Acquacoltura: la filiera del gambero – Introduzione

Il consumo di prodotti ittici è raddoppiato dagli anni 1970, diventando uno dei settori maggiormente commercializzati a livello globale: in particolare il segmento dei gamberi rappresenta la più importante commodity con un valore di circa il 16.5% del commercio internazionale (FAO: 2006). L’acquacoltura – ovvero la coltura di un numero di specie marine in spazi confinati – è una delle grandi trasformazioni dei nostri tempi, che ha avuto un enorme impatto nella vita marina e in quella di molte comunità sia dei paesi in via di sviluppo che di quelli industrializzati. Negli ultimi 20 anni, l’acquacoltura è dunque cresciuta in maniera rilevante e ora fornisce oltre il 43% della fornitura globale di pesce.

Le ragioni dell’aumento del consumo di pesce e specie ittiche in genere non sono solo dovute a un cambio della dieta, ma allo stesso tempo a ragioni di tipo economico e culturale. I benefici di una dieta ricca di pesce, per via del suo contenuto di Omega3, sono stati ampiamente documentati dalla comunità scientifica e dai media e sono reiterati nella piramide alimentare dei paesi occidentali. Il pesce (e in particolare il pesce azzurro) e le altre specie (crostacei, molluschi etc.) rappresentano oggi per molti un’importante – e relativamente economica – fonte di proteine animali e di minerali. Il gambero, oltre ad essere un prodotto costoso nei paesi industrializzati, rappresenta una fonte di sopravvivenza in molte comunità dei paesi in via di sviluppo (particolarmente di quelli che si affacciano lungo le coste).

Perché dunque mangiamo tanti gamberi? Secondo il Prof. Steven D. Levitt (Chicago University, autore di Freakonomics), la ragione principale dell’alto consumo di questa specie è il basso prezzo – gli US sono il maggiore importatore di questi crostacei, seguiti dal Giappone e la EU. La seconda ragione è la percezione che i consumatori hanno dei benefici alla salute (Levitt: 2007). Si pescano i gamberi perché questa specie rappresenta un certo ‘valore’ per l’industria e allo stesso tempo è capace di sopportare i ritmi della pesca intensiva. Secondo la Environmental Justice Foundation, alcune zone resistono per molto tempo prima di essere affette dal declino.

La spettacolare industrializzazione del settore ittico come la conosciamo ora è il risultato di un numero di progetti che comprendono l’introduzione di strumenti tecnologici dai paesi industrializzati verso quelli in via di sviluppo, negoziazioni multilaterali, sussidi e lo sviluppo del commercio internazionale. L’industria del gambero che si è rapidamente sviluppata alla fine degli anni 80, ha creato un conflitto fra la necessità di creare sistemi di sostegno alla salute e all’ambiente e la degradazione ecologica che è risultata dalla produzione intensiva e il commercio. Vediamo come (vedi tabella).acquacoltura.pdf

Stefania Puxeddu

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4 commenti on “Acquacoltura: la filiera del gambero – Introduzione”

  1. Carlo Merolli ha detto:

    Non l’ho visto di persona e quindi riferisco solo il racconto di un conoscente che lo ha visto nen Vietnam. I gamberi che qui si chiamano tigerprawn og gamberi cinesi, vengono allevati in fosse in cui vengono nutriti con mangimi varii ma anche diversi medicinali e coloranti. Il ricambio d’acqua non é frequente e i crostacei vivono quindi in questo pastone di
    acqua, medicinali e proprii escrementi in presenza anche dei consimili morti per sovraffollamento o altro.

    Dato che il racconto somiglia molto a quello che avviene per la coltivazione del salmone norvegese di acquacoltura, da quel giorno non ho piu´mangiato questo tipo di gamberi ma c’é qualcuno che mi puo´dare una conferma o una smentita ?

  2. gianna ferretti ha detto:

    @Carlo. A leggere il seguito dei posts di Stefania e i riferimenti citati, sembra proprio che in alcune zone la situazione sia come la descrivi.

  3. Stefania ha detto:

    @Carlo – si, infatti; confermo: anche il salmone e’ prodotto in maniera intensiva gia’ da diversi anni – John Humphrys ne parla nel suo The Great Food Gamble, 2001, libro che consiglio. La filiera per quanto riguarda il mercato UK (da dove scrivo) inizia in Scozia.

    Di pesce ne parla anche l’ultimo libro di Felicity Lawrence, Eat Your Heart Out, che pero’ ancora non ho letto, e’ uscito ora. Riguardo i gamberi, e’ vero, vengono comunemente commercializzati con il nome di ‘tiger prawns’ per via delle striature nella coda – parliamo di una specie diversa da quella mediterranea, per intenderci: hanno una chitina di color grigiastra, che poi diventa arancione con la cottura.

  4. fabio ha detto:

    Effettivamente e una delle matrici alimentari sia freschi (refrigerati) che in stato di congelazione e/o surgelazione che hanno evidenziato un numero tutt’altro che basso di non conformità

    Inizialmente il problema si è verificato con l’evidenziazzione di sovradosaggi da solfiti (anche molto elevate) , problema questo riscontrato particolarmente in gamberi pescati di origine nazionale .

    Successivamente si sono avute diverse non conformità in gamberi allevati in netta prevalenza provenienti da allevamenti ubicati in paesi del sud-est asiatico presentanti residui di cloramfenicolo e nitrofurani . Presenza di polifosfati non dichiarati in etichetta m, per i quali in diversi casi non era la loro presenza correlata ad una additivazione

    Da ultimo problemi in gamberi congelati di origine groelandese presentati sovradosaggi di acido benzoico . Rinnovo ancora i complimenti per questo sito davvero molto ben fatto .

    Fabio


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