione ostriche bretoni freschissime (8 varietà diverse!) che sui banchi vendevano a pochi centesimi l’una, l’equivalente di 3-400 lire, aperte al momento dalla pescivendola, in un anfiteatro di cataste di pesci e di crostacei multicolori, una vera orgia per il palato e per la vista!

  5. […] vendere e magari un po’ sciupati perchè rimasti tra le reti. Qualche giorno fa parlavo dei marchi di qualità del pesce. Paolo nei commenti ha scritto che in Toscana, sono quasi scomparsi pesci […]

  6. […] ripresa la campagna divulgativa sul marchio di Qualità Qm garantito dalla Regione Marche. Sono riapparsi i manifesti riguardanti anche il latte, la carne e la […]


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