From farm to table

libro di sarah Murray

Ecco un nuovo titolo da segnalare,si tratta di “Moveable Feasts: From Ancient Rome to the 21st Century, the Incredible Journeys of the Food We Eat” di Sarah Murray, giornalista del Financial Times. L’autrice con numerosi esempi,affronta un tema di attualità e che desta attenzione anche in Italia: la provenienza dei prodotti alimentari, filiere, trasporto e loro effetto sull’ambiente. Ma non aspettiamoci una difesa in assoluto dei prodotti a km zero di cui si è parlato tanto negli ultimi mesi. Come suggerisce l’autrice, non dobbiamo riflettere solamente sulle emissioni di anidride carbonica durante il trasporto delle merci. Anche quelle che avvengono durante la filiera produttiva andrebbbero considerate in particolare per i prodotti industriali e tra gli esempi riporta le chips della Walkers, una delle prime aziende a dotarsi di una carbon label: una etichetta che riporta le informazione sulle emissioni di anidride carbonica durante l’intero processo produttivo, dai campi alla lavorazione, fino al trasporto dei pacchetti delle chips. Come rappresentato nell’immagine, il trasporto incide in quel caso solo per il 7% alle emissioni totali di anidride carbonica. In Italia si è già sentito parlare di menu‘ a km zero.

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9 commenti on “From farm to table”

  1. Stefania ha detto:

    in tutta onesta’… questa storia della registrazione delle emissioni mi pare una gran bella operazione fatta per … non mi viene un’espressione gentile per spiegarla, ma diciamo per salvare la faccia… 😀
    Tesco ha iniziato l’inserimento delle emissioni sulle etichette, e so per certo che Easy Jet, la compagnia aerea che fa voli economici, ugualmente ha una voce che permette di donare un tot di sterline alla charity di turno in cambio delle emissioni effettuate in tale volo etc. Lo trovo un po’ ipocrita perche’ alla fine l’industria continua a fare un po’ quello che vuole. Il punto sapete qual’e’? che qui in UK si e’ arrivati a toccare il fondo nel senso che qualsiasi cosa viene importata da paesi tipo Spagna (tutta la classe B della produzione agricola, il meglio del peggio), o da paesi in via di sviluppo tipo Sudafrica, Kenya (Kenya e’ il maggior produttore di… fagiolini verdi fini, ci credete? una coltura che e’ stata introdotta proprio dai supermercati inglesi, che ne hanno fatto un prodotto di nicchia). Per me che vivo a Londra da quasi 12 anni e ho potuto seguire l’evoluzione di questo delirio, e’ un compromesso continuo… mi sono data delle regole: comprare solo prodotti di stagione ai mercati agricoli locali (che sono stati lanciati intorno al 2000), e fare poi un ‘top-up ‘ di acquisti provenienti solo dall’Europa… Ma io penso che il percorso sia ancora molto lungo – interi villaggi agricoli sono stati annientati da questo tipo di politiche dove i buyers dei supermarkets hanno per troppo tempo imposto le loro follie e tanto per fare un esempio, la zona del Kent un tempo era un vasto frutteto (mele sopratutto) , con varieta’ che negli ultimi decenni si sono perse, proprio perche’ solo alcune qualita’ sono state commercializzate…ma sopratutto perche’ si e’ preferito importarle dalla Nuova Zelanda o dagli States…

  2. Gianna Ferretti ha detto:

    In Italia c’è http://www.azzeroco2.it/calcolatore/.

    Tra i promotori c’è Legambiente.

    ma non sono convinta.

  3. Stefania ha detto:

    in UK c’e’ questo
    http://www.carbontrust.co.uk/default.ct

    ma poi, come dicevo sopra, i privati hanno iniziato a creare i propri ‘schemini’ con l’informazione direttamente sulla confezione. Diciamo che qualsiasi che crei un minimo di coscienza sociale va bene (e qui , come spiegavo anche da poco, si e’ messi malino) – ma da qui a pensare che risolvi il problema solo con questo sistema….uhm, non direi proprio. E sopratutto se i privati si sentono autorizzati a continuare ad importare … mandarini di serie zeta dalle coltivazioni intensive in Spagna o i fagiolini fini del Kenya in Dicembre. Sono questi a mio avviso i punti in cui si dovrebbe insistere di piu’: insegnare molti consumatori che la pesca non e’ un frutto invernale, e che il consumo di salmone bio o non bio o dell’arrosto di manzo si puo’ limitare … e che il tempo consumato nella preparazione di un pasto caldo non puo’ ne’ deve essere considerato tempo ‘sprecato’.

  4. Stefania ha detto:

    un bell’articolo sui ‘costi’ (sull’ambiente) delle ciliegie Natalizie (dal Cile alle tavole britanniche)

    http://news.bbc.co.uk/1/hi/uk/7150037.stm

  5. paolo ha detto:

    …interi villaggi agricoli sono stati annientati da questo tipo di politiche dove i buyers dei supermarkets hanno per troppo tempo imposto le loro follie…

    Quello che é già successo in Inghilterra si ripresenta anche da noi, dove alcune zone sono state assoggettate alla produzione industriale di frutta o verdura, vedi al Val di Non con le mele. Ha ragione Carlìn Petrini quando dice che “Mangiare é un atto agricolo!”, meno quando nascono presidi inutili come quello dell’aglio di Vessalico. Purtroppo la colpa é anche nostra, noi consumatori, perché pigramente ci assoggettiamo alle regole del mercato quando entriamo in un supermercato. Io p.e. non compro frutta e verdura nella GDO, primo perché non sa di niente, secondo perché ho la fortuna di abitare in una città dove bisettimanalmente si svolge un farmer’s market, con altri prezzi ed altri sapori.

    P.S. Ricordo le nectarines di Sainsbury, provenienti da Cesena, che non sapevano di nulla.

  6. Stefania ha detto:

    tutto vero, Paolo – l’hai letto il libro di Joanna Blythman? ma basta andare a leggersi il rapporto che anni fa la commissione per la competizione fece sullo strapotere dei supermercati in UK. I mandarini di Cesena, i pomidoro spagnoli (che sembrano di plastica)… per non parlare dei polli con quello che in inglese si chiamano ‘hockburns’, ovvero piccole bruciature sulle zampe del pollo, provocate dal fatto che non riesce ad alzarsi e razzolare normalmente (perche’ e’ ingrassato in maniera spropositata) e striscia sul suolo sporco dell’ammoniaca delle proprie feci. Se voi fate una piccola indagine, controllando le zampe del pollo all’altezza dell’articolazione, e’ facile che le vediate – certamente nei polli di produzione intensiva…

  7. paolo ha detto:

    No, non l’ho letto, ma lo cercherò, grazie.
    Dei polli lo sapevo, ma preciso che la mia esperienza inglese risale al 1992, ho studiato un anno a Cambridge. Ricordo che la mia fidanzata di allora andava in un mercatino organizzato da qualche guru del biologico a comprare ortaggi di varietà a me sconosciute e qualche fetta di formaggio, costavano il doppio che nella GDO, ma almeno sapevano di qualcosa. Tragica fu la mia esperienza nell’unica macelleria rimasta in città, dove discussi a lungo col titolare perché non riuscivo a riconoscere i tagli della carne: erano tutti quadrati! Poi scoprii che sfaceva le mezzene in bistecche e spezzatino, non usava neanche i quarti anteriori…che tristezza!

  8. Stefania ha detto:

    Paolo, ma lo sai che da poco ho dovuto fotocopiare un paio di pagine sui tagli di carne che si fanno in Italia per darli al produttore (inglese) da cui compro il manzo qui, perche’ la persona a cui loro si affidano per la macellazione non sapeva come farli!!! e loro volevano cercare anche di introdurre tagli piu’ ‘poveri’ (tipo ad es. quello che in alcune zone di Italia si chiama ‘piccione’) , perche’ nessuno sa piu’ come tagliarli (macellarli) ma anche come cucinarli!!! una perdita enorme nella cultura agroalimentare (che riguarda non solo i tagli di carne) che si sta cercando di tamponare come si puo’ , anche insegnando i consumatori: non si puo’ vivere solo di bistecca o arrosto di filetto….

  9. paolo ha detto:

    Questo spiega anche il boom della ristorazione. Pare che Londra sia attualmente la capitale europea degli chef. Proporre cucina creativa significa quindi aprire realmente mondi nuovi ai consumatori, ma perché partono da zero e non hanno metro di paragone!
    Quello dei tagli sta diventando un problema anche in Italia, nel senso che nel nord i macellai ricevono le mezzene dai grandi mattatoi e non sfanno più la bestia intera, perdendo l’uso a vendere il quinto quarto etc.. C’é un’eccessiva industrializzazione anche in questo settore, così come nella panificazione. I negozi sono sempre più delle rivendite di prodotti preparati da altri. Lo dimostra il fatto che quelle poche macellerie storiche sono diventate delle gioiellerie e bisogna anche prenotarsi i tagli.
    A Milano c’é un panettiere col bernoccolo degli affari, Princi, che fa dell’ottimo pane con lievito madre, caro però. So che a gennaio aprirà una panetteria anche a Londra.http://www.princi.it/


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