Di cosa si tratta?

a) gelato alla fragola
b) preparato per i marshmallow
c) preparato di carne
d) nessuna delle precedenti

Edit: dopo-domani la risposta.


Cucumber time reloaded

E siamo di nuovo al Cucumber time. L’anno scorso la Pepsi al cetrolio, anche quest’anno restiamo in Giappone. Vi piacciono i cocomeri frutto della creatività di diversi coltivatori giapponesi?


I prodotti biologici e convenzionali, alimentazione, salute e la ricerca scientifica

Prima domanda: Quanti di coloro che ne hanno scritto sui quotidiani, hanno letto per intero i due report sui prodotti biologici pubblicati sul sito della Food Standard Agency? Il tema non mi è completamente nuovo, infatti alcuni mesi fa parte della letteratura esaminata dal team a cui l’FSA ha commissionato lo studio, mi era già passata tra le mani nella preparazione di materiale didattico per le mie lezioni.

Ebbene sì, mi sono letta in questo caldo pomeriggio, le prime 30 pagine del dossier sugli aspetti nutrizionali “Comparison of composition (nutrients and other substances) of organically and conventionally produced foodstuffs: a systematic review of the available literature” e le 50 pagine del secondo report sugli effetti sulla salute: “Comparison of putative health effects of organically and conventionally produced foodstuffs: a systematic review”

Un dato che mi ha colpito e una riflessione subito su un aspetto di cui nessuno nei quotidiani ha parlato, è la scarsa qualità delle ricerca scientifica su questo tema, almeno per quanto riguarda i parametri usati dal team coordinato da Alan Dangour della London School of Hygiene and Tropical Medicine (LSHTM).

-Perché dico questo? Nel primo dossier, quello sugli aspetti nutrizionali (137 su prodotti vegetali e 25 su prodotti da allevamenti animali); sono stati presi in considerazione solo 162 lavori su una mole dichiarata di piu’ di cinquantamila articoli. Dei 162 solo 55 –sono stati giudicati soddisfacenti per metodi, strumenti di analisi e altri criteri di validità.

-Per il secondo dossier riguardante gli effetti sulla salute ( studi condotti in vitro o in vivo su soggetti umani o su modelli animali), ne sono stati analizzati solo 11, e di questi solo 3 sono stati considerati soddisfacenti.

-Tornando ai dati dei due dossier. Come ammettono gli stessi ricercatori, non sono stati inclusi i lavori in cui si confrontavano dati sui livelli di contaminanti, pesticidi o fungicidi, o l’impatto sull’ambiente delle pratiche diverse di coltivazione organica o convenzionale. Esclusi anche i lavori in cui si parlava di salute occupazionale, come mai? Eppure sono tutti aspetti importanti, forse era il caso di partire proprio da questi, non siete d’accordo?

Nel frattempo è arrivato alla fase finale il concorso per un nuovo logo per i prodotti ottenuti da agricoltura biologica e di cui avevo scritto tempo fa, sono giunte alla commissione 3400 proposte, come racconta la commissaria europea Marianne Fischer Boel.

Da leggere:

Comparison of composition (nutrients and other substances) of organically and conventionally produced foodstuffs: a systematic review of the available literature (pdf)

Comparison of putative health effects of organically and conventionally produced foodstuffs: a systematic review (pdf)

Agricoltura biologica. Il sito UE

Altri blogs che ne hanno scritto:

Oca sapiens

A ruola libera

Luca de Biase


Hospital food: Mangiare in corsia

hospital-food

Non ho piu’ sentito parlare del protocollo d’intesa tra Slow Food, Società Italiana di Medicina Preventiva e Ministero della Salute. All’epoca era ministro Livia Turco.

Ricordate? Piu’ o meno di questi tempi due anni fa fece rumore l’accordo in cui la Slow Food era incaricata di un monitoraggio della ristorazione ospedaliera allo scopo di promuovere cambiamenti nei menu’. Un tema attuale, su cui si organizzano corsi di formazione e workshop, si elaborano linee guida per prevenire la malnutrizione ospedaliera.

Oggi invece ho scoperto il foto-blog Hospitalfood in cui sono raccolte le foto di pasti serviti nei vari ospedali. Se non vi rattrista troppo, potete contribuire, anche su Facebook.
Via


Do you liquid smoke?

liquidsmoke

Fin dall’antichità, l’affumicatura è stata usata per conservare la carne, il pesce e altri alimenti. Il trattamento consisteva nella esposizione degli alimenti al fumo di legno di varie specie vegetali come ginepro, rosmarino, alloro, rovere, castagno, faggio, frassino, quercia a seconda delle disponibilità e delle tradizioni locali. Più il trattamento è lento e a bassa temperatura e migliore è il risultato finale. Il fumo, oltre a esaltare l’aroma degli alimenti, svolge un’importante azione conservante dovuta ai suoi componenti tra cui l’aldeide formica, una delle centinaia di sostanze che si formano durante l’affumicatura, tra cui i temuti idrocarburi policiclici aromatici (IPA). Alcuni studi hanno evidenziato comunque che i prodotti affumicati non apportano idrocarburi policiclici aromatici in quantità tale da essere un pericolo per la salute.

Se leggete attentamente le etichette di alcuni prodotti non solo affumicati, troverete indicato tra gli ingredienti l’aroma fumo. L’impiego dell’aroma fumo si è esteso su larga scala da circa 30 anni per conferire, in tempi più brevi e a prezzi inferiori, l’aroma dell’affumicatura ad alcuni prodotti. La procedura si è affermata negli Usa dove il fumo liquido è in pratica usato nella maggior parte dei prodotti affumicati. Il fumo liquido viene nebulizzato sugli alimenti o in alternativa questi vengono immersi nelle soluzioni aromatizzate per i tempi necessari a conferire il classico aroma. Chi si schiera a favore di questo trattamento lo considera un vantaggio rispetto alle tecniche tradizionali di affumicatura poiché “offrirebbe la possibilità di controllare i principali parametri di processo, standardizzazione dei tempi e delle concentrazioni, monitoraggio della formazione di composti tossici che si liberano durante la combustione delle materie prime impiegate. L’applicazione che avviene a freddo, eviterebbe le perdite di resa dovute al calo di peso che si hanno con l’affumicatura a caldo in affumicatoio. Ho trovato qualche informazione, per esempio per affumicare il formaggio con il fumo liquido, pensate bastano pochi minuti di trattamento.

Come si ottiene l’aroma fumo (o fumo liquido)?
Il processo controllato che porta alla formazione degli smoke flavour che troviamo nell’aroma fumo, è la pirolisi (o piroscissione) che determina la decomposizione termochimica di materiali organici, in assenza di un agente ossidante normalmente l’ossigeno. La pirolisi applicata ai principali componenti del legno, come cellulosa, lignina, emicellulosa, genera numerose molecole volatili, tra cui gli idrocarburi aromatici policiclici aromatici (IPA) citati anche sopra.

Gli smoke flavours disponibili sul mercato sono di diversi tipi, liquidi o in polvere, ognuno è identificato da una sigla diversa, in relazione al processo con cui è ottenuto e dal tipo di legno usato. E ovviamente possono variare i composti chimici contenuti e i livelli massimi degli idrocarburi aromatici policiclici come pirene, fluorantene, antracene, acenaftene, benzo-pirene.

In Italia Il decreto 107/92 fissa i requisiti di purezza degli aromi di fumo, relativamente a due idrocarburi: il benzopirene (10 μg/Kg) e il dibenzoantracene (20 μg/Kg). E’ evidente quindi, l’importanza di controlli sul grado di purezza degli estratti utilizzati poiché non è infrequente la commercializzazione di estratti non sufficientemente purificati, che possono pertanto diventare fonte di contaminazione del prodotto finito.

La diffusione degli smoke flavours
Con il passare del tempo, la variazione di aroma degli alimenti indotta dall’affumicatura è diventata più importante della funzione di conservazione. Attualmente gli aromatizzanti di affumicatura, sono aggiunti a diversi alimenti per modificarne l’aroma. Avete presente la salsa barbecue? o qualche snack barbecue flavoured come questo?

pringles barbecue

La Commissione europea ha chiesto quindi all’EFSA di valutare la sicurezza di tutti gli aromatizzanti di affumicatura il cui uso è in atto o è previsto all’interno dell’UE, al fine di redigere un elenco dei prodotti aromatizzante autorizzati.

Cosa ne pensa l’EFSA?
Nella primavera scorsa, l’ EFSA ha già pubblicato il primo di una serie di pareri sui prodotti aromatizzanti aggiunti agli alimenti per fornire o rafforzare il sapore affumicato. Il gruppo di esperti ha concluso che alcuni dei prodotti erano da considerare sicuri, mentre timori sono stati espressi sulla sicurezza di altri (Unismoke e Zesti Smoke Code 10). Circa un mese fa sono state pubblicate altre opinioni e pareri negativi su altri tipi di aromatizzanti: SmokEz C-10 e SmokEz Enviro 23. Sulla base dei risultati delle analisi effettuate sui ratti e sulle stime di esposizione media dei consumatori europei l’Efsa ha definito infatti “insufficienti” i margini di sicurezza degli aromatizzanti, e troppo basse “le soglie oltre le quali possono prodursi effetti nocivi sulla salute”.

Credo di essere riuscita a rintracciare il gruppo che produce due degli smoke flavours su cui è stato espresso parere negativo, dovrebbe essere la Red Arrow, visto quanti ne produce?

Su Pubmed ho trovato diversi articoli in cui si riportano dati sui livelli di idrocarburi policiclici in alcuni prodotti affumicati, tra cui anche prodotti italiani e si confrontano i due trattamenti, affumicatura tradizionale o mediante “fumo liquido” . Qualche esempio:

Polycyclic aromatic hydrocarbons in smoked food products and commercial liquid smoke flavourings. Food Addit Contam. 1993

The formation and occurrence of polynuclear aromatic hydrocarbons associated with food. Mutat Res. 1991

Polycyclic aromatic hydrocarbons in farmed rainbow trout (Oncorhynchus mykiss) processed by traditional flue gas smoking and by liquid smoke flavourings. Food Chem Toxicol. 2008

Levels of benzo[a]pyrene (BaP) in “mozzarella di bufala campana” cheese smoked according to different procedures. J Agric Food Chem. 2004

Occurrence of polycyclic aromatic hydrocarbons in smoked cheese. J Dairy Sci. 2004

Presence of heterocyclic aromatic amines (HAS) in smoked “Provola” cheese from Calabria (Italy). Food Chem Toxicol. 2009

EFSA-safety-doubts-over-two-more-smoke-flavours

edit: Trattamenti a base di “smoke flavour” nella filiera degli hot dog e cheap bacon.


Tutte le carbonare del mondo

Si chiama ‘Le vacanze nel piatto’ ed è il protocollo d’intesa tra Coldiretti e Comando Carabinieri Politiche Agricole e Alimentari. Lo scopo? intensificare i controlli sui prodotti enogastronomici in particolare nelle località turistiche dove d’estate si espongono i menu’ tristemente noti come acchiappaturisti con nomi di piatti che strizzano l’occhio alla tradizione e al territorio, ma che in concreto sono preparati con ingredienti che non rispettano le classiche ricette. Tra gli esempi segnalati la locanda romana che offre spaghetti alla carbonara con prosciutto cotto al posto del guanciale e formaggio grattugiato al posto del pecorino romano.

Ricordo che l’anno scorso in occasione del Carbonara day, la “Giornata internazionale della cucina italiana”, lanciata dal Gruppo virtuale cuochi italiani (Gvci), si aprirono vivaci discussioni sugli ingredienti della carbonara originale. Qualcuno inorridiva alla proposta della panna o della cipolla.

“Guanciale, uova, pepe, pecorino” tutti qui gli ingredienti secondo tradizione.

Tutta questa premessa, per una nuova puntata di professione gastrophotoreporter. Stavolta è Andrea che mi scrive segnalando la versione riveduta e “corrotta” della carbonara. Avvistato tra gli scaffali un barattolo di sugo come lo preparano a Casa Barilla. Cosa viene usato?

Ingredienti : Acqua, pancetta di suino affumicata 15%, latte intero pastorizzato, zucca, cipolle, burro, olio di girasole, Grana Padano 1,5%, amido di patata, farina di frumento,aromi, proteine del latte, amido di mais, tuorlo d’uovo 0,4%,sale,pepe.

carbonara Barillacarbonara Barilla

Stupore e meraviglia. Perchè fermarsi? Qualche minuto e a un click da noi cosa troviamo? la ricetta è proposta e maltrattata in numerose versioni dalle aziende in giro per il mondo. Ci troviamo latte, proteine del latte, caseinati, addensanti vari, olio di semi, olio di cocco, soia, gomma di guar, farina di carrube.

carbonaramosaico

Per esempio queste:

La Carbonara Sauce secondo Granditalia: Ingredients.Water, bacon (7%), cream, hardened vegetable oil, Grana Padano cheese (3.5 %), ham (3.5 %), egg (3%), modified starch, rice starch, lactose, sodium caseinate, salt, egg yolk, pepper, flavourings, thickeners: guar gum and carob gum

Alla Tesco troviamo: Ingredients: Water, Cheese (14’%), Milk, Smoked Bacon (10%), Single Cream (9%), Cornflour, Wheat Flour, Salt, Garlic Puree, Black Pepper.
Cheese: Medium Fat Hard Cheese, Mature Chedder Cheese, Full Fat Soft Cheese.
Smoke Bacon: Pork, Water, Salt, Preservative: Sodium Nitrite.

Il marchio San Remo propone i seguenti ingredienti: Fresh cream, diced bacon, parmesan cheese and herbs.

Per la Knorr, gli ingredienti sono: 25% cream powder, 20% cheese (cheese, whey, salt) starch, egg yolk powder, wheat flour, vegetable fat, yeast, aroma (with milk) iodized salt, salt, parsley, spices.


e su Amazon troviamo questa che batte tutte le precedenti. Siete daccordo?

Ingredients: Modified Corn Starch, Creamer (Partially Hydrogenated Soybean Oil, Corn Syrup Solids, Sodium Caseinate, Mono and Diglycerides, Dipotassium Phosphate, Lecithin), Parmesan Cheeses [Cheese (Pasteurized Milk, Cheese Cultures, Salt, Enzymes), Cultured Nonfat Milk, Partially Hydrogenated Soybean Oil, Whey, Sodium Citrate, Natural Flavor, Salt], Whey, Dehydrated Onion and Garlic, Natural Flavors (Annatto, Turmeric, Lactose), Partially Hydrogenated Soybean/Cottonseed Oil, Egg Yolk Solids, Salt, Autolyzed Yeast Extract, Dextrose, Sodium Stearoyl Lactylate, Hydrolyzed Soy Protein (Caramel Color, Disodium Guanylate, Sugar, Malic Acid, Spices), Lactic Acid, Torula Yeast, Soy Sauce Solids (Soybeans, Wheat, Dextrin, Salt), Maltodextrin, Disodium Inosinate.

Che dite, mi fermo?

La “Carbonara”, il piatto italiano più martoriato della cucina italiana nel mondo? probabile, e scommetto che molti ristoranti in giro per il mondo usano versioni catering dei prodotti segnalati sopra.

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Cadmio, che granchi!

Visto che lo leggo spesso, posso tranquillamente scrivere senza pericolo di smentite, che non c’è mese in cui nel bollettino Rapid Alert System for Food and Feed (RASF) non sia segnalata la presenza di prodotti ittici contaminati con cadmio. E’ capitato anche nelle scorse settimane (1,2). E chi sono i prodotti coinvolti? granchi Cancer pagurus importati in Italia dalla Francia. I mercati per queste specie sono costituiti soprattutto dalle esportazioni dal Nord-Europa verso gli altri stati, e ci sono tre categorie principali di prodotti: granchi vivi, refrigerati o congelati. Il prodotto vivo è quello di maggior valore, a causa dei costi di produzione e di trasporto.

Il cadmio è un metallo che è considerato molto dannoso se si superano certi livelli di assunzione. Visto il ripetersi della segnalazione, da mesi, anzi da anni ho cercato di saperne di piu’. I molluschi e crostacei marini sono tra gli animali che assorbono piu’ metalli dall’ambiente in cui vivono. Riescono a sopravvivere, anche in ambienti particolarmente inquinati pertanto diventano una fonte alimentare per l’uomo. Il cadmio e altri metalli vengono assorbiti e si localizzano in maggiori quantità in alcuni organi tra cui l’epatopancreas. Da reminiscenze dei miei studi di anatomia comparata, l’epatopancreas è un organo degli invertebrati che assolve le funzioni di due organi (digestione e assorbimento) e si è dimostrato che molluschi e crostacei concentrano in maggior quantità il cadmio e altri metalli proprio in questo organo. Gli esemplari su cui è stata dimostrata la presenza di livelli elevati di cadmio, sono risultati pescati nel Nord Est Atlantico e spediti in Italia dalla Francia.

Il Regolamento (CE) 1881/ 2006, della Commissione definisce i tenori massimi di alcuni contaminanti nei prodotti alimentari e prevede un tenore massimo in cadmio pari a 0,50 mg/kg di peso fresco dei crostacei ad eccezione delle carni scure del granchio. Le parti commestibili non sono soltanto le carni bianche delle chele, delle zampe e del carapace, ma anche le branchie e l’apparato gastroenterico compreso l’epatopancreas e negli animali femmine dal corallo (uova), quindi le autorità interessate si sono mosse per approfondire il problema che richiede ovviamente grande attenzione sul piano metodologico e di specificare la matrice dell’omogenato analizzato e le metodiche analitiche utilizzate.

Due domande:

-Quale può essere stata la causa della contaminazione in quella zona dell’Oceano?

e soprattutto, i risultati sfavorevoli e le non conformità si ripetono da parecchio tempo. Possibile che gli esportatori non sappiano queste cose?

Links:

Rapid Alert System for Food and Feed (RASF)

Field and experimental studies on cadmium in the edible crab Cancer pagurus

Macro and trace elements in two populations of brown crab Cancer pagurus: Ecological and human health implications

Cadmium.org


Fluida, disoleata, sprayzzata, acetilata o idrossilata? E322, un additivo multifunzionale

mosaico lecitina

-E’ uno dei fosfolipidi principali delle membrane biologiche che ne contengono circa il 75%.

-E’ un additivo emulsionante e non solo. Indicato con la sigla E322, è ampiamente usato dall’industria alimentare. La troviamo nel cioccolato, biscotti, nella maionese.

– E’ venduta come ipocolesterolemizzante.

– Perfino come anticellulite (!).

– E’ uno degli ingredienti impiegati nella cucina molecolare e proprio il suo impiego nella cucina di alcuni chef l’hanno resa famosa.

Di cosa si tratta? Bravi, la lecitina, scoperta nel 1846 dal chimico francese Maurice Gobley che la estrasse per primo dal tuorlo d’uovo e la chiamò col nome greco del tuorlo d’uovo (lekithos).

Ricordo che una delle mie prime esperienze in laboratorio, durante la preparazione della mia tesi, fu l’uso della lecitina (o fosfatidilcolina) in polvere o dissolta in solventi per preparare liposomi da impiegare come modelli sperimentali di membrane cellulari. Ho usato per un po’ di tempo la lecitina d’uovo. Poi sono passata ad altre fosfatidilcoline purificate in relazione ai vari esperimenti in laboratorio. In congelatore in laboratorio ne ho trovate diverse fiale.

fosfatidilcoline

Veniamo all’uso della lecitina come agente ipocolesterolemizzante?. Ok. La lecitina la danno per abbassare il colesterolo!” ha dichiarato di recente lo chef Bottura in difesa dell’uso che fa della lecitina di soia in cucina.

Chiariamo. Il ruolo ipocolesterolemizzante proposto da parecchi anni ha portato all’arrivo sul mercato di diversi prodotti. Sulle confezioni c’è scritto lecitina ma troviamo anche altri ingredienti in relazione alla formulazione. Oggi la lecitina la trovate in tavolette, in polvere, in capsule e in granuli.

Cosa c’è dentro ad uno dei marchi piu’conosciuti?
Ingredienti: Lecitina di soia, acetato di DL-alfa-tocoferile (vitamina E), cloridrato di piridossina (vitamina B6), antiagglomeranti: biossido di silicio

E quando la lecitina è in tavolette?
Ingredienti: Lecitina di soia 48,4% (Glycine max semi), latte scremato in polvere, saccarosio, lattosio, fibra di nocciola in polvere, antiagglomeranti: talco, biossido di silicio, magnesio stearato vegetale; destrosio anidro da mais, aromi, acetato di DL-alfa-tocoferile al 50% (vitamina E), cloridrato di piridossina (vitamina B6).

Per la verità l’efficacia della lecitina di soia sui livelli di colesterolo plasmatico non convince tutti. Anche se un po’ datato vi suggerisco la lettura di questo articolo Lecithin intake and serum cholesterol in cui gli autori hanno analizzato i vari studi condotti in passato sulla lecitina e i suoi effetti sul metabolismo dei lipidi del sangue. Poichè il disegno sperimentale della maggior parte degli studi non è stato pianificato correttamente, non appare cosi convincente l’effetto ipocolesterolemizzante.

Come si ricava la lecitina? Insomma, veniamo al vero obiettivo del post, se ne è parlato tanto della lecitina, a qualcuno è venuta la curiosità di sapere come si ottiene? Ho provato a schematizzare.

lecitina

La lecitina come dicevamo, è un fosfolipide. Negli alimenti è un componente minore dei grassi e in larga scala si ottiene prevalentemente dalla lavorazione dell’olio di semi di soia o da altre materie prime (es. girasole). Possiamo considerare la lecitina di soia un sottoprodotto dell’estrazione dell’ olio derivato dalla leguminosa. In una fase della lavorazione (degumming) infatti la lecitina viene separata dal materiale che viene destinato alle fasi successive.

Partiamo dall’inizio, in sintesi:

-I semi di soia vengono dapprima lavati e frantumati e trasformato in fiocchi in modo da aumentarne la superficie e facilitare la successiva estrazione che viene generalmente eseguita con solventi organici (esano o eptano). Il solvente estrae l’olio dal seme e insieme all’olio viene estratta anche la lecitina e con lei altri fosfolipidi. Il solvente viene poi fatto evaporare innalzando la temperatura fino a 150°C, i semi vengono separati e il solvente lasciato ricondensare per una successiva estrazione.

-Segue la fase detta di degommaggio. L’olio deve essere raffinato per renderlo commestibile e il primo passaggio di raffinazione, chiamato degommaggio, prevede proprio la separazione della lecitina, gomme, carboidrati complessi, e altri fosfolipidi dall’olio non ancora raffinato. E’ in questa fase che i fosfolipidi possono essere isolati dal resto.

-Gli oli non raffinati contengono circa lo 0.6% di lecitina. Per separare la lecitina dalle altre molecole, l’olio viene portato a temperature di circa 70–90 °C e mescolato con una certa percentuale di acqua. Questo provoca cambiamenti chimico-fisici e la lecitina e altri fosfolipidi precipitano in una massa gelatinosa che viene rimossa mediante centrifugazione e successivamente si elimina l’acqua con un processo di evaporazione.

– Di lecitina di soia, se ne è parlato al singolare, ma la preparazione che si ricava contiene anche altri fosfolipidi (es.fosfatidilserina) quindi in alcuni casi si procede ad ulteriori tappe per ottenere frazioni che contengano un maggior livello di fosfatidilcolina (PC). Non è ancora finita.

-I composti usati come additivi possono diversi tra loro, abbiamo lecitine di soia idrolizzate dopo essere state sottoposte all’azione di enzimi (fosfolipasi), lecitine disoleate, raffinate, sprayzzate, acetilate e idrossilate. I trattamenti sono effettuati allo scopo di modificare le proprietà funzionali delle molecole.

-Non solo emulsionante, la lecitina di soia viene impiegata in una eterogenea famiglia di prodotti alimentari (prodotti da forno, biscotti secchi, estrusi e preparati in polvere, cioccolato e coperture, margarine,salse, farine per dolci, grassi emulsionati) dove assolve anche ad altri ruoli. Le ultime due derivazioni (lecitina acetilata o idrossilata) mi risulta che non siano ammesse in Europa.

Quanti sono i produttori di lecitina di soia? Difficile fare un elenco tra i numerosi sparsi nei vari continenti, Cargill, per citarne uno. Un tema di attualità da affrontare è la richiesta soprattutto nel mercato europeo, di lecitina di soia OGM-free e la conseguente nascita di filiere per ricavare la Lecitina da piante non geneticamente modificate. Nel frattempo c’è chi propone emulsionanti alternativi, i Soy lecithin replacer.

Links:

Food Navigator.com;

Lecitina.it

I lipidi. Struttura e funzione.

Lecithin intake and serum cholesterol


Come si dice bresaola in Uruguay?

Bresaola Made in Uruguay

Cosa significa il termine Indicazione geografica protetta, meglio noto con l’acronimo IGP? indica un marchio di origine attribuito a quei prodotti agricoli e alimentari per i quali “una determinata qualità, la reputazione o un’altra caratteristica dipende dall’origine geografica, e la cui produzione, trasformazione e/o elaborazione avviene in un’area geografica determinata.”

Per ottenere la IGP quindi, almeno una fase del processo produttivo deve avvenire in una particolare area. Prendi la bresaola IGP della Valtellina. Ogni tanto leggiamo che la carne è solo lavorata in Valtellina, si è parlato di zebu’ dal Brasile. Poi sono iniziate le importazioni dall’Uruguay.
Da ultime notizie, si legge che la carne per produrla è importata in quantità sempre maggiore. Nel 2009 dall’Uruguay, sono piu’ che triplicate (+355%) le importazioni in Italia di carne bovina destinata alla produzione di bresaola.

Qualche giorno fa tonnellate di carne avariata destinata ai salumifici della Valtellina sono state scoperte da alcuni funzionari dell’ispettorato centrale di controllo della qualita’ del ministero delle Politiche Agricole nel corso di un controllo effettuato in stabilimenti per la lavorazione di carni in provincia di Milano e di Sondrio.

Come si può verificare qui o qui, la Bresaola sembra che la producano anche in Uruguay.


Professione gastro-photoreporter

A proposito di coloranti ed etichette fuorvianti nel settore ittico, non perdetevi il Prof. Dario Bressanini in versione gastro-photoreporter e i commenti che ne sono seguiti.