La parodia del mangiare italiano

Dopo il falso Made in Italy in giro per il mondo, da Severgnini-addicted, e non solo perchè è interista come la sottoscritta, vi segnalo il contributo “Smettete di mangiare italiano” apparso sul Corriere della Sera di oggi. Un appello rivolto a tutti gli stranieri che dicono di amare il cibo italiano ma spesso ne incoraggiano solo la parodia. So che passano lettori italiani che vivono all’estero.

Avete esperienze da raccontare?

-Paolo ci racconta:
Clienti tedeschi dell’albergo di mio suocero, sulla riviera ligure, ordinavano il cappuccino a fine pasto o dopo una colazione a base di uova, patatine fritte, salsicce e birra.
Amici miei di Los Angeles, al loro primo viaggio in Italia nel 1988, si sono rifiutati di mangiare in pizzeria perché la pizza era bassa!
A casa loro condivano gli spaghetti (ben scotti) col ketchup….E’ inutile voler insegnare a mangiare ai popoli che non hanno una loro cucina. Noi faremmo cena con una pannocchia bollita condita con la margarina ed un bicchierone di latte pastorizzato?

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22 commenti on “La parodia del mangiare italiano”

  1. Gianna Ferretti ha detto:

    Grazie a Stefania per l’assist!

  2. paolo ha detto:

    I clienti tedeschi dell’albergo di mio suocero, sulla riviera ligure, ordinavano il cappuccino a fine pasto o dopo una colazione a base di uova, patatine fritte, salsicce e birra.

    Amici miei di Los Angeles, al loro primo viaggio in Italia nel 1988, si sono rifiutati di mangiare in pizzeria perché la pizza era bassa!
    A casa loro condivano gli spaghetti (ben scotti) col ketchup….

    E’ inutile voler insegnare a mangiare ai popoli che non hanno una loro cucina. Noi faremmo cena con una pannocchia bollita condita con la margarina ed un bicchierone di latte pastorizzato?

  3. Stefania ha detto:

    😉 eppure non sono tutti cosi – l’America e’ un continente, quindi dovremmo semmai fare il confronto fra Europa e US, piuttosto che Italia e US (per essere piu’ ‘fair’). Conosco newyorkesi che hanno una raffinatezza e una consapevolezza del il mangiar ‘bene’ che uno del mid-West o un italiano se lo sognano.

    E per rispondere alla questione posta da Paolo: si, e’ giusto, e bisogna continuare, insistere, ribellarsi alle assurde ‘creazioni industriali’ o mode che vogliono il cappuccino dopo la cena – e qui sbaglia Severgnini ad accettare l’idea del ristoratore che dice ‘che li’ fanno cosi’. E’ anche vero che se nessuno glielo insegna non lo sapranno mai – io lo faccio spesso notare ad amici stranieri che cenano con noi, quando dico loro che il cappuccio in Italia si beve solo a colazione cadono dalle nuvole. Ho anche saputo di chefs italiani che servivano , all’estero, agnello bollito sopra la pasta facendolo passare per italiano – quindi, mi spiace, la colpa e’ forse anche un po’ nostra, che quando poi andiamo fuori, non ci stupiamo piu’ di quello che vediamo e finiamo con l’accettarlo – d’altronde, il grande successo del sushi parla chiaro: e quando mai ha fatto parte della ns tradizione…? eppure, se non mangi sushi non sei fico. E inoltre, fa pure ‘dimagrire’ (pure questa idiozia ho sentito in giro, come se il pesce e il riso del sushi non avessero calorie!).

    E d’altronde la ns cucina non e’ quella dei nostri nonni (e anche qui sbaglia Severgnini, il libro di Dickie l’ho letto anche io e forse non ha compreso l’osservazione in pieno) – in quanto la cultura contadina c’entra sino ad un certo punto: ovvero e’ solo dopo lo spopolamento delle ns campagne nel dopoguerra e durante il boom industriale (ricordate la frase della madre di Rocco nel film di Visconti?) che la cucina si evolve per diventare quello che e’ oggi: nelle campagne non si mangiava certo pasta fresca o manicaretti vari se non quando si trovavano gli ingredienti, e il pane era particolarmente indigesto (perche’ si faceva con molta piu’ fibra e lo si adulterava per aumentarne il peso). Semmai, quello che ci rimane da capire (intendo globalmente) e’ che non c’e’ soluzione a tutti i problemi alimentari di questa era, se non tornando alle campagne con la saggezza che ci compete. Ora che abbiamo capito che la monocultura e l’industrializzazione di cibi semplici non funziona, che aspettiamo? continuiamo a comprare l’Activia? o il Raguletto? continuiamo a ripetere che non abbiamo tempo per capire cosa esattamente stiamo mettendo dentro il nostro corpo? suvvia….

  4. Grissino ha detto:

    Non mi trovate d’accordo. Ne con Paolo ne con Stefania. Con Paolo proprio ZERO perché non é vero che tutti gli americani sono ignoranti in fatto di cibo e nemmeno che tutti gli italiani siano quelle gran cime. Certo, da noi c’é piú cultura del mangiare. Ma non significa che negli States non si possa trovare delle buone cose o che da noi ci siano delle schifezze propagandate per cose deliziose. Di certo non bisogna prendere come esempio gli americani piú ignoranti. Al massimo quelli della classe media. Stefania, ma se a loro piace il cappuccio alla fine di un pasto che problema c’é? Chi ha stabilito che il cappuccino debba essere bevuto solo alla mattina? Il mangiare é un piacere e le regole sono: cucinare bene e con prodotti di buona qualitá. STOP. Sai quante volte sono stato invitato in Italia e alla fine del primo (magari anche di un secondo) mi é stato detto “bene, vuoi un pó di frutta”?
    Io ODIO la frutta a fine pasto, figurarsi poi se é addirittura una macedonia!! A fine pasto ci deve essere il DOLCE (o il formaggio). Quindi non pretendiamo di stabilire delle regole per tutti. Diciamo che MOLTI ITALIANI MANGIANO… oppure MOLTI AMERICANI MANGIANO… e non diamo giudizi se é bene o male. E se per caso mi invitate a pranzo o a cena, per favore EVITATE di offrirmi la frutta a fine pasto. Grazie. 😛

  5. franco ha detto:

    quando si mangia si sta in silenzio ! Siiiiiiiiii!! Si parla troppo….

  6. Grissino ha detto:

    Beh, e quelli che non parlano perché guardano la TV? Meglio parlare, vah…

  7. Stefania ha detto:

    si Grissino, ma il mio commento si riferisce solo ad un aspetto nutrizionale su cui sopratutto gli amici americani dovrebbero riflettere meglio: una scodella di latte e’ assai ricca, ti riempie (tant’e’ che per molti italiani, accompagnata dal pane, costituisce il pasto serale) e puoi capire che se hai gia’ mangiato un primo e un secondo-contorno forse e’ un po’ troppo… – per quanto riguarda la frutta, neanche io la mangio dopo il pasto ma a merenda….

  8. Stefania ha detto:

    scordavo poi un altro dettaglio: che molti prendono il cappuccino perche’ trovano il caffe’ italiano troppo forte, ma sono inconsapevoli che da noi basta chiedere un ‘macchiato’ … vedi, anche questo va insegnato…

  9. gunther ha detto:

    l’idea che si ha delle cucina italiana all’estero è diversa da quella che si ha in Italia,ricordo di una signora americana venuta la prima volta in Italia, che frequentava i club di italo americani, mi disse ma questa non è l’Italia che io pensavo di vedere, è sicuramente meglio di come noi la vediamo in Usa. Anche se a molti farà inorridire ma c’è stato una evoluzione della cucina italiana all’estero che si è un po adattata alle abitudini locali, ad ingredienti locali, cosa è rimasto di italiano? è difficile da dire, ma purtroppo solo da due o tre anni si sta cercando di fare conoscere correttamente la cucina e gli ingredienti italiani. Nel frattanto hanno proliferato le imitazioni e devo dire che mangiare italiano all’estero è divenuta un avventura a volte perfino divertente. Fare conoscere la cucina italiana all’estero, per anni non ha avuto dei referenti, chi se ne occupava? Ice pensava all’ industria, gli istituti della cultura pensavano a Dante, leonardo, Carducci, la cucina è arrivata dagli emigranti o per merito di qualche ristoratore illuminato, per molti anni c’è stato un vuoto di conoscenza e comunicazione.

  10. paolo ha detto:

    Attenzione, mi é stato chiesto di raccontare delle esperienze ed io le ho raccontate, non ho detto che tutti i tedeschi sono così e che tutti gli americani sono cosà…
    E poi voglio sottolineare, perché voi non gli avete conosciuti, che i clienti di mio suocero erano per lo più pensionati delle zone industriali, mentre i miei amici di L.A. erano una coppia di studenti universitari ed oggi sono avvocati. Allora erano due perfetti ignoranti, 20 anni dopo preparano in casa gli agnolotti del plìn per il pranzo della domenica e stappano nebbiolo delll’Oregon.
    Comunque la mia opinione é questa: il danno é oramai fatto, sta a noi imprenditori italiani andare all’estero per aprire delle cattedrali del gusto certificate. Se demandiamo ad altri perdiamo solo il controllo.

  11. Stefania ha detto:

    beh anche perche’ e’ il tipo di emigrazione (italiana) cambiata profondamente, Paolo. Quando visitai per la prima volta l’UK nei primi anni 80 da studentessa c’era da spararsi un colpo in testa per quanto riguardava non solo l’alimentare in genere ma anche proprio per la ‘rappresentanza’ all’estero – mica c’erano i PhD o i banchieri… e’ cambiato molto l’ambiente , direi, dall’inizio degli anni 90 – ma logicamente gli effetti si vivono dopo un po’. Io ad es. qui a Londra ho notato che non si sentono piu’ stereotipi stupidi sugli italiani (mandolino etc etc)

  12. Grissino ha detto:

    Stefania, permettimi una battuta: non si sentono piú gli stereotipi sugli italiani ma gli italiani hanno gli stessi difetti di allora se non peggiori!
    😛

  13. Stefania ha detto:

    si, come ti dicevo – sono cambiati i tempi ed e’ cambiata sia la percezione degli italiani (anche se da paese a paese e’ diversa), sia la presenza stessa e’ cambiata, sotto certi profili e’ migliorata sotto altri peggiorata. D’altronde, ogni paese ha la sua, pensa al brutto stereotipo che c’e’ in italia inglesi=hooligans
    😉

  14. paolo ha detto:

    Parlando in termini di prodotti, quando 30 anni fa i francesi esportavano il meglio di Bordeaux, Borgogna e Champagne ed invitavano gli importatori USA a visitare le loro aziende, noi esportavamo Bardolino in cisterna, finto Chianti nel fiasco colla paglia e latte di non meglio definito olive oil. Questa “metafora” sta a dimostrare che i francesi non hanno venduto solo i loro prodotti, bensì il loro terroir, tanto che il modello del vino per i viticoltori americani fu per primo quello bordolese. Noi invece abbiamo venduto tricche tracche e mortaretti, ci siamo fatti prendere in giro, col risultato che siamo rimasti 30 anni indietro. Tutti ci copiano male e sfruttano il tricolore. Dove erano i nostri ambasciatori, i nostri responsabili ICE, i nostri imprenditori? A cena da Sirio Maccioni per l’anniversario di Colombo?
    Adesso possiamo solo risalire con fatica una lunga e pietrosa china e senza fare nemmeno un errore.

  15. Paolo ha detto:

    Com’e’ che mi trovo sempre d’accordo con Grissino?

  16. paolo ha detto:

    Stefania, dobbiamo anche dire, per par condicio, come erano gli inglesi negli anni ’80 e cosa sapevano dell’Italia e quindi stendiamo un velo pietoso…

  17. franco ha detto:

    Esiste un detto che dice “la furbizia è prerogativa degli imbecilli”. Tutta l’immigrazione italiana classica degli anni passati ha fatto solo danni all’immagine del Paese all’estero.Non dimenticate che si facevano produzioni contrassegnate dalla dicitura “prodotto da esportazione” il che voleva dire che sul bancale di un negozio di casa nostra non lo avrebbe comperato neanche il più pezzente. Non parliamo della stragrande maggioranza dei “ristoratori” per la grand parte gente analfabeta però “furba”.Un altro detto dice” trotto d’asino dura poco”. Con l’avento di Internet,le frontiere aperte, i viaggi low cost il confronto ravvicinato dei sistemi-Paese, questa massa o meglio ancora questo sistema-furbo si sta sciogliendo come neve al sole (come si sta sciogliendo il ns. Paese). L’unica speranza , a mio avviso, sono quelli che io chiamo ” pionieri dell’Erasmus” cioè la nuova generazione che alle carattieristiche positive dell’essere italiani, fantasia, creatività, iniziativa, associa pure un buon grado di cultura che trasforma la gretta furbizia in scaltrezza

  18. paolo ha detto:

    Verissimo Franco, spesso siamo ancora all’anno zero. Vorrei aggiungere che per operare all’estero ci vogliono non pochi capitali ed i finanziamenti latitano. Io ho amici chef a Singapore, Dubai, San francisco, lavorano nelle grandi catene alberghiere e limitatamente al loro portafoglio, l’unica cosa che possono fare é organizzare cene-eventi con i nostri veri prodotti ed inserirli poi stabilmente nel menù. L’industria c’é già, vedi Barilla e SanPellegrino.

  19. Stefania ha detto:

    quanto riassunto da Franco esprime esattamente il mio pensiero. La nuova immigrazione e’ proprio quello che descrivi, Franco. Pero’ accanto a questo nuovo sistema, questa grande voglia di proporsi, accanto a questa positivita’, permane ancora il vecchio sistema, quello dei furbi – quello fatto di gente che riesce ad intrufolarsi in qualche modo grazie ad appoggi politici che rendono disponibili i finanziamenti di cui Paolo parla. Due sistemi, dunque, due modi di vedere la vita e di fare che ancora persistono qui come in Italia. La mancanza di capitali a cui accenna Paolo, mentre e’ considerata un ostacolo per gli italiani, non lo e’ per l’imprenditore straniero in genere, che chiede prestiti bancari e che, nel caso non riuscisse nell’impresa, sa di poter ritornare facilmente nel mondo del lavoro dipendente. In Italia questa possibilita’ e’ raramente data, il che porta l’aspirante imprenditore a rinunciare alle sue aspirazioni, a meno che non abbia un bel salvagente cucito addosso. Ecco perche’ la grande industria (Barilla & c.) va avanti, il produttore di nicchia annaspa, il piccolo soccombe (correggetemi se sbaglio).

  20. franco ha detto:

    Stefania

    non dimenticare che quando si parla di Italia bisogna tener conto di 2 Chiese : Il Vaticano e i Comunisti! Personalmente credo i peggior tumori messi insieme che possono colpire un Paese. Non esiste Paese al mondo che ha una situazione storica e attuale come il nostro. Un Paese formato da una miriade di piccole e medie imprese che non ha nell’arco costituzionale un Partito Liberale e tanto meno una cultura liberale!Non vi dice niente questo? Un paese dove un imprenditore fallito con i propri soldi viene tolto il diritto di voto! Retaggi di “inquisizione clericale” e di “odio verso il padrone”. La domanda che mi pongo è questa: siamo sicuri, che di fronte alla globalizzazione in atto e al confronto con società e Paesi storicamente liberali o addirittura di Paesi ai limiti della legalità sul lavoro(vedi Cina), questo ns. sistema rigido e medioevale possa reggere? Possiamo reggere il confronto tra un Paese dove le banche danno soldi sulla presentazione di un progetto e delle dovute garanzie e un Paese come il ns. dove le banche danno i soldi solo su conoscenza (politico, cardinale,etc) oppure su garanzie impossibili? Una cultura liberale avrebbe creato un linguaggio e un comportamento da vero imprenditore , anche se piccolo!Che cosa ci ritroviamo dopo 100 anni di emigrazione in termini di immagine e di credito da spendere nel futuro verso il mondo globale? Niente!Ai “pionieri dell’Erasmus” serviranno almeno 50 anni per cancellare l’eredità della furbizia e fare affermare la qualità della scaltra intelligenza.

  21. Stefania ha detto:

    questa specie di ‘odio verso il padrone’ e anche snobberia per chi ad es., e’ preposto ad un servizio e cerca di farlo come meglio pensa (‘e’ solo interessato ai miei soldi, ho sentito dire spesso in Italia ….) e’ purtroppo dura a morire – beh, che dire: e’ stata fatta l’Italia, ma a fare gli Italiani ce ne vuole… indubbiamente di fronte al sistema economico che si e’ venuto a creare, l’Italia tende a chiudersi sempre piu’ su se stessa piuttosto che tirar fuori nuove idee, mi pare…

  22. Grissino ha detto:

    Concordo con Franco sulla maggior parte delle cose. E vi confesso che anche io che sono qui da tempo alle volte mi accorgo di “pensare all’italiana” ossia tipo “mi vogliono fregare”. OK, nessuno regala nulla, ma tra la contrattazione e il cercare di fregare ce ne passa!!!


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