Dell'FSA, dell'AFSSA e delle micotossine sui prodotti biologici

Torno a parlare di prodotti biologici e loro qualità, ma non è solo una riflessione sui contenuti del nuovo dossier pubblicato “Nutritional quality an safety of organic food. A review”, mi chiedo anche come mai in questa occasione i dati abbiano avuto molto meno seguito sui media.

Qualcuno ricorderà infatti i numerosi articoli e commenti seguiti alla pubblicazione del dossier voluto dalla Food Standard Agency e pubblicato due mesi fa. I prodotti biologici sono piu’ nutrienti di quelli convenzionali? questa la domanda a cui il ricercatore Alan Dangour della London School of Hygiene and Tropical Medicine (LSHTM), incaricato dall’FSA, aveva risposto dopo un esame attento della letteratura scientifica.

Da un paio di settimane, è’ stato pubblicato il riassunto dell’articolo “Nutritional quality an safety of organic food. A review” in “Agronomy for Sustainable Development “(2009) curata da Denis Lairon dell’università Aix-Marseille. Il nuovo studio, commissionato dall’ AFSSA, l’agenzia francese sulla sicurezza alimentare, ha indagato oltre agli aspetti nutrizionali, anche dati riguardanti la sicurezza dei prodotti biologici” rispetto ai convenzionali.

Ho cercato di reperire l’articolo intero, eccolo: Nutritional quality an safety of organic food. A review

Sugli aspetti nutrizionali il ricercatore ammette che ci sono dei limiti e che solo per alcuni nutrienti possiamo trarre delle conclusioni convincenti. Per altri, i dati sono troppo pochi e studi futuri devono essere programmati.

Sul piano della sicurezza, il ricercatore ha concluso che tra il 94 e 100% dei prodotti organici non contiene residui di pesticidi e che gli ortaggi contengono circa il 50% in meno di nitrati.

La ricerca ha anche messo in evidenza che non esistono differenze significative nei livelli di micotossine tra cereali biologici e cereali convenzionali. Questo è un dato interessante su cui ragionare perchè quando si parla di prodotti biologici si ipotizza che i livelli di contaminanti fungini siano maggiori, anzi alcuni ne sono davvero convinti. Io non ho dimenticato le affermazioni sul mais cancerogeno per esempio.

Ho tradotto la parte che riguarda questo aspetto. Anticipiamo subito che le micotossine sono diverse, una famiglia numerosa di composti sintetizzati da microrganismi come l’Aspergillus,Penicilllium e Fusarium. le micotossine piu’ studiate hanno nomi impronunciabili come ocratossina A (OTA), fumonisine, deossinivalenolo ( DON), patulina e zearalenone (ZEN). I livelli massimi consentiti sono 0.1-2 ppb/kg.

Veniamo ai dati pubblicati nel report. Uno studio condotto in Svizzera ha dimostrato che il grano è risultato contaminato con la micotossina DON a livelli di 74 ppb nel grano biologico e 109 ppb nel convenzionale.

-In Danimarca in media i campioni di cereali biologici avevano valori maggiori di OTA.
Per quanto riguarda le micotossine ZEN e DON il grano biologico era meno contaminato dal fungo Fusarium.
-Altri studi sono stati condotti su farine e prodotti ottenuti dai cereali come pane,biscotti, muesli. Su circa la metà dei prodotti è stata rilevata la presenza di micotossine a vari livelli, ma comunque inferiori ai prodotti convenzionali.

– Nessuna differenza tra biologici e convenzionali è stata trovata da ricercatori italiani su cereali e baby-foods.

-Anche il latte è stato oggetto di due studi dai quali è emerso che i campioni biologici contenevano meno micotossine rispetto ai convenzionali. Un altro studio ha trovato risultati opposti.

-Una ricerca condotta in Belgio sulla birra prodotta nel periodo 2003-04 ha dimostrato che i campioni biologici erano piu’ contaminati dall’OTA rispetto ai convenzionali ma nel 2005 le differenze non erano piu’ evidenti.

Difficile trarre delle conclusioni.

La contaminazione soprattutto dei cereali è diffusa sia nei prodotti biologici che convenzionali anche se i livelli sono bassi.

Nonostante l’assenza di trattamenti con fungicidi nei prodotti biologici, la contaminazione non supera i livelli ammessi.

C’è una grande eterogeneità nei dati acquisiti fino ad oggi.

Come si dice in questi casi concludendo gli articoli? Future studies are necessary to elucidate whether level of mycotoxins in organic and conventional products differ significantly”

Via

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47 commenti on “Dell'FSA, dell'AFSSA e delle micotossine sui prodotti biologici”

  1. Meristemi ha detto:

    Più che dai trattamenti subiti dalla pianta in campo, il livello di micotossine dovrebbe dipendere dalla qualità del post-raccolta: come viene seccata la materia prima, come viene stoccata, aerata, ecc. Circa l’aggiunta di inibitori di crescita delle muffe se non ricordo male una volta nei cereali si poteva usare l’acido propionico o altri acidi organici, forse sono addirittura ammessi dai disciplinari bio. La differenza, per quel che ne so, la fa chi lavora meglio e con più rigore. Ma non sono un tecnologo alimentare, eh.

  2. gianna ferretti ha detto:

    @Meristemi, concordo,sono diversi i fattori che influenzano la crescita dei funghi dopo il raccolto,eppure il tema micotossine è spesso legato alla coltivazione, a questo proposito quante volte abbiamo letto che il mais OGM è piu’sicuro?

  3. Dario Bressanini ha detto:

    Gianna: le micotossine sono un problema maggiore per paesi caldi come l’Italia, che infatti ha dovuto alzare i livelli minimi di presenza di micotossine per mais altrimenti più della metà della produzione di mais, biologica o meno, risultava fuori legge. E in queste condizioni, nella pianura padana, il mais Bt risultava nettamente meno contaminato.
    Nei paesi freddi hanno molti meno problemi, beati loro, e si possono permettere di avere addirittura delle soglie due o quattro volte più basse delle nostre.

  4. gianna ferretti ha detto:

    Ciao Dario, ho letto ora il tuo post sulle micotossine,

    http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2007/11/16/mais-micotossine-e-le-precauzioni/

    io credo però che ci siano così tanti fattori che regolano lo sviluppo delle micotossine che sia davvero difficile pensare che con una sola modifica il mais diventi piu’ resistente. Se leggi questo report INRAN, vedrai che il mais BT è meno sensibile alla crescita di Fusarium, ma non è altrettanto protetto nei confronti di altri funghi.

    http://www.inran.it/inran/rapporti_con_il_mipaf/progetti_strategici/ogm/fpazzi.pdf

  5. Dario Bressanini ha detto:

    Gianna: ma hai visto chi ha scritto quel documento? Uno del Consiglio dei diritti genetici! La creatura di Mario Capanna. Ed è un rapportino di quattro paginette, neanche pubblicato su una rivista. Tutto tranne che una fonte solida 😉

    il mais diventa più resistente ai parassiti, come la piralide, che quindi scavano meno buchi dove crescerebbero poi i funghi (aiutati dalle condizioni ambientali postraccolto)

  6. Aggiungerei che quel report è ignominioso perchè sminuisce il ruolo del Bt nel contenere Fusarium e fumonisine con il fatto che non ha effetti significativi su altri funghi. Peccato che sia proprio la fusariosi il problema della maiscoltura italiana. Ne è dimostrazione il fatto che Lion dei Verdi ha pensato bene di chiedere all’Europa l’innalzamento delle soglie di tolleranza per le fumonisine e non delle altre classi!

    Non facciamo il gioco delle 3 carte!

    Sullo studio. Interessante. Le mie perplessità sul biologico non sono inerenti alla sicurezza alimentare dei prodotti (insomma è cibo non standardizzato, ma non “pericoloso”, guardando i dati dire migliore in termini generali non mi pare il caso) ma soprattutto di natura ambientale su scala globale.

  7. Gianna Ferretti ha detto:

    @Dario, BBB, è vero, il report non è pubblicato su una rivista, ma la bibliografia contiene articoli di varie riviste. Attenzione,non li ho letti, magari voi li conoscete e non vi convincono neanche quelli?

    @BBB,sulla fusariosi non so quanto sia diffusa, dici che rappresenta un problema della maiscoltura italiana, ci sono dati sui livelli di queste micotossine nelle coltivazioni degli ultimi anni? ci sono tanti documenti in rete divulgati dal Gruppo di lavoro sulle micotossine, inizierò a informarmi da quelli.

  8. bacillus ha detto:

    L’anno scorso mio suocero aveva seminato una quindicina di ettari di mais. Dall’alto della sua ignoranza non si era posto il problema della piralide ed infatti non c’era pannocchia che non avesse il “verme”. Ed in corrispondenza dei fori, naturalmente, un bel fiorire di muffe. Quindi mais “convenzionale” contaminato da tossine.

    Quest’anno un agricoltore nostro vicino che pratica il biologico ha seminato in secondo raccolto del mais per farne granella. Sono andato a curiosare… Nonostante in quel campo ci fossero finite tonnellate di letame, la taglia dei fusti era ridotta. La densità delle piante era stranamente bassa (ad occhio meno della metà del normale). Il controllo delle malerbe era accettabile, direi, con una presenza invadente di una sola specie (che non ho riconosciuto, ahimè) la quale aveva raggiunto l’altezza di anche un metro e mezzo (presenza comunque inaccettabile nella produzione normale). E le pannocchie (che in realtà sono spighe)? Non ce n’era una che non fosse attaccata dalla piralide. Con relative muffe. Quindi, mais biologico contaminato da tossine. Esattamente come quello disgraziato di quell’incompetente di mio suocero.

    Provo ad andare con l’immaginazione nel mitico “Corn Belt” americano. Faccio due passi in un campo di mais che si stende a perdita d’occhio. Vedo delle piante altissime, rigogliose, sane, che crescono ad una distanza sulla fila di 12-15 cm. A terra c’è una presenza molto modesta di 2-3 specie di malerbe, cresciute pochissimo, in modo stentato. Vedo subito che le spighe non presentano segni di attacchi fungini: apro le brattee e trovo la “pannocchia” perfetta, su due, cinque, venti piante. Ecco, ne ho trovata una con il verme, poi più in là un’altra. Ma se mi sposto di qualche metro trasversalmente alle file, già non ne trovo più nessuna. Quindi, mais sano, pochissimo contaminato da muffe, con livelli di tossine molto basso. Mi trovavo in un campo coltivato con mais BT; le piante attaccate dalla piralide erano quelle “non BT” che volutamente si seminano per una certa superficie con lo scopo di ridurre la possibilità che si verifichino fenomeni di resistenza alle tossine BT da parte del simpatico lepidottero.

    Questi sono i confronti che mi interessano. Stesse condizioni, metodi diversi. Spessissimo, i confronti tra “tradizionale” e “biologico” che vengono sbandierati da l’una o dall’altra parte hanno poco senso. Perché ci sono modi e modi di fare “tradizionale”, così come ci sono modi e modi di fare “biologico”. Se si pesca nel mucchio da l’una e dall’altra parte e poi si confronta, i risultati possono essere i più disparati. Ce ne sarebbe da discutere…

  9. Tab. 3 – Presenze percentuali Fumonisina B1
    Ppb 1999 2000 2003 2004
    0 -2.000 74,3 61,7 21,3 32,9
    2.000-4.000 18,0 19,7 24,5 63,0
    4.000-6.000 5,6 11,1 8,7 2,6
    >6.000 2,2 7,5 45,5 1,7
    Fuori norma 25,7 38,3 78,7 67,1

    dati Informatore Agrario 10/2005 (questi erano dei dati che avevo in mano, ma quelli più aggiornati non cambiano di molto)

    In sostanza la presenza di fumonisine sul mais è collegata alla presenza di piralide e quindi in tutte le annate in cui il clima è buono per la piralide (spesso) la quota di fuorinorma schizza alle stelle.

  10. gianna ferretti ha detto:

    I dati sono impressionanti, Cosa succede del prodotto fuori norma viene declassato a mangime?

  11. No, è già fuori norma per i mangimi (2000 ppb). Hanno comunque fatto alzare (Lion – Verdi, evidentemente in nome del Principio di Precauzione) i livelli di tolleranza a 4000.

    In generale la si usa internamente all’azienda, e quindi ce se ne frega, o si spera in controlli nazionali carenti.
    Ricordiamoci che questa norma è molto recente. Prima non c’era una legge di riferimento.

    Cosa fanno?
    E’ stato ad esempio riportato un forte impatto sull’acrescimento del suino a causa del contenuto di Fumonisine. Poi ti invitiamo a leggerti: “Figli folina e fumonisine” e “Questi dati non dovevamo vederli” sul nostro blog.

    Ciao

  12. gianna ferretti ha detto:

    @BBB, ho letto l’articolo sulle fumonisine e interferenza sul trasporto dell’acido folico. Non conoscevo l’effetto delle fumonisine sul metabolismo degli sfingolipidi. Sono molecole che hanno numerosi ruoli modulatori, basta pensare che sono componenti delle membrane cellulari e sono particolarmente presenti nel tessutto nervoso. I dati sulle donne messicane e incidenza di difetti del tubo neurale dei figli, ha messo in evidenza un legame con le abitudini alimentari e intake di tortillas preparate con farina di mais,sarebbe interessante vedere se anche l’apporto di acido folico era carente nelle donne incluse nella indagine.
    Che ruolo hanno le tecnologie di lavorazione, ci sono processi che riducono i livelli di micotossine?

  13. Biola ha detto:

    Da allevatore ed ex produttore di mais sembra anche a me siano problematiche legate alla post raccolta , siamo strettamente controllati giornalmente sui contenuti di M1 nel latte prodotto che non devono superare in Europa i 50 ppt mentre in US il limite e’ 500 ,
    nel 2003 a seguito di un caldo eccezionale e di un costo petrolio alto ci furono problemi sulle produzioni di mais e sulla seccatura in tutta Italia ed Europa su convenzionale e Bio , il mais si raccoglie a 70 75 % di sost secca e si deve per forza seccare per portarlo a 87 % , e questo e’ sicuramente un punto critico insieme ad uno stoccaggio adeguato infatti anche cumuli di mais ben secco in magazzini asciutti dopo alcuni mesi sviluppano umidita’ ed iniziano a germinare .

    Alternativa alla seccatura e’ il pastone di mais : la molinatura del mais appena trebbiato e lo stoccaggio in cumuli come il silomais in assenza di ossigeno, la farina umida fermenta e funghi eventualmente presenti non hanni modo di svilupparsi .
    In Bio il mais e’ una coltura non economica , almeno nella mia zona , molto costosa che puo’ essere sostituita da colture meno esigenti come p.e. il sorgo .

  14. bacillus ha detto:

    Biola, la professionalità prima di tutto, per favore. Prima del cinismo di chi deve difendere l’interesse personale, prima dell’ideologia. Altrimenti questo paese non va avanti.
    E’ stato spiegato in tutte le salse: il problema nasce in campo. Gli attacchi di piralide aprono la strada alle muffe e queste, da sempre, producono tossine. Certo, se ci si mette pure un’essiccazione maldestra il problema non fa che aggravarsi. Ma la causa più grave si trova già nel corso della coltivazione. Non servono tanti studi. Basta andare in campo come ho fatto io e rendersene conto. E se questo è un problema per il “tradizionale”, figurarsi per il “bio”.

  15. Biola ha detto:

    I pistolotti riservali ad altri , scendi dalla cattedra e cerca di comprendere che la mia opinione non ha alcun fine personale ne ideologico :

    e’ dal 2003 che il problema afla e’ all’ ordine del giorno per i produttori latte per il mais zootecnico , indipendentemente se sono convenzionali, bio o biodinamici , i poligastrici sono come delle spugne che assorbono le tossine e le eliminano dal latte , non c’e’ da scherzare e non c’e’ alcuna ideologia , e’ solo un altra mannaia sulla testa dell’ allevatore.
    Se acquista mais con alti contenuti di afla a sua insaputa dato che nessun venditore ti garantisce il contenuto di afla , e se ne somministra quantita’ considerevoli alle sue vacche , vede il suo latte scartato e distrutto , non mi sembra ci sia ideologia in tutto questo .

  16. bacillus ha detto:

    “sembra anche a me siano problematiche legate alla post raccolta”. Pur essendo vero che ci sono anche problematiche di questo genere, con questo vuoi evidentemente negare che ci siano quegli evidenti, grossi, problemi a monte. E concentrare l’attenzione sul “post-raccolta” fa parte semplicemente dell’armamentario ideologico dei no-OGM.

    Il problema è serio, l’ho detto io prima che lo dicessi tu. Il problema è che oltre alla bassa qualità del nostro mais, ne stiamo producendo molto al di sotto dei nostri fabbisogni. Il problema è che prima degli allevatori, a rimetterci sono i maiscoltori. Come ho già avuto modo di dire il altre sedi (suscitando il tuo sarcasmo), il problema è di arretratezza tecnologica e culturale. E con il bio non si fa altro che istutuzionalizzare e sostienere tale arretratezza. Sei d’accordo con me, vero?

  17. Biola ha detto:

    A monte i problemi , IMO, sono che dopo 30 anni di monocoltura sarebbe anche il caso di incominciare a pensare a degli avvicendamenti tra le colture , ma questo e’ troppo arretrato per te 😉

    Certo che dopo aver seminato mais per + di 30 anni nella mia azienda ed aver abbandonato la coltura 5/6 anni fa sembrava la fine del mondo ,

    ma non e’ cosi’

    l’alternativa esiste ed e’ piu’ semplice che acquistare da monsanto , se fosse permesso, mais ogm per evitare la piralide o la diabrotica , la stessa monsanto che ci ha spinto per anni a riversare quantita’ impressionanti di principi chimici per produrre in monocoltura su terreni sempre piu’ privi di sostanza organica sempre piu’ mais che verra’ pagato sempre meno e che costera’ sempre di piu’ produrre ,

    non e’ ideologia ma coscienza ambientale e tecnica di sopravvivenza , almeno per me e qualcun altro 🙂

  18. bacillus ha detto:

    Eheh, caro Biola, parlando a me tu pensi ti parlare a quel rimbambito di mio suocero. Ma tra me e lui ci sono secoli di distanza. Vedi? Ti abbandoni ai luoghi comuni… Monosuccessioni pluridecennali, campi avvelenati dai pesticidi, che perdono sostanza organica e quindi fertilità: mi sembra di leggere l’ennesimo articolo del Santone di Terra Madre che come un disco rotto ripete quella e sempre quella da anni.

    Dici un’enormità, caro amico… Le alternative al mais? Il mais è una coltura strategica, Biola. Non ha alternative. Per il food e per il no-food. Per poter ottenere carne, latte, uova a prezzi accettabili per il consumatore. Per produrre, adesivi, plastiche, alcool, acido citrico, ecc. (chiedere a Bressanini)
    Si può fare maiscoltura con impatto ambientale ridotto. Si può unire la coscienza ambientale a quella “economica”. Ma serve tecnologia e know-how. In Italia chi vuole perseguire questo obiettivo, non può farlo.

  19. Biola ha detto:

    Bacillus ,

    un consiglio non richiesto, e qui chiudo

    un po’ piu’ di rispetto per altrui opinioni e lavoro e gia’ che ci siamo anche per tuo suocero, faresti sicuramente una figura migliore 😉

  20. Stefania ha detto:

    @Bacillus – ‘Il mais è una coltura strategica, Biola. Non ha alternative. Per il food e per il no-food.’ si ma credo che il senso del post sia l’analisi della catena alimentare e l’impatto dei metodi produttivi e di stoccaggio del piatto che noi mangiamo (che sia mais di per se o carni di allevamento nutrite con farine di mais), e non delle svariate applicazioni industriali del mais. Nella lista ti sei dimenticato di includere i pannolini per bambini e le benzine ‘verdi’ (che poi tanto verdi non sono). Tante ‘belle’ applicazioni che hanno di recente sconvolto i prezzi del mais a livello globale, e che hanno letteralmente tolto il desinare a gruppi interi di popolazioni in SudAmerica dove il mais e’ , appunto, come il riso o la pasta in altri. Immagino fosse questo il senso dell’ ‘ennesimo articolo del Santone di Terra Madre’.

  21. bacillus ha detto:

    Stefania, sei male informata. Negli ultimi 14-15 mesi i bambini nei paesi occidentali non hanno cambiato abitudini “evacuatorie”, mentre nel contempo americani ed europei non hanno ridotto drasticamente il loro utilizzo dell’automobile. Eppure i prezzi del mais (e dei cereali in generale) restano bassissimi. Dopo la follia del periodo a cavallo tra il 2007 ed il 2008, nel luglio-agosto del 2008 stesso, i prezzi sono crollati intorno a 9 euro al quintale. Nel maggio-giugno del 2009 si è avuto un picco a 14 euro (sempre miseria) per poi arrivare di nuovo ad un crollo nel periodo della raccolta (siamo sempre sugli 8-9 euro). Da un anno i magazzini sono “strapieni”. Sarebbe il momento giusto per trasformare tutto in etanolo, pannolini, plastica… Ed invece no, il mais continua a restare nei magazzini. C’è qualcosa che non va, Stefania. I motivi sono più sottili, c’è di mezzo un mercato globale drogato da speculatori che ovviamente non mancano di rivolgere le loro attenzioni sulla roba che vale. Ripeto “roba che vale”.
    Alla luce di tutto questo, (che non è un segreto per nessuno, basta andare a vedere appunto il mercato delle commodities), le speculazioni semplicistiche del Santone sono semplicemente vomitevoli.
    Ma al di là delle paturnie snob di un mediocre ideologo, i problemi restano: da una parte produttori che boccheggiano, dall’altra gente che muore di fame. Che sia il caso di liberarsi dalle incrostazioni ideologiche e ripartire da zero? E’ colpa degli agricoltori o piuttosto di un intero “sistema”?

  22. Stefania ha detto:

    @Bacillus – quello che volevo farti notare e’ semplicemente l’impatto di certi metodi produttivi e delle contrattazioni globali sull’alimentazione di certi gruppi di popolazione in altre zone del globo. Il tutto sostenuto, allora, solo ed esclusivamente dalle politiche degli incentivi degli US. Attualmente, e’ vero, ho il grafico di fronte, i prezzi sono tornati ad essere gli stessi del 2006, ovvero di prima del delirio delle tortillas (@Gianna, ho la gif ma non la posso pubblicare su questo post?). Che e’ successo dunque? ci si e’ resi conto che questa benzina non e’ tanto verde perche’ i metodi produttivi hanno un forte impatto ambientale e quindi non rappresenta una alternativa valida al petrolio – aggiungo anche che l’autonomia dal petrolio e’ voluta da molti e non solo per motivi ambientali. L’Europa, che inizialmente ha accarezzato l’idea delle benzine verdi, ha fatto qualche passo indietro. L’industria automobilistica tedesca, in particolare, ha fermato (FERMATO!) la produzione di auto dotate dell’alimentatore per benzine ‘verdi’ se non erro l’anno scorso e questo e’ bastato a trainare il resto. Il mercato globale si e’ riassestato e ha ripreso a contrattare come prima. Attualmente la ‘roba che vale’ come la chiami tu – possiamo pure nominarla, no? e’ l’oro, i minerali. Perche’? perche’ segue il delirio del boom delle costruzioni in Cina e India. Ma anche perche’ in tempi di crisi, si va a comprare cio’ che ‘dura’ nel tempo – quindi un fattore legato all’impresa ma anche ‘psicologico’, se vuoi, di ricerca di ‘sicurezza’, diciamo.

    Cio’ pero’ non toglie che ci si debba porre la domanda se sia opportuno usare la terra per produrre cibo, oppure per produrre risorse per un’industria che nel mondo occidentale non se la passa mica poi bene (costo del petrolio, crollo del sistema bancario che finanzia l’industria tramite le linee di credito… non ci sono soldi!!!!). Il fatto che Cina e India continuino ad andare non impedisce la societa’ occidentale di porsi certi problemi per svariate ragioni, mica solo economiche, ad es. il peso delle malattie cardiovascolari in Cina causate dalla dieta di transizione nei prossimi 10 anni (questo e’ un messaggio del WHO). E da qui il dibattito, che nelle societa’ democratiche (come l’Europa) coinvolge i 3 vertici a cui ho accennato in altri interventi: istituzioni e governi, industria (dalla produzione alla trasformazione alla distribuzione) e societa’ civile (consumatori, movimenti d’opinione, societa’ non governative etc). Dove ogni vertice contribuisce con le proprie azioni e idee in un modo o nell’altro, a creare scenari nuovi. Aggiungo infine: spero (per te) che non pensi che la tanto decantata ‘fine della recessione’ si traduca in un rifiorire di attivita’ e di ripresa economica dietro l’angolo, che basti solo smettere di fare ‘speculazioni semplicistiche’ per aiutare la ripresa… perche’ mi sa che rimarrai deluso. Il fondo e’ arrivato ma la ripresa e’ molto lontana, se pensi che in US il tasso di disoccupazione e’ previsto in discesa ancora per un po’ e sino a quando non si riprende l’economia di questo paese, non succedera’ molto.

  23. Emanuela Da Ros ha detto:

    @biola mi trovi d’accordo in merito all’impoverimento dei terreni dovuti alla monocultura. Ultimamente però mi sono posta molti dubbi riguardo all’utilizzo del mais nella dieta dei bovini (e non solo), leggendo l’indagine giornalistica di Michael Pollan “Il dilemma dell’onnivoro”(con fonti bibliografiche di un certo spessore, mi risulta) si evince la loro incapacità di digerire grandi quantità di mais. Dal punto di vista fisiologico, in effetti, le caratteristiche del mais non si sposano con i processi digestivi di rumine, omaso, abomaso, ecc. Ma questi problemi digestivi, a quanto pare, vengono “superati” dalle esigenze produttive.
    Da questo si potrebbe passare all’enorme problema di impoverimento a livello mondiale del patrimonio genetico delle varietà colturali a vantaggio di poche (tra cui il mais) prodotte su scala mondiale.
    Riguardo alla concentrazione di micotossine nei prodotti biologici,invece, finalmente arrivano nuove informazioni, perché le affermazioni sul mais cancerogeno mi avevano proprio lasciata perplessa.

  24. Credo che il tutto il boom sia partito da un equivoco.

    Aflatossine (M1) e fumonisine non sono la stessa cosa.

    Il Bt (semplificando) serve a contenere le fumo, non le afla che, se è pur vero che gli inoculi avvengono in campo, si sviluppano in modo significativo in post-raccolta. Le fumo invece sono un problema più di campo (anzi il nostro vero problema tutti gli anni – causa piralide).

    Sul resto appare opportuno chiarire 2 cose:

    1) non esiste alternativa sostenibile all’agricoltura intensiva a meno di: ridurre la popolazione mondiale a meno di 1 miliardo di persone e ridurre drasticamente i suoi fabbisogni energetici, alimentari, sanitari, e chi più ne ha più ne metta. Oggi la soia brasiliana nutre le vacche cinesi, qualcuno vuole dire ai cinesi di smetterla di mangiare carne?

    2) biocarburanti. Funzionano, il problema è che hanno un impatto significativo (se fatti su larga scala) sulle derrate alimentari disponibili. Cosa non del tutto trascurabile. Se fatti poi in maniera non intensiva non parliamone.

  25. Dimenticavo: dilemma dell’onnivoro… per carità.

    “Da questo si potrebbe passare all’enorme problema di impoverimento a livello mondiale del patrimonio genetico delle varietà colturali a vantaggio di poche (tra cui il mais) prodotte su scala mondiale.”

    Beh, si potrebbe tutti tornare a mangiare bacche e radici… prego accomodatevi.

    “Riguardo alla concentrazione di micotossine nei prodotti biologici,invece, finalmente arrivano nuove informazioni, perché le affermazioni sul mais cancerogeno mi avevano proprio lasciata perplessa.”

    Il punto è che gli OGM hanno meno fumonisine. Se mangi altro mais (bio e non) è più che probabile (anzi, quasi certo) che sia zeppo di fumo. Il tema è dunque: rifiuto gli OGM in nome del Principio di Precauzione, ma mi mangio (e do da mangiare agli animali) migliaia di ppb di fumonisine tossiche anche se so che se mangiassi OGM Bt potrei evitarmele. Trovo la cosa oltremodo stupida…

  26. Emanuela Da Ros ha detto:

    @BBB: Caspita quanto sei polemico. E’ chiaro che le opinioni degli altri se discordano dalle tue non possono essere altro che “stupide”. A questo punto viva! i tuoi OGM e le aziende “no profit” che li producono.

  27. biola ha detto:

    @Emanuela

    Sinteticamente da un punto di vista strettamente zootecnico l’ alimentazione delle vacche da latte in convenzionale arriva a somministrare anche 10 Kg di Mais farina oltre ad una paio di Kg soia farina estrazione etc etc questo per arrivare a livelli produttivi di ca 35 kg latte/di, e’ chiaramente una forzatura in nome di maggiori produzioni che generano spesso disturbi metabolici , interventi veterinari e carriere produttive ( sic) piu’ brevi per gli animali .

    Nel biologico l’ approccio e’ molto meno orientato alla produzione , e’ piu’ sensibile all’ attitudine dell’ animale che e’ quella di ingerire foraggio per cui le razioni ne devono avere una predominanza , il risultato e’ una minor produzione 25 lt al di , meno problemi veterinari e carriere produttive piu’ lunghe .

    E’ un approccio diverso che produce 2 prodotti simili ma diversi ed entrambi hanno un mercato , a parte la crisi di questi giorni .
    Non conosco l’indagine giornalistica di Michael Pollan “Il dilemma dell’onnivoro” , cerchero’ …

    @BBB
    Grazie della precisazione tra fumo e M1

    Dopo il 2003 e’ difficile se non impossibile consegnare latte con alti contenuti di M1 , i controlli sono severissimi e giornalieri su ogni partita di latte .

    Il principio di precauzione ci sta tutto , non puo’ essere invocato solo per il latte crudo … anche se IMO la ricerca BT non deve essere messa da parte.

    Che ci sia bisogno di rotazioni l’hanno capito anche a Bruxelles , ecco uno stralcio del D.M. 29 luglio 2009

    **************************************************
    Una misura di particolare interesse riguarda l’avvicendamento triennale, soprattutto perché si inserisce in un settore oggi decisamente in crisi come quello dei seminativi ed in particolare dei cereali. Sostituisce l’abrogato art. 69 del Reg. CE 1782/2003.

    Questa misura prevede di destinare 99 milioni di euro a favore degli agricoltori che attuano tecniche di avvicendamento triennale delle colture. La condizione per ricevere il sostegno è che il ciclo di rotazione preveda la coltivazione, sulla medesima superficie, almeno per un anno di cereali [grano duro, grano tenero, mais, orzo, sorgo, avena, segale, farro, miglio, ecc.] e almeno per un anno di colture proteiche [fave, favette, favino, pisello proteico e lupini dolci] o di oleaginose [soia, girasole, colza].

    Il sostegno non riguarda tutta l’Italia, ma solo le Regioni Centro-meridionali: Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. L’obiettivo della misura è quello di interrompere la monosuccessione di cereali e di favorire la rotazione con colture miglioratrici.
    L’impegno è triennale, ma, proprio in virtù delle difficoltà riscontrate dal settore cerealicolo è stato ottenuto che l’agricoltore mantenga un vincolo su due anni: un anno per il cereale e un anno per la coltura miglioratrice. Pertanto, è consentito il ristoppio solo per due anni consecutivi; ad esempio l’agricoltore può scegliere una rotazione “grano duro – grano duro – favino”.

    L’importo massimo del contributo è fissato a 100 €/ha/anno,
    **********************************************************

  28. bacillus ha detto:

    Prima osservazione.
    “E’ chiaro che le opinioni degli altri se discordano dalle tue non possono essere altro che stupide”.
    Non voglio prendere le difese di quelli di BBB, non ne hanno bisogno. Ma mi chiedo. E’ possibile che quando si parla di agricoltura tutti, dico TUTTI, pensano di avere le competenze per esprimere il proprio parere? Se si discutesse di astrofisica o di cromodinamica quantistica, sarebbe lo stesso?
    Chissà perché, una pratica così complessa come la produzione agricola vede una schiera infinita di gente che ha le idee chiare e che pretende di imporle a chi la terra la lavora o la studia davvero. Perché?

  29. bacillus ha detto:

    Seconda osservazione.
    Non voglio polemizzare con Biola, in fondo credo che lui sia in perfetta buona fede. Ma lui mi offre lo spunto per mettere in evidenza una distorsione che ormai si è pericolosamente diffusa in questo mondo (quello agricolo, sì, sempre quello).

    Lui dice: “l’alimentazione delle vacche da latte in convenzionale arriva a somministrare anche 10 Kg di Mais… etc. etc.” e questo “e’ chiaramente una forzatura”.
    Poi continua: “Nel biologico l’ approccio e’ molto meno orientato alla produzione”, con risultati, sintetizzo, meno “spinti” (e quindi, sottinteso, di più alta qualità).

    Ma porca miseria, dico io, ma chi l’ha detto che tutti i produttori convenzionali arrivino alle “forzature” di cui parla Biola? C’è proprio bisogno del “biologico” per arrivare ad adottare certe filosofie produttive? Se c’è bisogno del “biologico” per raggiungere certi standard qualitativi, vuol dire che non c’è un know-how consolidato verso obiettivi di qualità, vuol dire che c’è bisogno di una autorità “superiore” che imponga obiettivi, metodi, limiti e che metta a disposizione un’etichetta di qualità che il produttore non è in grado di esprimere.

    Qualche giorno fa accennavo alla “professionalità”. E’ un concetto che ha una sua valenza concreta e profonda o si tratta di un dettaglio che può essere abbandonato a ideologie, mode, convenienze passeggere?

  30. Docster ha detto:

    Probabilmente perchè l’agricoltura e la sua reale sostenibilità rappresentano qualcosa che ha una ricaduta diretta sul presente e sul futuro di tutti, mentre anche senza astrofisica e cromodinamica quantistica si può campare serenamente.

  31. bacillus ha detto:

    Ah, Docster. E questo dà diritto a formulare pareri e soluzioni senza conoscenza, senza esperienza, senza curiosità.
    A parte il fatto che io penso che la conoscenza dei meccanismi più estremi e profondi della Natura sia indispensabile per vivere questo modo “serenamente”, trovo che forse il problema più grosso stia proprio nella presunzione di conoscere un mondo che ci è (apparentemente) vicino, ma che di fatto, per quella che è la sua storia e la sua complessità, risulta sconosciuto non solo al grande pubblico, ma anche agli addetti ai lavori.
    Ecco, se posso dare un merito ai Santoni, è quello di aver avuto l’intuizione di far conoscere questo mondo. L’hanno fatto in modo distorto e speculativo, ma l’idea è stata geniale.

  32. Emanuela Da Ros ha detto:

    @Bacillus “E’ possibile che quando si parla di agricoltura tutti, dico TUTTI, pensano di avere le competenze per esprimere il proprio parere? Se si discutesse di astrofisica o di cromodinamica quantistica, sarebbe lo stesso?”
    e
    “Qualche giorno fa accennavo alla “professionalità”. E’ un concetto che ha una sua valenza concreta e profonda o si tratta di un dettaglio che può essere abbandonato a ideologie, mode, convenienze passeggere?”

    Nonostante tu la pensi in maniera diversa dalla mia non metto in dubbio la tua professionalità a differenza di quanto fai tu con tanta leggerezza.

    Il biologico, il rispetto dell’ambiente e la salvaguardia della biodiversità non sono né mode passeggere né novità dell’ultima ora, ma sono delle vere e proprie necessità.

  33. Stefania ha detto:

    @Bacillus – capisco il senso del tuo commento amaro. E’ vero, c’e’ molto blah blah intorno alle tematiche alimentari. E’ vero anche che se siamo dove siamo – Europa come US – la colpa e’ un po’ del cosidetto ‘paradigma produttivistico’ perseguito dalle politiche agricole dei paesi europei e americani dei decenni dal dopoguerra in poi. Ossia, la terra utilizzata per dare il massimo – peccato che nessuno abbia mai pensato alle ripercussioni a lungo termine, questa non e’ un’abilita’ che il mondo politico in genere ha. L’unico obiettivo allora era rendere l’alimentazione un diritto di tutte quelle popolazioni dei paesi coinvolti nel conflitto – ricordiamoci delle morti per fame del ’44 in Olanda. La societa’ occidentale – si penso’ allora – non deve mai piu’ soffrire una cosa del genere. Ora pero’ gli obiettivi sono cambiati. I paesi occidentali sono sempre piu’ grassi e le malattie cardiovascolari sono fra le prime cause di morti nel mondo (il doppio dei tumori), altri paesi, invece, continuano a morire di fame. L’industria fa un po’ quello che vuole perche’ investe e disinveste da un paese all’altro. La filiera e’ diventata piu’ lunga, e piu’ complicati sono i meccanismi che la regolano. Il mercato libero, ritenuto da molti un’importante opportunita’ per i piccoli produttori, in verita’ spesso non ha funzionato esattamente come ci si aspettava (ne ho accennato nel post sulla filiera del gambero, non so se ti e’ capitato di leggerlo). L’Italia e’ uno dei pochi paesi dove se si dice ‘biologico’ generalmente ci si riferisce ad una filiera corta – in altri paesi non e’ cosi’, perche’ la grossa produzione/distribuzione ha messo le mani anche li’ ed e’ facile trovare un prodotto biologico importato dall’altra parte del globo… che senso ha questo con la filosofia del bio proprio mi viene difficile capire – ne parla anche Pollan nel suo Omnivore’s Dilemma. Ma anche questa e’ stata una sorta di ‘stortura’ dell’uso degli standard di produzione ed etichettatura. Quindi per tornare al senso del tuo discorso … si parla tanto e spesso dell’agroalimentare purtroppo trivializzandolo con luoghi comuni solo perche’, come diceva Docster, ha un impatto sulla vita di tutti. D’altronde cosi’ come e’ giusto dar voce al produttore come te, e’ giusto anche ascoltare voci diverse dalla tua perche’ cosi’ deve essere in una societa’ democratica. Su questo blog ad esempio passa anche un bel po’ di bibliografia, il che non guasta…

  34. biola ha detto:

    Ritornando al tema del post, e’ mia opinione che in annate in cui in Italia si verificano situazioni climatiche eccezionali , come il 2003, non c’e’ trattamento chimico che tenga , il mais tutto , bio o convenzionale, si contamina con micotossine , se poi la post raccolta , per risparmiare sul gasolio o per incuria , e’ approssimativa, i risultati sono catastrofici in termini di contaminazione.
    Aggiungo che almeno nella mia zona il Mais e’ una coltura estremamente costosa , in bio quasi impossibile e per l’alimentazione del bestiame si coltivano cereali invernali piu’ rustici come orzo o triticale o estivi come il sorgo che hanno problemi di micotossine veramente minimi .

    Dal 2003 c’e’ un monitoraggio quasi maniacale e asfissiante sul latte prodotto con un limite M1 di 50 ppt mentre in Usa e’ 500 ppt . Perche’ ? qulcuno ha una risposta ?

    Una considerazione pratica : i vari sistemi produttivi in Agricoltura come convenzionale, bio , biodinamico, agricoltura blu e ogm esistono perche’ il mercato li richiede ed esisteranno tutti fino a che il mercato li richiedera’.
    Il Consumatore deve essere informato di come , da dove e con cosa e’ fatto il cibo che gli viene proposto, sta a Lui scegliere cosa acquistare, e’ il Consumatore consapevole che decide e fa il mercato, al di la’ delle ideologie.

  35. Dario Bressanini ha detto:

    Biola, che diavolo e’ l’agricoltura blu?

  36. bacillus ha detto:

    “Agricoltura Blu”. Pensa te, sono anni che sono convinto sia la vera strada per una agricoltura moderna e non sapevo nemmeno che si chiamasse così 😳
    Comunque, sembra che l’espressione sia stata coniata qui in Italia e solo per l’Italia. Non c’è dubbio che tale espressione faccia decisamente schifo.
    Grazie Biola.

  37. Biorotto ha detto:

    @Dario

    http://www.monsanto.it/agricoltore/agricoltura_blu.asp

    Dal punto di vista tecnico , pratiche colturali per minimizzare le lavorazioni e gli interventi sulle colture .

    Se vuoi ti posto il mio punto di vista ideologico , ma non penso ne sentirai la mancanza, puoi vivere senza ! 😉

  38. bacillus ha detto:

    Eheh, che link poteva metterci il Biola? Evocare quel nome susciterà in molti orrore e disgusto. Meglio questo, allora:
    http://www.aigacos.it/index.asp

  39. Biola ha detto:

    Googlare per credere , e’ il primo della lista !

    che putenza queste multi 🙂

  40. Dario Bressanini ha detto:

    Biola: giuro che non conoscendo il termine mi sono venute in mente le colture idroponiche e roba del genere 😆

  41. gianna ferretti ha detto:

    @Bacillus, se fossi arrivato in fondo al link di Biola avresti trovato questo:

    “Monsanto è partner di Aigacos (www.aigacos.it) per la promozione e la divulgazione delle tecniche di Agricoltura Blu.”

    Forte vero? 😉

  42. bacillus ha detto:

    Sì, sì, Gianna, l’avevo visto. Già prima, su quel link, avevo notato la frase “La coltura di copertura può essere devitalizzata con Roundup prima della semina della coltura in produzione”.
    Tutto ovvio e risaputo. E’ pacifico che quel tipo di agricoltura richiede input chimici “di un certo tipo”. Il Roundup è un prezioso strumento in questo senso. Così come risultano preziosi e perfettamente rispondenti alle problematiche specifiche, gli OGM.
    Ma niente di orribile e spaventoso.

  43. bacillus ha detto:

    @Stefania
    Offri spunti di discussione interessanti, avrei molte cose da dirti… Vorrei risponderti, ma mi devo prendere del tempo, le vendemmie lasciano strascichi pesanti. Ora vado in cantina. Se Gianna permette, ci torno più in là.
    Ciao

  44. Stefania ha detto:

    non c’e’ problema, Bacillus. Ciao e a presto.

  45. ClaudioV ha detto:

    Sono sempre molto dibattuto quando si parla di OGM e BIO. Mi sento come una bandieruola al vento.. sono convinto che il giusto è come spesso accade nel mezzo. Adesso sembra andare di moda il BIO, ci sentiamo più vicini alla natura (quasi come se fossimo noi a fare il raccolto), ma poi andiamo a fare la spesa sottocasa con il SUV! fa senso tutto questo?
    …Poi ideologicamente molti prodotti OGM mi sembrano più BIO dei BIO se viene utilizzata 1/3 dell’acqua per produrne la stessa quantità.. e allora fa senso che siano solo le multinazionali a gestire queste risorse (nel bene e nel male)?
    Posso proporre di parlarne ancora? per educarci invece di beccarci.
    In previsione che questo sarà anche uno dei temi caldi dell’EXPO’ 2015 (a Milano).

    ClaudioV

  46. Gianna Ferretti ha detto:

    @Claudio,certo che ne parleremo ancora, io ringrazio per i commenti,ho imparato molto dalla loro lettura, grazie a tutti!

  47. deste marco ha detto:

    ho sempre saputo che l’ambiente ruminale delle vacche da latte è un
    ambiente RIDUCENTE ,come reazione chimica,vista la presenza di IDROGENO libero,pH.Quando entra nel rumine qualsiasi sostanza,proteica,aflatossina.contaminante,questa viene RIDOTTA,ridimensionata a prodotto diverso.COME POSSO APPROFONDIRE E CONOSCERE DI PIU’ QUESTO ARGOMENTO MOLTO INTERESSANTE’…
    IL MIO INDIRIZZO MAIL è DESTEMARCO@ALICE.IT
    I NUMERI DI CELLULARE:3351210118 3466917552.


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