Imitation cheese: It looks like cheese, smells like cheese, but it is not
Pubblicato: 2010/04/19 Archiviato in: Additivi, Aromi, Coloranti, Filiere, Food design, Te lo do io l'alert 23 commenti
E il momento di riparlare degli “imitation cheese” a cui avevo accennato un po’ di tempo fa in un post che aveva suscitato interessanti commenti tra i lettori. E’ un fenomeno di cui non si conoscono le proporzioni ma probabilmente è aumentato negli ultimi anni. Si è stimato che circa 20.000 tonnellate di “imitation cheese” o cheese analogue vengano consumati ogni anno nei vari paesi dell’Unione Europea. Rappresenterebbe meno dell’1% dei consumi ma è pur sempre un fenomeno da non sottovalutare.
Perchè se ne riparla? perchè ho letto in un comunicato che il Parlamento europeo sembrerebbe intenzionato, nell’ambito del progetto di regolamento teso a modernizzare l’etichettatura degli alimenti, ad approvare un articolo che autorizza i «formaggi di imitazione,» prodotti nei quali la crema del latte è sostituita da diversi ingredienti. Se finiscono tra gli scaffali abbiamo l’etichettatura che ci può guidare ma cosa accade se pizzerie o ristoratori ne fanno un uso in cucina? In Germania per esempio Petra Zachari, rappresentante di una associazione di consumatori ha dimostrato in una indagine che alcuni campioni di formaggi serviti in alcuni ristoranti tedeschi erano degli esempi di imitation cheese
Un rapido tour su Google e scopro che ne esistono già diversi di cheese analogue in vendita negli USA e in altri stati. Gli imitation cheese vengono studiati da team di tecnologi e produttori alla ricerca del blend che riproducano il piu’ possibile le caratteristiche organolettiche dei formaggi autentici. Cosa contengono? tra gli ingredienti amidi modificati, grassi vegetali vari tra cui anche olio di palma, caseina, sottoprodotti di lavorazione del latte, fibre alimentari.
It seemes cheese but it is not!
Ecco qualche esempio pescato in rete:
Ma il prodotto che mi ha decisamente sorpreso in negativo è questa “imitation mozzarella” che è usata come ingrediente di una pizza surgelata in vendita in un sito di e-commerce. Complimenti a chi l’ha pensata!
adesso quando mi chiederanno un esempio di Junk food, saprò cosa citare.
Ecco gli ingredienti della Imitation Mozzarella Cheese: (Water, Partially Hydrogenated Soybean Oil With Citric Acid, Casein, Modified Food Starch, Dehydrated Mozzarella Cheese [Cheese {Milk, Culture, Rennet, Salt}, Milk Solids, Disodium Phosphate], Milk Protein Concentrate, Contains 2% Or Less of: Sodium Aluminum Phosphate, Salt, Lactic Acid, Disodium Phosphate,
Ehi, non è finita c’è anche l’Artificial Mozzarella Flavor [Modified Corn Starch, Corn Maltodextrin, Lipolyzed Butterfat, Artificial Flavors, Flavors],
volete dare uno sguardo al resto? senza parole.
Fonti:
–Assolatte_attacca_il_Parlamento_europeo:_Vuole_autorizzare_i_formaggi_di_imitazione
Fonte immagine 1, 2
In viaggio con Elena Pugliese e Food Express
Pubblicato: 2010/04/11 Archiviato in: Filiere, Not Only Food 4 commentiIl bello della rete, l’ho detto altre volte. Si conoscono belle persone con cui condividere passioni, interessi e a volte nascono nuovi progetti. E così ho conosciuto Elena Pugliese e il suo Food Express.
Di cosa si tratta? Food Express è’ un racconto che attraverso testimonianze e racconti dal vivo, vi porterà in viaggio in quelle terre da cui arrivano certi prodotti alimentari, facendo emergere di volta in volta il mercato del cibo, i suoi paradossi e le culture che ruotano attorno ad esso.
La prima puntata è stata trasmessa in diretta da EATALY il 10 aprile scorso e si è parlato di mele che arrivano dalla Cina. I prossimi appuntamenti saranno sempre di sabato alle ore 11 su Radio Flash. In tutto saranno 8 documentari tutti da ascoltare, 8 viaggi su altrettanti cibi che arrivano dall’estero per scoprire le filiere, la strada percorsa. Quali luoghi, musiche e tradizioni attraversano prima di arrivare al supermercato sotto casa.
Sono davvero felice di aver contribuito in parte alla traccia di alcuni viaggi in cui vi condurrà Elena con il suo Food Express.
Ecco i prossimi argomenti che verranno affrontati:
17 aprile: Nocciola e Turchia;
24 aprile: Pomodoro dal Marocco;
8 maggio: quando il Basilico arriva dal Vietnam;
15 maggio: Fagioli dal Canada;
22 maggio: Prugne esportate dal Cile;
29 maggio: Uva dal Perù
5 giugno: Back Home
Complimenti a Elena per l’idea e buon viaggio!
Fresh: The movie
Pubblicato: 2010/04/06 Archiviato in: Filiere, Multimedia 4 commentiC’è ancora Michael Pollan dietro Fresh, un documentario-film curato da Ana Sofia Joanes. Ancora attenzione sull’agricoltura convenzionale statunitense a confronto con farmer market e urban gardens, un invito quindi a riflettere sulle filiere alimentari e le nostre scelte alimentari.
Fino ad ora solo proiezioni private.
In questa intervista l’autrice spiega il lavoro svolto e come ha scelto le storie da raccontare. Incontriamo vari produttori come Will Allen, Diana Endicoot, proprietari di piccoli negozi che si riforniscono da agricoltori locali come David Ball, c’è perfino uno dei protagonisti del libro di Pollan. Chi ha letto “il dilemma dell’onnivoro” ricorderà le pagine dedicate a Joel Salatin e alla sua azienda agricola Polyface.
Su Twitter potete seguire le news sul film.
Olio di palma. Have a break
Pubblicato: 2010/04/02 Archiviato in: Filiere 20 commentiSui principal social media non si placa, sotto l’abile regia di Greenpeace, la protesta contro la Nestlè. Tutto è iniziato con la pubblicazione del video diffuso da Grenpeace “Have a break with kit kat” in cui un impiegato al posto della barretta di cioccolato, addenta il dito di un orango, schizzando sangue sulla tastiera del computer. L’obiettivo dell’associazione ambientalista è mettere in risalto gli effetti della deforestazione che da anni è in atto a vantaggio delle piantagioni di palma da cui si ricava l’olio utilizzato come ingrediente dello snack. La Nestè ha dimostrato di non sapere gestire la vicenda ed è arrivata addirittura a oscurare il video su You tube. Brand reputation calata a picco in poche ore.
E’ arrivata poi la risposta della Nestlé, che incalzata dalla campagna di Greenpeace, ha annunciato di aver annullato i propri contratti per le forniture di olio di palma con la Sinar Mas, uno dei più grandi produttori di olio di palma e carta. La Sinar Mas ha espanso notevolmente le proprie piantagioni distruggendo le foreste pluviali dell’Indonesia e mettendo a rischio specie animali minacciate, come l’orango e la tigre si Sumatra.
L’olio di palma copre circa il 21% del mercato mondiale di olio edibile, è l’olio vegetale più usato dopo quello di soia. La Nestlè è stata presa come capro espiatorio visto che l’olio di palma trova numerosi altri impieghi, non solo in campo alimentare. Viene utilizzato anche nell’industria cosmetica. Con la dicitura grasso/olio vegetale, entra in molti prodotti di uso quotidiano come cioccolato, biscotti, patatine, gelati, oli, alimenti congelati, margarina, shampoo, cosmetici, saponi e detersivi. E’ impiegato anche per produrre biodiesel.
Si segnalano già iniziative da parte di alcune aziende per sostituire il contestato olio di palma. La Findus ha annunciato che sostituirà l’olio di palma con olio di colza. Anche la catena Casino ha annunciato la volontà di impiegare in futuro olio di girasole o di colza. Verranno idrogenati? non hanno certo la stessa composizione dell’olio ottenuto dalla palma.
Esistono altre alternative? Numeri e dati sulle piantagioni di palma nell’esaustivo articolo Catene corte e filiere lunghe: alternative all’olio di palma sul blog Meristemi.
Non avete visto il video? fa davvero impressione.
Fonte immagine
Ripensare il packaging alimentare
Pubblicato: 2010/03/27 Archiviato in: Filiere, Not Only Food 11 commentiRipensare il packaging alimentare, permettergli di comunicare meglio da dove deriva il contenuto. Condivisibile al 100% l’obiettivo, non semplice da realizzare. E guarda cosa ha ideato lo studio di design russo Kian, ha pensato a questo originale e innovativo contenitore per un marchio di latte. Simpatica l’idea, vero? solo che si tratta di un marchio di latte vegetale, di soia per la precisione.
Se si vuole anche trasmettere il messaggio che il latte di soia sia simile sul piano nutrizionale al latte bovino o a quello ottenuto da altri mammiferi direi che non ci siamo. Latte vegetale e latte animale sono prodotti con caratteristiche composizionali completamente diverse.
C’è qualcuno dei lettori che si cimenta nella produzione domestica di latte di soia? Ho letto che c’è chi lo prepara in casa.
Eat real. Eat local.
Pubblicato: 2010/02/28 Archiviato in: Educazione alimentare, Educazione e informazione alimentare, Filiere, Multimedia, Not Only Food 21 commentiMentre stavo cercando delle animazioni su temi legati alle filiere e all’alimentazione mi sono imbattuta nel video prodotto nell’ambito del progetto Eat real. Eat local. Il contenuto è rivolto ai canadesi ma i temi ci sono comunque familiari: attenzione alle filiere, all’ambiente, alla stagionalità, maggiore consapevolezza negli acquisti. La sorpresa è che il committente è la Hellmann’s Best Food, brand della multinazionale Unilever. L’azienda è leader nella produzione di maionese e salse derivate per il mercato di Stati Uniti e Canada.
Lo chiamiamo un esempio di greenwashing? Con questo termine che deriva delle parole inglesi green (verde) e washing (lavare) ci si riferisce a quelle aziende, industrie, entità politiche o organizzazioni che organizzano campagne marketing eco-friendly. Il tutto allo scopo di creare un’immagine positiva di proprie attività (o prodotti) e distogliere l’attenzione dalle proprie responsabilità nei confronti di impatti negativi sull’ambiente.
Il video comunque per me è un piccolo capolavoro di animazione.
Fonte: CANADIANS ENCOURAGED TO ‘TWEET’ FOR CHARITY JULY 29TH eatrealeatlocal.ca
Dal laboratorio al piatto: le magiche proteine isolate dalla soia
Pubblicato: 2010/02/15 Archiviato in: Aromi, Filiere, L'angolo chimico 47 commentiNuova puntata della serie “ Dal laboratorio al piatto ma stavolta non si tratta di colture cellulari che comunque procedono nei laboratori della Harvest.
La materia prima è decisamente diversa, si inizia con proteine isolate dalla soia (ISP), uno dei numerosi derivati della soia. Grazie ad un processo di estrusione a elevate temperature si produce un materiale che ricorda la “consistenza della carne avicola” secondo i ricercatori che l’hanno prodotta. Poi con l’aggiunta di aromi si perfeziona il sapore. Destinazione possibile del prodotto il mercato dei vegetariani.
E’ divertente leggere come viene descritta la notizia degli studi condotti da alcuni ingegneri del College of Agriculture, Food and Natural Resources e del College of Engineering
– Un prodotto che alla fine della lavorazione si presenta molto simile al suo “cugino” di carne, ma che avrebbe per converso effetti benefici sul colesterolo e la salute delle ossa. La Stampa.it
–Scienziati americani dell’Università del Missouri creano un pollo di soia dall’aspetto e dal sapore molto simile al ruspante pennuto, ma prodotto con ingredienti esclusivamente vegetali.
–Un pollo a base di soia per la gioia di tutti vegetariani e vegani del mondo che potranno così finalmente provare il piacere di mangiare (rigorosamente con le mani se dovesse trattarsi della coscia) carne bianca che carne non è. GreenMe
A parte gli effetti sul colesterolo e sulla salute delle ossa, su cui magari tornerò, non è mica una novità che le proteine isolate dalla soia vengano usate per produrre alimenti rivolti ai vegetariani. Infatti le proprietà delle proteine vegetali sono note da tempo e vengono impiegate piuttosto frequentemente anche nei piu’ comuni piatti pronti. Comunque vi va di vedere come si presenta il prodotto estruso perfezionato dal Prof Fu-Hung Hsieh e collaboratori?
Dal mais Bt alla melanzana BT: quid noctis?
Pubblicato: 2010/02/12 Archiviato in: Filiere, OGM 33 commentiSi è riacceso il dibattito sulle biotecnologie applicate all’agricoltura. Qualche giorno fa in occasione di FieraGricola si è parlato di un menu’ offerto da Confagricoltura: a base di polenta preparata con mais Bt.
Si anticipano prossime semine a Nord-Est. Insomma mais Bt sui media e di grande attualità in questi ultimi giorni. A livello internazionale invece è un ortaggio OGM quello di cui si parla di piu’ ultimamente ed è la melanzana.
L’India è uno degli stati in cui si coltiva da numerosi anni una varietà di cotone OGM: il cotone BT. Il cotone raccolto serve all’industria tessile ma non solo, non tutti sanno che dalla lavorazione della pianta, si ricava anche l’olio di cotone che trova impiego nell’industria alimentare e nella mangimistica.
Mi sono chiesta: Come mai in uno stato in cui è già accettata la coltivazione di una pianta OGM, proteste e critiche sono state sollevate alla introduzione della coltivazione di un ortaggio transgenico:la melanzana BT?. Doveva essere, nelle intenzioni dei ricercatori che l’hanno messa a punto, il primo ortaggio coltivato in Asia. In fondo l’approccio è lo stesso usato per il cotone BT, cioè rendere una pianta in grado di produrre sostanza tossiche contro alcuni parassiti. Probabilmente il cotone Bt è visto solo come materia prima per l’industria tessile mentre crea diffidenza l’ortaggio destinato all’alimentazione umana? La storia si ripete come accaduto con la patata Bt?
Buona occasione per fare ordine nell’argomento, capire cosa significa Bt e descrivere le finalità di questa modificazione genetica. Le applicazioni biotecnologiche all’agricoltura sono così numerose che non si può generalizzare.Meglio procedere caso per caso.
BT deriva dal nome di un batterio del suolo il Bacillus Thuringiensis che produce delle proteine tossiche per alcuni insetti tra cui alcuni parassiti vegetali. Le proteine sono di due tipi: le citolisine (Cyt) e le delta-endotossine (Cry). Le proteine Cyt sono tossiche verso gli insetti appartenenti ai Coleotteri e ai Ditteri. Le proteine Cry hanno come bersaglio i lepidotteri. La biotecnologia messa a punto per inserire la modificazione nel patrimonio genetico delle piante e che chiamiamo modificazione BT permette quindi alle piante transgeniche di produrre delle proteine tossiche che fungono da insetticidi. Ecco una immagine che ci spiega cosa accade.
Fino ad oggi è permessa la coltivazione del solo mais BT in Europa. Ma altre coltivazioni o sperimentazioni sono state studiate,tra le piante BT di varie specie ci sono il cotone Bt, la soia, la patata Bt, il riso Bt. Tutte le piante geneticamente modificate contengono un gene del batterio che permette quindi di produrre una tossina attiva verso i parassiti in tutti i tessuti della pianta.
Una pianta Bt è resistente a tutti i potenziali parassiti che lo possono colpire? No, ad esempio esistono tipi di mais Bt che sono resi resistenti alla piralide, altri alla diabrotica. Insomma il tema è piu’ complesso di quanto si pensi. Non credo sarebbe un problema inserire nel patrimonio genetico del mais piu’ geni, anzi da qualche parte di certo qualcuno lo ha già fatto. Nel caso specifico della melanzana Bt di cui si parla in questi giorni, è stata modificata per resistere al “fruit and shoot borer pest”.
Le tossine rendono le piante resistenti ad alcuni parassiti e pertanto questa modificazione non è vantaggiosa per l’ambiente? Alcuni studi sostengono che le coltivazioni di piante Bt permettono di ridurre i trattamenti programmati contro i parassiti. Si è stimato, per esempio, che le melanzane Bt potrebbero ridurre significativamente (fino al 40%) le perdite di raccolto dovute a infestazioni parassitarie.
Uno dei problemi che può insorgere è che nelle colture Bt, può aumentare la resistenza genetica tra gli insetti nocivi. E’ per questo motivo che quando si coltivano piante transgeniche Bt, vengono create zone di rifugio per gli insetti parassiti: approccio chiamato dagli studiosi: refuge-strategy. Credo che le simulazioni per studiare la diffusione della resistenza in popolazioni di insetto nocivi siano tuttavia problematiche.
E gli insetti utili? Alcuni autori hanno suggerito in passato che la tossicità esercitata da alcune piante modificate non fosse selettiva verso gli insetti dannosi e avrebbe potuto provocare la scomparsa anche di altre specie di insetti. A questo proposito alcuni studi hanno dimostrato che la mortalità delle larve di alcuni insetti predatori del parassita della piralide del mais, è aumentata nelle larve nutrite con mais Bt rispetto a quelle nutrite con mais non transgenico. Altri studi condotti su altre piante transgeniche hanno dimostrato che le coccinelle che si nutrivano di afidi allevati su piante transgeniche deponevano meno uova rispetto a quelle nutrite con afidi allevati su piante non transgeniche. Rassicuranti sono comunque molti altri lavori pubblicati in seguito sulle ricadute sull’ambiente e di cui allego qualche riferimento. In particolare è interessante una meta-analisi che tranquillizza sull’assenza di un effetto negativo sulle api. Gli stessi autori comunque auspicano studi ulteriori in campo per comprendere gli effetti a lungo termine.
E ora qualche considerazione,limitandomi agli effetti sull’ambiente. In laboratorio sono stati selezionati diversi ceppi del Bacillus che esprimono proteine tossiche che agiscono specificatamente contro alcuni insetti parassiti. Fino ad oggi piu’ di 200 diversi geni cry sono stati isolati. Piu’ di un centinaio di endotossine sono state studiate e caratterizzate. Questo costituisce un arsenale vastissimo che potrebbe essere usato in futuro per diverse applicazioni.
Le spore del batterio Bacillus Thuringiensis si usano nella lotta integrata già da molti anni. Perchè la modificazione Bt genera diffidenza? Buona domanda che spesso sento sollevare dai sostenitori degli OGM.
E’ vero, le spore si usano in agricoltura e anche nei parchi urbani per combattere parassiti di piante che costituiscono l’arredo urbano. Ho letto di applicazioni anche contro la fastidiosa zanzara tigre. Il Bacillus Thuringiensis però da quello che ho letto non sopravvive a lungo nell’ambiente,ci sono dati su questo. Alcuni autori affermano che le proteine Cry sintetizzate nelle piante Bt si degradano velocemente nel suolo, altri affermano che le tossine non sarebbero degradate così facilmente nel terreno.
Non sono una microbiologa, nè una entomologa, chiedo quindi a qualcuno piu’ esperto di me che ha già riflettutto sul tema.
-La modificazione Bt che permette alle piante transgeniche di produrre le proteine tossiche in tutte le parti della pianta e per tutto il ciclo vitale, è paragonabile per gli effetti sull’ambiente e sull’ecologia del suolo, all’intervento con le spore di Bt che fungono da insetticidi? mi riferisco ovviamente a piante coltivate su larga scala.
Intanto in India,paese da cui siamo partiti, è stata rimandata la decisione di iniziare la coltivazione della melanzana Bt.
Se avete voglia potete leggere il lunghissimo botta e risposta tra il ricercatore Seralini e il comitato a favore della melanzana Bt in India lo trovate qui:
Una immagine della mobilitazione in India contro la melanzana Bt.

Bibliografia:
-Insecticidal activity of Bacillus thuringiensis crystal proteins. J Invertebr Pathol. 101(1):1-16, (2009) .
– Insect resistance to Bt crops: evidence versus theory. Nat Biotechnol. 26(2):199-202 (2008).
– Bacillus thuringiensis (Bt) transgenic crop: an environment friendly insect-pest management strategy. J Environ Biol. Sep;29(5):641-53 (2008)
– Interactions between plant resistance genes pest aphid population and beneficial aphid predators in Scottisch crop research Institute annual report (1997)
– Initial frequency of alleles for resistance to bacillus thuringiensis toxins in field population
of heliotis virescens, Proceedings of the National academy of Sciences 94,3519-23 (1997)
-How Bacillus thuringiensis has evolved specific toxins to colonize the insect world, Trends in Genetics. 17:193-199, (2007)
– Engineering Modified Bt Toxins to Counter Insect Resistance. Science. 318: 1640-1642,2007
– India divided over plans for GM aubergine
– Pest-resistant Bt brinjal developed developed
– The Development and Regulation of Bt Brinjal in India
– A Meta-Analysis of Effects of Bt Crops on Honey Bees (Hymenoptera: Apidae)
Fonte immagine
Come nascono i Glocal McDonald’s
Pubblicato: 2010/02/08 Archiviato in: Filiere, Food design 10 commentiLo sapevate che dal 2006 a Hong Kong c’è il McDonald’s Food Studios and Quality Center in cui si studiano modelli di consumo e gusti locali nelle varie regioni del mondo? Tutto viene analizzato in dettaglio per arrivare a nuove proposte che rispettino alcune regole ben precise, non solo la forma, gli ingredienti e il look, anche il tempo di consegna è omologato e fissato in 55 secondi. Anche in Europa c’è un centro ricerche, si trova a Monaco ed è qui che sono stati messi a punto formati e ingredienti degli ultimi prodotti. Tutti i dettagli entrano nel Product File dove sono riportate tutte le informazioni di peso, dimensioni, quantità e altre cose che il prodotto deve avere. Leggo che negli ultimi anni un team di 14 chef con esperienze culinarie importanti, guidati da uno chef italiano -chi sarà?- ha lavorato all’European Food Studio per sviluppare ricette dal “sapore italiano” come i Sapori di Montagna con Speck dell’Alto Adige IGP.
Forse anche il McItaly è frutto di studi condotti in questi centri anche se il Ministro afferma che è una sua idea e ha raccontato di aver dovuto rincorrere la multinazionale prima che la sua idea fosse ascoltata e avesse seguito. A proposito avete visto il servizio di qualche sera fa al Tg1 sulle polemiche Luca Zaia – Guardian?
Non è una novità quindi per Mcdonald’s cercare di inserire gusti e materie prime regionali nei suoi punti vendita sparsi per il mondo. Ho cercato in rete e ho trovato prodotti davvero strani. Nel ricorrere i gusti locali e regionali, sono nati: McDo Croque per il mercato francese, Ebi-O Filet In Giappone, il McFalafel in Egitto, l’hamburger Shogun a Hong Kong, il McCurry in India,il McBingsoo in Corea del Sud. Solo in Italia però l’iniziativa ha ricevuto il supporto -anche se gratuito- del Ministero delle Politiche Agricole.
E’ curioso trovare che nella storia del Mcdonald’s, ricca di successi, si contano anche diversi flop legati in vari casi proprio a proposte diverse dal classico panino e hamburger. Tra i prodotti McDonald’s caduti nel dimenticatoio o scomparsi del tutto ho trovato:
–McGratin croquette Era uno speciale hamburger progettato per il mercato giapponese. Cause del fallimento forse l’abbinamento tra deep-fried macaroni, gamberi, e purè di patate serviti su un letto di foglie di cavoli?.
–Hulaburgercreato nel 1963, era rivolto a cattolici rispettosi del venerdì senza carne. Si trattava di un cheeseburger, ma una fetta di ananas sostituiva la carne.
–Deluxe Arch Un fallimento anche il Deluxe Arch forse per il prezzo maggiore delle altre proposte.
– Mclobster L’aragosta al McDonald? Sembra che in Canada non sia andata troppo bene con il Mclobster.
–McAfrica le numerose critiche suscitate dalla campagna pubblicitaria nel 2002, convinse gli addetti ai lavori a non proseguire.
–McPizza Nella metà degli anni Novanta, McDonald’s decise di entrare nel business della pizza, nasceva McPizza. Progetto gradualmente abbandonato e dimenticato negli anni successivi.
– Dinner Menu:McPasta testato per 6-12 mesi in due sedi a New York e Tennessee. comprendeva la pizza di cui sopra, ma anche lasagne, spaghetti, fettuccine Alfredo, e il pollo arrosto come antipasti. Come contorno purè di patate e verdure. Come il McPizza, fu un fallimento.
Recentemente la società ha proposto piatti di pasta per bambini in Nuova Zelanda e Australia. La scarsa domanda sembra che abbia fatto fallire l’idea.
Tornando al McItaly, è’ presto per fare bilanci. Sarà il tempo dell’esperimento -si parla di sette settimane- a stabilire se la nuova proposta McItaly sarà gradita ai giovani che il ministro si prefigge di educare.
Riuscirà anche la nuova proposta a contribuire a valorizzare i prodotti DOP scelti per l’operazione e ad avere una positiva ricaduta sull’agricoltura italiana? per ora le critiche superano abbondantemente pareri favorevoli sull’intera operazione.
Fonti:
Il McItaly su BlogBabel e su GoogleNews
– L’occhio vuole la sua parte… A tavola?!
–Top 10 Failed McDonald’s Products
–A golden recipe for McDoonald’s Europe
–‘McDonald ‘convertito’ sulla via di Damasco da super Zaia o Made in Italy McDonaldizzato?
Betaglucani reloaded
Pubblicato: 2010/01/24 Archiviato in: Fibre alimentari, Filiere 9 commenti
Il tempo passa veloce, sono già passati due anni da questo post in cui avevo ricostruito le caratteristche nutrizionali e il mercato dei beta glucani, ipotizzando il loro ingresso nel mercato degli alimenti funzionali.
I betaglucani, inclusi tra le fibre vegetali solubili, sono polimeri del glucosio. I legami tra le varie molecole non sono scissi dagli enzimi intestinali ma sono demoliti dai batteri della flora batterica intestinale.
I betaglucani aiutano a ridurre il colesterolo? Tra i meccanismi regolatori della colesterolemia, in comune con altre fibre vegetali, è stato ipotizzato che i betaglucani eserciterebbero una riduzione dell’assorbimento del colesterolo nell’intestino, inoltre dalla loro fermentazione, si formerebbero acidi organici a corta catena a cui è stato attribuito un ruolo inibitore della sintesi epatica di colesterolo.
Tra le aziende che li hanno scelti come ingredienti funzionali vi è la Kellogs con i cereali Optivita. Beta glucani anche in Alixir e biscotti Galbusera. Ora la Pastariso Scotti.
Stamattina ho incontrato appunto la pubblicità della Pastariso, un tipo di pasta con i seguenti ingredienti: Farina di riso, fibra di orzo con betaglucani (7%), gemma di riso 2%, emulsionante: mono e digliceridi degli acidi grassi.
Dall’etichetta nutrizionale risulta che in 100 g di pasta sono contenuti 1,7 g di betaglucani.
Leggo che:
75 g di PastaRiso permettono di coprire il 25% della quantità giornaliera di betaglucani.
Ma da quando è stato stabilito il fabbisogno giornaliero in betaglucani?
Ora sto cercando in che quantità i betaglucani esercitano il loro effetto ipocolesterolemizzante.
Update 25-9-2010. Vi riporto alcune informazioni utili sui beta glucani. Il commento di Ivana mi ha fatto realizzare che non avevo dato seguito al post.
Troviamo indicazioni sull’apporto di beta glucani anche nei documenti dell’EFSA
“Regular consumption of beta-glucans contributes to maintenance of normal blood cholesterol concentrations”. In order to bear the claim, foods should provide at least 3 g/d of beta-glucans from oats, oat bran, barley, barley bran, or from mixtures of non-processed or minimally processed beta-glucans in one or more servings. The target population is adults with normal or mildly elevated blood cholesterol concentrations.
Sul precisare le fonti alimentari concordo, infatti su Pubmed si trovano evidenze scientifiche su effetti fisiologici diversi in relazione alle proprietà chimico-fisiche dei beta-glucani.
Processing affects the physicochemical properties of beta-glucan in oat bran cereal. J Agric Food Chem. 2010 Jul 14;58(13):7723-30.
Physicochemical properties of oat β-glucan influence its ability to reduce serum LDL cholesterol in humans: a randomized clinical trial. Am J Clin Nutr. 2010 Oct;92(4):723-32.






















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