Il villaggio ortofrutticolo globale

Una delle risorse web in cui mi affaccio spesso alla ricerca di notizie sul villaggio ortofrutticolo globale è FreshPlaza.it e così scopro che la Nuova Zelanda è alla riscoperta delle pesche platicarpe, anche California e Texas producono arance Moro, la mela altoatesina Marlene è alla conquista della Spagna, il melograno promette bene in California e le mele Fuji prossimamente arriveranno anche in Europa dalla Cina. L’Egitto è pronto a spedirci le sue patate novelle. Sono già arrivate in Europa le prime cipolle dalla Nuova Zelanda.
Invece dal Burkina Faso hanno ripreso ad arrivare i fagiolini nell’ambito di un’iniziativa di solidarietà promossa dall’associazione Shalom, Unicoop e Regione Toscana. I fagiolini arriveranno nelle mense scolastiche e gli studenti troveranno anche delle tovagliette di carta che spiegano l’iniziativa attraverso alcuni fumetti disegnati da Sergio Staino e alcuni depliant.
Ecco una di quelle occasioni in cui mettiamo in secondo piano la spesa a km zero?. E non si pensa ai costi ambientali del ponte aereo Ouagadougou-Pisa che consente ai fagiolini di arrivare in 36 ore dal Burkina Faso? Utilizzare i fagiolini africani -sostengono gli organizzatori del ponte aereo -non solo significa assicurarsi un prodotto fresco e di qualità, ma permette di sostenere lo sviluppo delle piccole cooperative di produttori locali, per garantire alla popolazione un lavoro equamente retribuito e condizioni di vita migliori.

A proposito di frutta e ortaggi, non passa settimana senza che la Coldiretti ci ricordi l’importanza di acquisti locali e di porre attenzione ai km percorsi dai prodotti, meglio quindi se sono zero. Proprio la Coldiretti in questi giorni ci informa che: “gli azzurri rischiano di partecipare alle Olimpiadi 2008 senza il supporto della dieta mediterranea: le autorità cinesi avrebbero proibito l’importazione di prosciutto e frutta italiana.

Subito una riflessione, perchè questa storia dei km dei prodotti (food miles) tra luoghi di produzione e di consumo, merita certamente di essere considerata e ci ritornerò ancora sopra ma ci vuole coerenza e non possiamo parlarne solo se fa comodo a qualcuno e a senso univoco.

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26 commenti on “Il villaggio ortofrutticolo globale”

  1. Stefania ha detto:

    quanta ipocrisia in queste iniziative locali. Qui i fagiolini vengono dal Kenia. Per coltivare queste varieta’ (che poi il buyer trasforma in prodotto di nicchia e commercializza ai prezzi che vuole), la popolazione locale lascia perdere le proprie. Allora dove sta l’equita’? Chi ci guadagna e’ solo il ‘middle man’. Per non parlare poi del forte impatto sull’ambiente. Dove sta l’impegno italiano nello sviluppo sostenibile (vedi link sotto)?

    http://www.sd-network.eu/?k=resources

    lo manderei espresso posta alla regione Toscana.

  2. Stefania ha detto:

    Scordavo: l’aggiornamento di The Atlas of Food (Erik Millstone e Tim Lang) sara’ presto in uscita – bel libro che illustra il sistema alimentare per settori e trends. Lo consiglio fortemente sopratutto nelle scuole (ci sono molte illustrazioni ed e’ adatto anche ai piu’ giovani).

  3. paolo ha detto:

    Quello dei fagiolini Coop non é il primo caso in Italia. Tutto é nato dal convegno di Terra madre tenutosi durante il Salone del gusto di 4 anni fa. Così come già avviene per i presidi Slowfood, si cerca di coniugare la sopravvivenza di una produzione locale inserendola in un circuito economico virtuoso. La prima esperienza é stata quella intrapresa con i contadini dell’altopiano guatemalteco di Huehuetenango, che producono caffé. Il chicchi vengono torrefatti a Torino dalla cooperativa sociale dei detenuti del carcere http://www.pausacafe.org/pausacafe.html
    il prodotto finale é venduto nelle Coop e da quando ha ottenuto il presidio, anche da Eataly, il noto foodstore torinese. Iniziativa anche questa lodevolissima, oltretutto l’Italia non produce caffé e in questo caso parliamo anche di una miscela di qualità. I prezzi al dettaglio però vengono stabiliti da Coop e sono già aumentati del 20% in un anno. Un altro business mascherato da iniziativa umanitaria/sociale.

  4. franco ha detto:

    Io credo che in questo Paese abbiamo gusto e voglia di prenderci pe il culo alla grande!!Altro che km 0 e altre menate, ci faranno un mazzo nel giro di pochi anni che lo ricorderanno fino alla 3-4 generazione

  5. Loste ha detto:

    Allucinante da una parte i bambini divengono sostenitore di un’iniziativa di aiuto, dall’altra sono degli inquinatori da premio oscar.
    Ci manca il senso civico, siamo guidati solo interessi economico/politici.
    Saluti
    Marco

  6. davide ha detto:

    beh molto più sconcertante è il caso dell’acqua in bottiglia. sentivo a catterpillar (radio2) il rapporto tra i litri di acqua trasportata in giro per l’italia e gli equivalenti energetici spesi per il trasporto, l’imbottigliamento, il magazzinamento.
    cifre da paura, qualcosa come 10 cc di petrolio ogni litro di acqua!

    io bevo quella del rubinetto

  7. Stefania ha detto:

    Quindi la Coop e’ la controparte dei supermercati UK (il business e’ business). Invece qui le coop sono di tutto rispetto. Inoltre volevo segnalare la nascita dell’importante nicchia di fair trade – immagino che Coop venda queste cose sotto questa etichetta (della serie altro standard, altra marca). Qui il fair trade e’ stato in parte accolto dall’industria. Non come il biologico, per fortuna (che qui come ho detto spesso e’ industriale e viaggia miglia e miglia) – e’ notizia recente che Tate & Lyle, industria dello zucchero, vendera’ al dettaglio solo zucchero fair trade (ma quello che finira’ nei biscotti o in altre preparazioni sara’ sempre raffinato e venduto in volumi).

    Quello dell’acqua e’ un grossissimo problema – l’industria alimentare ha gia’ dichiarato il suo impegno ad usarne di meno

    http://www.fdf.org.uk/news.aspx/?article=3585

    si parla gia’ di ‘vendere’ i diritti al consumo di acqua all’industria, cosi’ come si sta facendo con le emissioni (contrattazioni sui mercati globali)

  8. Marco ha detto:

    Sono una persona che, per quanto possibile, cerca di mangiare a km 0, ma da quando alla Coop sono in vendita i Fagiolini del Burkina Faso li compro e li mangio volentieri, perchè sono i fagiolini prodotti dai genitori e dalla comunità della bimba che ho adottato a distanza!!!!

    Dietro a quella che sembra una semplice trovata commerciale o pubblicitaria si trova un movimento serio nato nel 1974 in provincia di Pisa, che in Burkina Faso ha migliaia di adozioni a distanza e che ha costruito scuole, pozzi, strutture sanitarie e, restando nel tema alimentare, un forno, una pizzeria e una struttura per produrre la spirulina (un’alga che viene usata per i bimbi denutriti).

    Alcuni progetti sono estremamente semplici come fornire il microcredito o comprare dei carretti o delle mucche per far iniziare un lavoro ad una famiglia, altri come i fagiolini sono più complessi.

    Lo stesso movimento aiuta altri paesi in tutto il mondo tra cui Burkina Faso, Eritrea, Etiopia, Kenya, India, Uganda, Ucraina.

    Pur conoscendo il movimento solo da pochi anni, ne ho personalmente ho constatato la serietà, conoscndo e parlando direttamente con le persone in loco e con i familiari delle bimbe che abbiamo adottato a distanza in Burkina e in India.

    Vi lascio alcuni link per conoscere il movimento e le ultime notizie sui fagiolini:

    Sito del movimento
    http://www.movimento-shalom.org

    News sui fagiolini
    http://www.movimento-shalom.org/demo2/news.asp?id=222
    http://www.movimento-shalom.org/demo2/news.asp?id=215

  9. Stefania ha detto:

    a prescindere dall’ottima iniziativa benefica che nessuno mette in discussione, naturalmente (anche perche’ poi si tratta di scelte personali che non possono essere messe in discussione tantomeno qui), quello che vorrei precisare e’ come si usino certe cause per alimentare l’interesse del momento. Che e’ quello di portare fagiolini piu’ economici (il vantaggio e’ del distributore e non del consumatore). Il risparmio che il distributore riesce a fare pesera’ comunque come spesa ‘nascosta’ lungo la catena alimentare (pensa all’ambiente, agli operai etc etc), parlo in poche parole di ‘externalities’, ovvero quelle conseguenze che derivano da un’attivita’ commerciale di qualsiasi tipo e che non vengono assorbite nel prezzo del prodotto finale . E’ come la compagnia aerea ‘scontata’ (non faccio nomi, ma saprete di chi parlo) che ti applica la stessa tariffa della compagnia di bandiera, ma ti offre al momento di prenotare, la possibilita’ di ‘aiutare’ l’ambiente (e ‘rimediare’ alle dannate emissioni) facendo un’offerta alla comunita’ di pescatori in Bangladesh o in Ecuador. Io personalmente faccio tante offerte ma preferisco non avere il ‘ricatto’ morale e preferisco scegliermi io la causa. In questo caso Marco fa benissimo a sostenerla visto che ha un interesse personale, ma … e’ giusto farla passare come una causa giusta per tutti? ed e’ giusto che ad esempio la regione o lo stato faccia finta che queste spese nascoste non esistano? o e’ giusto che le faccia affiorare per il benessere della comunita’ (che sia Burkina Faso o Toscana)… lascio a voi la risposta, sono curiosa di sapere che ne pensate 😉

  10. gianna ha detto:

    Ci sono tanti fattori che influenzano le nostre scelte alimentari. Gli ortaggi di provenienza africana e fuori stagione sono un esempio di come non sia facile coniugare scelte ambientaliste, etiche, salutistiche ecc.

    Ho letto che la Coop ha scelto di importare i fagiolini dalle coltivazioni in Burkina Faso anche se erano stati avviati progetti di coltivazioni simili in altri stati africani tra cui l’Etiopia.

    Di certo una maggiore informazione sull’operazione è importante.Proviamo a chiedere?

  11. Stefania ha detto:

    provo a risponderti io per quanto ne so (ma non ho link sicuri) – perche’ l’EU ha favorito i rapporti commerciali (che si traducono in un alleggerimento fiscale) con gli importatori dall’Africa – non ti so dire di preciso quali stati siano coinvolti, pero’ per farti un esempio, l’EU sta ora favorendo le banane importate dall’Africa rispetto a quelle dei caraibi, che per lo meno qui in UK appartengono tutte alle famose multinazionali.

  12. gianna ha detto:

    In questo link si parla di agevolazoni fiscali per le banane importate in Europa dagli stati africani rispetto a quelli dell’America centrale.

    http://www.freshplaza.it/news_detail.asp?id=4619

  13. Marco ha detto:

    Vorrei rispondere a Stefania che mi ha tirato in ballo scrivendo:

    “In questo caso Marco fa benissimo a sostenerla visto che ha un interesse personale, ma … e’ giusto farla passare come una causa giusta per tutti?”

    Vorrei precisare che io NON HO NESSUN INTERESSE PERSONALE

  14. Marco ha detto:

    Mi scuso se il mio messaggio precedente è partito incompleto… terminerò di scriverlo qui:

    Vorrei rispondere a Stefania che mi ha tirato in ballo scrivendo:

    “In questo caso Marco fa benissimo a sostenerla visto che ha un interesse personale, ma … e’ giusto farla passare come una causa giusta per tutti?”

    Vorrei precisare che io NON HO NESSUN INTERESSE PERSONALE, nel senso che non HO NESSUN INTERESSE ECONOMICO SUI FAGIOLINI O SIMILI, ma un grande coinvolgimento AFFETTIVO ED EMOTIVO, considerando queste comunità come una parte della mia famiglia! (*)

    Personalmente ritengo che fare la spesa, sia un atto più politico che andare a votare e perciò, quando riempio il carrello bado anche e soprattutto a due cose:

    – prodotti sani che tutelano me e la natura (con preferenza al biologico, alla lotta integrata e al Km0).
    – prodotti equi e solidali (che offrano una giusta ricompensa ai produttori del terzo mondo).

    Purtroppo non è semplice avere sempre prodotti che siano allo stesso tempo: sani, locali, equi e solidali!!!

    Saluti.

    Marco

    (*)Dal Piccolo principe di Antoine de Saint Exupéry:
    “Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi.
    Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io saro per te unica al mondo”.
    “Comincio a capire”, disse il piccolo principe. “C’e un fiore… credo che mi abbia addomesticato…”

    … Scusatemi ma io sono stato addomesticato dalle mie bimbe del Burkina e del Kerala(India).

  15. Stefania ha detto:

    e perche’, Marco, il coinvolgimento affettivo non e’ sempre un interesse personale? ovvero un interesse che spinge le tue scelte ad essere diverse da quelle di un’altra persona?

  16. Marco ha detto:

    Ho soltanto voluto precisare, perchè nel linguaggio comune quando si parla di “interesse” molta gente pensa a €€€€€ e $$$$$$ piuttosto che all’interesse affettivo.

    Saluti

    Marco

  17. paolo ha detto:

    Sì Stefania, le iniziative di Coop sono sempre sotto al cappello del Fair Trade che qui di chiama commercio equo e solidale. A me va benissimo che sia così, mi lamento solo che se lo avessi fatto io come imprenditore, sarei stato additato come un negriero capitalista, se lo fanno loro invece é “cool”, tutto qui. Resta il fatto che quando l’aumento del prezzo al dettaglio non corrisponde ad un maggior guadagno per i produttori. Ma in fondo anche Coop non agisce diversamente da tante altre aziende, come nel caso recente di Nokia, che ha chiuso uno stabilimento in Westfalia (DE) licenziando 2500 persone, per aprirne subito dopo uno a Cluji (RO) assumendone 3500.

    Per rimanere nel tema del post, vi annuncio che la Cina ha proibito alla squadra olimpica italiana di portarsi frutta, verdura e prosciutto di Parma al seguito, in quanto non conformi alla loro legislazione in materia. Unbelievable!!!

  18. Marco ha detto:

    Copio e incollo dal sito: http://www.equo.it

    Che cosa vuol dire essere licenziatari del marchio Fairtrade?

    Qualsiasi azienda che non sia oggetto di campagne di pressione e boicottaggio e che rispetti i diritti sindacali, può chiedere di diventare licenziataria del marchio Fairtrade. Deve impegnarsi a rispettare i criteri del Commercio Equo e Solidale stabiliti nel sistema di certificazione FLO, sottoscrivendo un vero e proprio contratto di sublicenza del marchio. In particolare deve:

    Scegliere di collaborare con gruppi che hanno scarse possibilità di accesso al mercato tradizionale e che sono iscritte ai Registri dei produttori di FLO. Le strutture, nella maggior parte dei casi, sono Consorzi o Associazioni di Cooperative. Attualmente nei Registri sono iscritti circa 400 soggetti a cui fanno riferimento 7 milioni di produttori nel Sud del Mondo.

    Rispettare il prezzo equo cioè un minimo garantito che copra non solo i costi di produzione ma assicuri un margine per investimenti sociali. Il prezzo effettivo può essere anche più alto del minimo garantito: viene direttamente fissato tra produttore e licenziatario prima dell’imbarco del prodotto.

    A richiesta, offrire ai gruppi produttori prefinanziamenti e / o garanzie creditizie fino al 60% del valore del contratto per garantire capitale di lavoro ai produttori e per evitare che si inneschi il fenomeno del credito usuraio.

    Impegnarsi a stabilire relazioni commerciali stabili e ad acquistare almeno due raccolti in modo che i produttori possano pianificare con maggiore certezza il loro futuro.

    […]

    Ecco dove puoi trovare i prodotti del Commercio Equo e Solidale
    garantiti dal marchio Fairtrade:

    50 Botteghe del Mondo
    Ipermercati Auchan
    800 Supermercati e Ipermercati Coop
    300 Supermercati GS e SuperStore
    40 Carrefour
    500 DìperDì
    35 Bennet Ipermercati
    40 Cadoro Spa
    50 Billa spa
    100 supermercati SMA
    120 supermercati PAM e Superal
    12 PANORAMA Ipermercati
    30 Sadas (insegna Despar in Lombardia)
    30 Aligrup (insegna Despar in Sicilia)
    40 Gabrielli (insegna Tigre e MaxiTigre in Abruzzo, Marche, Molise e Lazio)
    30 Famila e Iperfamila
    40 Conad Romagna Marche
    20 Conad Adriatico
    36 DrogerieMarkt
    20 SAIT (Trentino)
    32 NaturaSì
    6 Peters-Tee House
    30 Caffetterie Goppion
    200 Negozi di biologico
    300 Dettaglianti
    5 Iperal Lombardia
    Gruppo CRAI

    —–
    Come vedete sono in tanti sotto il cappello del Fairtrade, non c’è solo la Coop: sono “cool”? Sono da preferire rispetto ad altri produttori? Si, no, boh! Vedete voi!

  19. Stefania ha detto:

    Marco, nessuno mette in dubbio (‘cool’ o non ‘cool’) la buona volonta’ da parte di chi si trova a trattare questa nicchia. Anche perche’ – e questo nessuno lo dice , chissa’ perche’ -a queste persone viene insegnato a coltivare rispettando i limiti consentiti dei pesticidi (non scordiamoci che in questi paesi NON ci sono regolamentazioni equiparate a quelle in EU). Bisogna anche dire, pero’, che tanti gruppi che ora con orgoglio ti fanno i bei discorsi sull’equo-solidale, allo stesso tempo vendono prodotti che vengono dall’industria e che di equo e solidale non hanno proprio niente, dando quindi un messaggio misto e un po’ qualunquista (passami l’espressione). Da parte loro e’ piu’ facile vendere un prodotto usando questo branding per convincere il consumatore a farlo entrare nel proprio supermercato. Poi tanto di cappello se si riesce a fare il commercio solidale, ma non dimenticare che ci sono altre externalities che derivano da questo commercio. E’ vero che le banane e la frutta tropicale, lo zucchero, il caffe’ sono tipici prodotti dei paesi in difficolta’ e in via di sviluppo, e che sono stati sfruttati da troppi anni dall’industria – e quindi e’ giustissimo che rimettano a posto il settore in questo senso, Ed e’ anche vero che certi prodotti crescono solo in certe zone – ma … il fagiolino? e’ un ortaggio estivo, perche’ devo mangiarlo a Dicembre solo per favorire una comunita’ mentre con le emissioni dell’aereo o della nave, usate per trasportare i fagiolini in Italia, inquino? e quindi creo un impatto in altre aree, ad esempio su una comunita’ di pescatori nel Maghreb ? Sono queste le domande che – penso – dobbiamo porci per trovare un equilibrio nelle nostre scelte alimentari.

    Concludo con un link su una notiziola dell’ultimo minuto – per Davide, che ha proposto un argomento di forte attualita’, l’acqua (il vero grande problema del nostro tempo)

    http://www.thisislondon.co.uk/standard/article-23449605-details/Brown+loses+his+bottles/article.do

  20. Stefania ha detto:

    appena ricevuto, ve lo passo per un’ulteriore riflessione e per farvi capire quali sono le attuali preoccupazioni dei governi in carica:

    World – 2008 OECD environmental outlook
    The latest OECD Outlook report has been published. The report explores economic and environmental projections for the next few decades and simulates specific policies to address the key challenges. It identifies four priority areas where urgent action is needed: climate change, biodiversity loss, water scarcity and the impact on human health of pollution and toxic chemicals.

    Economic-environmental projections show that world greenhouse gas emissions are expected to grow by 37% to 2030 and by 52% to 2050 if no new policy action is introduced. To meet increasing demands for food and biofuels world agricultural land use will need to expand by an estimated 10% to 2030; 1 billion more people will be living in areas of severe water stress by 2030 than today; and premature deaths caused by ground-level ozone worldwide would quadruple by 2030.

    The report also projects that world GDP will almost double by 2030 and its policy simulation shows that it would cost just over 1% of that growth to implement policies that can cut key air pollutants by about a third, and contain greenhouse gas emissions to about 12% instead of 37% growth under the scenario without new policies.

    OECD recommends use of policy mixes, and to keep the costs of action low these should be heavily based on economic and market-based instruments. Examples are the use of green taxes, efficient water pricing, emissions trading, polluter-pay systems, waste charges, and eliminating environmentally harmful subsidies (eg for fossil fuels and agriculture). But more stringent regulations and standards (eg for transport and building construction), investment in research and development, sectoral and voluntary approaches, and eco-labelling and information are also needed.

    Developed nations have been responsible for the majority of greenhouse gas emissions to date, but rapid economic growth in emerging economies – particularly Brazil, Russia, India and China – means that by 2030 the annual emissions of these 4 countries together will exceed those of the 30 OECD countries combined. Fair burden-sharing and distributional aspects will be as important as technological progress and the choice of policy instruments.

    You can download the summary and highlights here: http://www.oecd.org/dataoecd/29/33/40200582.pdf

  21. Marco ha detto:

    Risposta al messaggio di Stefania delle 15.44

    Le persone che comprano prodotti del commercio equo e solidale, spesso comprano nelle “Botteghe del mondo” (ovvero negozietti che vendono soltanto merci del commercio equo e solidale) piuttosto che nei supermercati. Sono le stesse che spesso acquistano a Km 0 dai piccoli agricoltori locali attraverso i G.A.S. (Gruppi di Acquisto Solidale) o i farmer markets e che acquistano i prodotti di “Libera Terra” (cooperative che producono sui terreni confiscati alla mafia). Spesso sono le persone più critiche sull’introduzione dei prodotti equi e solidali nei supermercati.

    Concordo anche con te che non ha senso mangiare la verdura fuori stagione ma non è che i fagiolini del Burkina Faso siano gli unici fagiolini importati dall’Africa… Qui i banchi del mercato sono pieni di fagiolini, zucchine, susine, uva e altra frutta e verdura fuori stagione provenienti dall’Africa, dal Cile, dall’Argentina e così via… Togliendo i fagiolini del Burkina continueranno a viaggiare per aria altri fagiolini, magari provenienti dall’Egitto o da altri stati ma che avranno l’aggravante di essere meno equi e solidali. E le altre merci non alimentari che girano per il mondo non inquinano? Le maglie, le scarpe da ginnastica, i tappeti, i palloni di cuoio, le borse? Vi siete mai chiesti quanto inquinamento e quanta sofferenza (anche di bambini) ci può essere dietro un paio di scarpe da ginnastica o un tappeto?

    Siamo sinceri e diciamo tutta la verità sui fagiolini del Burkina Faso. Non conosco le quantità e i numeri della fornitura, ma sicuramente non giustificano tutto il putiferio è stato fatto in Italia: i fagiolini sono disponibili per 1 o 2 mesi solo in alcuni supermercati della Toscana e perciò non credo proprio che sconvolgano il mercato ortofrutticolo italiano.

    Inoltre la Coop, in collaborazione con altre associazioni di volontariato, produce altre merci eque e solidali (ad esempio le camicie solidal prodotte a Madaplathuruth con le suore Francescane di S. Elisabetta). Come mai allora tutta la querelle soltanto sui fagiolini?

    Il fatto che tutto nasca da un editoriale del quotidiano “Liberazione” (giornale di Rifondazione Comunista) e che dietro si sia accodata qualche organizzazione dei coltivatori italiani non vi fa supporre che il putiferio sia scoppiato perchè (come capita spesso in Italia) si sia voluto buttare tutto in politica?

    Purtroppo io non ho altre informazioni: se volete approfondire chiedete ai diretti interessati (Coop, Movimento Shalom, Liberazione etc…)

  22. Stefania ha detto:

    io ovviamente mi riferivo al fair trade che ‘viaggia’ visto che il discorso e’ partito da li’ , ma sopratutto mi chiedevo la sua effettiva necessita’ . Ben venga, ad es. l’iniziativa dei farmers’ markets (chissa’ perche’ usare un termine inglese?) io e’ da anni che compro praticamente solo da loro qui a Londra. Non e’ stato facile, all’inizio sopratutto negli anni 98-99, un pollo ti costava £8-10 sterline contro meno della meta’ rispetto a quello del supermercato, ma ho ritenuto che fosse giusto sostenerli, e i fatti mi hanno dato ragione.

    Piuttosto volevo precisare che molto spesso succede che un trend alimentare (ad es. il biologico qui in UK e in US o il fair trade, visto che stiamo parlando di questo ora) viene ‘incorporato’ dalla grande industria che lo usa a suo vantaggio come nicchia… era solo questo che volevo esprimere – e’ un po’ difficile spiegarmi ma ti faccio un esempio sul biologico: qui in UK i grandi distributori (i distributori, nota bene, perche’ qui sono loro ad avere il maggiore potere d’acquisto) si sono piegati al Dio Organic. Fin qui tutto bene, meno pesticidi, meno contraffazioni etc etc. Ma ha senso di parlare di biologico e quindi comprare zucchine (anche se in stagione) dall’Argentina o pomidoro del Messico? evidentemente no, se credi davvero che il biologico sia una dimensione possibile per il nostro futuro. Eppure l’industria non ha aspettato un attimo, ha iniziato ad invadere il mercato locale di biologico importato, comprato a volumi (e quindi soggetto alle fasi di raccolta e imballaggio tipiche dell’agricoltura intensiva). Ora se tu ti sposti e vai in Italia il biologico ha tutta un’altra valenza… perche’ in Italia bio vuol quasi sempre dire ‘locale’, tipico etc etc.

    Per quanto riguarda la scelta alimentare sul perche’ e per come mangiare solo prodotti di stagione, ripeto, e’ una scelta solo personale e che viene mediata da tanti diversi fattori – io personalmente provo ogni giorno a mangiare in stagione, non e’ facile ma si puo’ fare. Significa (visto che vivo in UK) mangiare cavoli e tuberi in inverno … sai che gioia… non ti dico…sbizzarrirsi molto sul come diavolo cucinarli 🙂 e aspettare poi luglio/agosto per gli ortaggi estivi. Il fatto e’ che e’ difficile disabituarsi ad abitudini consolidate… se c’e’ a disposizione, in poche parole… perche’ no?!

  23. paolo ha detto:

    Io posso solo aggiungere che per far arrivare un chilo di carne argentina in Italia si consumano circa 5.5 circa di carburante ( olio combustibile per uso marino).

  24. Stefania ha detto:

    si, allucinante – e pensa che io ho un’amica argentina che vive qui e che con orgoglio ti dice che compra solo carne argentina … (a dire il vero non la sento da molto quindi puo’ aver cambiato), e in piu’ ti fa la testa cosi’ perche’ secondo lei e’ piu’ ‘sana’ – come se poi la BSE non fosse arrivata anche in Argentina! boh!

  25. […] villaggio ortofrutticolo globale dove ortaggi e primizie non hanno piu’ confini, si inserisce l’iniziativa non solo commerciale […]

  26. Stefania ha detto:

    Aggiungo un dettaglio sui CO2 in relazione ai gamberi made in Asia – altra commodity che sto osservando in questi giorni. Per ‘aiutare’ questo settore (che peraltro e’ gia’ aiutato dalla mancanza o quasi di tariffe di importazione -solo i gamberi importati in UK (quindi escludiamo gli altri paesi europei) producono circa 0.03 CO2 per kg via mare e 0.84 via aerea.

    Consiglio un ottimo report di Tara Garnett – conosciuta di recente – scaricabile qui
    Garnett, T. Wise Moves: 2003: Transport 2000 Trust:
    http://www.fcrn.org.uk/researchLib/PDFs/wise_moves.pdf

    altra assurdita’ nel settore gamberi (ma che si sta verificando in altri comparti) e’ la fase di lavorazione – gamberi pescati in Europa e mandati in Asia per essere privati della chitina – perche’ qui in UK siamo monchi e non riusciamo a farlo – ma intanto … ‘aiutiamo’ l’Asia

    Ungoad-Thomas, J. :British prawns to go to China to be shelled: The Sunday Times: 20 May 2007: http://www.timesonline.co.uk/tol/news/uk/article1813836.ece


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