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Randomestrale di Incultura Alimentare

Archivio della Categoria 'La borsa della spesa'

30 gennaio 2010

Le arance rosse: l’ombelico della discordia

arance AIRC

Oggi in molte piazze italiane si potrà supportare la ricerca italiana contro il cancro con l’acquisto di una confezione di arance rosse di Sicilia. Sul sito dedicato all’evento nazionale troviamo informazioni sulle varietà Moro e Taroccoche sono coltivate in aziende agricole che applicano sistemi colturali a basso impatto ambientale in cui l’uso di concimi, antiparassitari ed erbicidi è ridotto al minimo, mentre sono impiegate preferibilmente sostanze di origine naturale per la nutrizione delle piante e la difesa dai parassiti. I frutti appena colti e privi di residui chimici sono semplicemente lavati con acqua potabile, spazzolati e asciugati. Non sono impiegati né conservanti né prodotti cosmetici. E soprattutto il loro viaggio verso le piazze di tutta Italia inizia subito.”

Nel blog Nutrimenti che curo con la mia collega Tiziana Bacchetti, in sintesi abbiamo descritto le caratteristiche nutrizionali delle arance scelte da diversi anni come simbolo dell’iniziativa dell’AIRC.

A proposito di arance siciliane, strana coincidenza, leggo che il servizio apparso qualche sera fa su canale 5 ha suscitato numerose polemiche che hanno coinvolto tra gli altri i presidenti di due associazioni di produttori: il Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP e il Consorzio Tutela Arancia di Ribera DOP. Non sarebbe meglio evitare tutto questo? e andare avanti senza reticenze?

E voi? conoscete la differenza tra arance Moro,Tarocco,Navel, Ribera? solo per citare qualche nome di varietà di arance. Le sapreste riconoscere?

Fonti:

-arancedellasalute.it

-arance-rosse-su-striscia-la-notizia-infuria-la-polemica

-arance-di-ribera-striscia-la-notizia-continua-a-danneggiare-le-bionde-col-marchio-dop

-Top secret

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Professione gastro-photoreporter: McItaly, Pubblicità e prodotto a confronto

Ebbene sì, Luca Zaia e la nuova linea McItaly mi hanno portato stasera all’ingresso del fast food. Dopo averne tanto sentito parlare eccolo davanti a me: il McItaly a cui è stato concesso il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole. Le immagini dell’interno parlano da sole.
Il formaggio Asiago è irriconoscibile.
L’insalata Batavia non ha sopportato troppo bene lo stress termico.
Il confronto con l’immagine della pubblicità è impietoso.

Edit: I numeri dell’intera operazione sul sito del ministro Luca Zaia.

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24 gennaio 2010

Grassi saturi,meta-analisi e patologie cardiovascolari

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Non mi è sfuggita la inspiegabile crociata anti-burro degli ultimi giorni. Crociata partita dall’affermazione del chirurgo inglese Shyam Kolvekar e propagata in diversi siti di quotidiani e blogs.

L’Unilever ha colto l’occasione per ribadire che le sue margarine sono una valida alternativa al burro sul piano nutrizionale e contribuiscono a prevenire le patologie cardiovascolari. E’ stato anche inaugurato un sito Sat Fat Nav per promuoverne la superiorità, nonostante la reputazione non positiva che la margarina ha avuto soprattutto in passato per la presenza di grassi idrogenati nella sua composizione. E’ giusto ricordare che alcune aziende hanno modificato la composizione dei grassi vegetali usati nelle emulsioni che entrano a far parte delle margarine sugli scaffali ma certe affermazioni presenti nel sito sono fuorvianti e piuttosto confuse. Vorrei tornarci con calma.

Coincidenza vuole che proprio negli stessi giorni è stata pubblicata sulla rivista scientifica American Journal of Clinical Nutrition la meta-analisi che dimostra che i grassi saturi non favoriscono le patologie cardiovascolari.

“A meta-analysis of prospective epidemiologic studies showed that there is no significant evidence for concluding that dietary saturated fat is associated with an increased risk of CHD or CVD”.

L’autore della meta-analisi è Ronald Krauss, un ricercatore che si occupa di lipidi e di studi epidemiologici da numerosi anni. Assisteremo alla riabilitazione nutrizionale degli alimenti che come il burro contengono acidi grassi saturi (acido palmitico,acido laurico, acido stearico,acido miristico)?
Le abitudini e i consumi alimentari sono cambiati profondamente negli ultimi decenni. Come sarebbero accolte le pubblicità vintage a favore dell’uso del lardo nell’alimentazione umana che ho trovato oggi? pensate risalgono agli anni cinquanta e furono proposte dal British lard marketing board

Continua la battaglia tra produttori e lobby che difendono rispettivamente grassi idrogenati da una parte e settore caseario dall’altro.

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Fonti:

-Meta-analysis of prospective cohort studies evaluating the association of saturated fat with cardiovascular disease

- I can’t believe it’s not … healthy!

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22 dicembre 2009

Carbon label, carbon foot print, insomma le emissioni di anidride carbonica in etichetta. Prendere esempio dalla Svezia

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Quanti kg di anidride carbonica sono prodotti per ottenere 1 kg di carne bovina?

Carote o piselli per contorno? quale dei due ortaggi ha un minore impatto ambientale? Sareste in grado di rispondere?

Torno sulla relazione alimentazione-salute-impatto ambientale. L’occasione me la offrono gli svedesi che si trovano da diversi mesi delle novità nella etichettatura. Su alcuni prodotti alimentari sono comparse nuove etichette che oltre alle informazioni nutrizionali, riportano dati sulle emissioni di anidride carbonica legate alla produzione. L’esperimento riguarda anche alcuni ristoranti e fast food. Nell’immagine un esempio delle informazioni riferite ad un panino e hamburger della Max Burger, una catena di fast food svedese che grazie a questa iniziativa fa parlare di sè.

Per arrivare alle cifre riportate sulle confezioni, gli scienziati reclutati dalla catena Lantmannen hanno analizzato le filiere produttive di 20 prodotti. Esaminate le emissioni relative ai trattamenti durante la coltivazione, alla lavorazione, stoccaggio e trasporto. La campagna divulgativa voluta dalla Swedish National Food Administration ha portato anche alla realizzazione delle Linee Guida con una serie di raccomandazioni che oltre ad indirizzare il consumo verso gli alimenti con un minor dispendio energetico (carne avicola ad esempio rispetto alla carne bovina, forniscono anche indicazioni sugli aspetti nutrizionali dei vari alimenti e sulla disponibilità delle risorse tra cui quelle ittiche. Se l’esperimento avrà successo tra i cittadini svedesi, sarà esteso ulteriormente a tutti prodotti alimentari.

Tutti ci auguriamo scelte alimentari piu’ consapevoli da parte dei consumatori e un atteggiamento piu’ critico. Tuttavia dai focus group condotti da EUFIC nel 2005 in Francia, Germania, Italia e Regno Unito, è emerso che i consumatori non capiscono del tutto la terminologia impiegata sulle etichette alimentari e nutrizionali. C’è tantissimo lavoro da fare quindi per accrescere le conoscenze da parte dei consumatori, non solo su aspetti nutrizionali.

Intanto dal sito di cui avevo parlato l’anno scorso nel post “La dieta Ciodue” sono scomparsi i calcoli riferiti alla dieta.

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Ispirata da Pensare alimentare

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7 dicembre 2009

Carnivori moderati

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Leggo che all’Assocarni, Associazione Nazionali Industria e Commercio Carni e Bestiame -sono risultate indigeste le dichiarazioni di Paolo Barilla. Le hanno definite “Non veritiere e di parte” perchè l’industriale invitava a mangiare meno carne e più pasta.

Ecco parte del comunicato stampa diramato dall’Associazione: “Un appello di parte che distorce a proprio vantaggio le verità scientifiche. L’equilibrio della dieta italiana è garantito proprio dalla corretta presenza dei diversi alimenti in un paese in cui il consumo di carne è uno dei più equilibrati al mondo.
Distorcere verità scientifiche per vendere di più è poco etico, come evitare di ricordare che proprio l’eccesso di carboidrati nella nostra dieta è alla base dell’aumento dell’incidenza del diabete ricordato nelle sopracitate dichiarazioni.
Poco credibile anche che si ometta di ricordare come l’obesità – oggi vera piaga del nostro Paese – ha un’incidenza massima proprio nelle regioni italiane (sud Italia) in cui è maggiore il consumo di pasta e che qualsiasi dieta ipocalorica è basata essenzialmente sulla somministrazione di proteine e fibre e sulla drastica riduzione dei carboidrati. (…) Da ricordare anche che la dieta mediterranea, fin dalla sua origine, non prevedeva certo un alimento raffinato come la pasta ma semmai cereali grezzi, legumi e grandi quantità di carni e selvaggina.

In merito poi all’effetto dannoso attribuito all’allevamento bovino, (…) il bovino (…) è l’unico organismo in grado di trasformare foraggi e cellulosa (quindi alimenti che l’uomo non è in grado di utilizzare) in proteine nobili, senza quindi alcuna competizione alimentare con gli esseri umani.

Fine del comunicato Assocarni. Dobbiamo aspettarci pubblicità per incrementare il consumo di carne come quelle vintage che ho trovato e allegato sopra?

Intanto in diverse parti del mondo si segnalano iniziative per ridurre il consumo di carne. Dall’appello ambientalista: Meat Free Monday di Paul McCartney alla cittadina di Gent che ha promosso tra i suoi cittadini le giornate vegetariane, ovvero un giorno alla settimana in cui ogni tipo di carne è bandita dal piatto degli abitanti.

In Germania, dove le indagini sui consumi alimentari dicono che il 39% delle calorie è fornita da carne o prodotti derivati, Andreas Troge, presidente dell’organismo di consulenza del governo sulle questioni climatiche ha suggerito ai suoi connazionali di orientare le abitudini alimentari verso quelle dei paesi mediterranei.

A proposito di alimentazione mediterranea di cui abbiamo già parlato altre volte, cosa suggerisce la Piramide alimentare mediterranea Moderna proposta di recente? 2 porzioni di carne alla settimana, vi ritrovate in queste indicazioni?

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Per le pubblicità vintage: toadberry.blogspot.com momgrind.com

Altri posts sul tema:
-L’alimentazione-mediterranea non-abita-piu-qui

-Dai tutti a giocare con la piramide alimentare

-La dieta COdue

- Stare a dieta fa bene al pianeta

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6 dicembre 2009

L’olio extravergine di colza

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L’ultima volta che ho sentito citare l’ olio di colza è stato alcuni anni fa. Ricorderete di certo quel periodo in cui si parlava moltissimo del suo impiego come carburante. Ieri ho trovato l’olio di colza tra gli ingredienti di uno snack e mi sono messa a cercare dati sulla sua composizione in acidi grassi e altre peculiarità rispetto agli altri oli di semi vegetali.

La colza ( Brassica sp) è stata coltivata a lungo per ricavare un olio da usare nell’illuminazione. Guardate questa pubblicità del 1893.

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Successivamente si iniziò a impiegare anche nell’industria chimica e alimentare. Il suo uso nell’alimentazione umana subì un brusco ridimensionamento quando alcuni studi condotti su modelli animali evidenziarono che un apporto elevato di uno dei suoi acidi grassi principali,l’acido erucico provocava alterazioni cardiache. Eravamo alla fine degli anni settanta. Ne venne vietato l’utilizzo, indicandone un limite massimo, il 5%, accettato nei grassi alimentari (legge comunitaria in vigore dal 1º luglio 1979, Direttiva 76/621/CEE, del 20 luglio 1976). La varietà di colza messa in discussione conteneva fino al 50% di acido erucico ( 22:1n-9), un acido grasso monoinsaturo come l’acido oleico, ma a catena piu’ lunga.

Da uno sguardo su articoli scientifici archiviati in PubMed,emerge che non sono stati fatti ulteriori studi negli anni successivi. Si iniziò comunque a lavorare in campo agronomico per ottenere delle varietà a basso contenuto di acido erucico. Attualmente sul mercato ne esistono diverse tra cui una in cui l’acido erucico è praticamente assente. In Canada nel 1978 si arrivò alla nuova varietà: la canola “Canadian oil, low acid” di cui ci sarebbe tanto da raccontare visto che l’olio che se ne ricava e di cui esistono diversi tipi, ha un ad alto contenuto in oleico ed è adatto per la ristorazione collettiva poichè è resistente alle alte temperature. Tra le varietà di olio di colza sul mercato, vi è quello noto con l’acronimo HORO (high oleic rapeseed oil), anch’esso piu’ stabile di altri oli vegetali alla frittura, è scelto da alcune catene di fast food per cucinare le french fries.
L’olio di colza può essere sottoposto a idrogenazione? Affermativo,alcune aziende producono Hydrogenated Rapeseed Oil II (HR).

La colza è coltivata attualmente in Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Polonia,Repubblica Ceca, Olanda e Austria come alimento per animali, fonte di olio vegetale alimentare e come combustibile nel biodiesel. La colza è uno dei raccolti principali in India, è coltivata anche in Australia.

Da un esame delle filiere produttive, emergono dati interessanti. Sia nel Regno Unito che in Germania, ci sono produttori che non fanno uso di solventi chimici per ricavare l’olio dai semi della colza. L’olio che si ottiene (Cold-pressed rapeseed oil) viene quindi chiamato olio extra vergine di colza. La composizione in acidi grassi evidenzia un elevato contenuto in acidi grassi monoinsaturi e un rapporto omega 3/omega 6 decisamente interessante. Guardate un confronto con l’olio d’oliva.

http://www.farrington-oils.co.uk/res/jha/content/nutrition-table.png

Tuttavia la stabilità dell’olio extravergine alle alte temperature è maggiore come dimostrato in alcuni studi tra cui questo: Oxidative stability and minor constituents of virgin olive oil and cold-pressed rapeseed oil . La differenza sembra essere dovuta da un maggior contenuto in sostanze polifenoliche presenti nell’olio extravergine d’oliva rispetto all’olio (extravergine) di colza .

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2 dicembre 2009

Nero come il carbone vegetale

stracchino nero

Ammetto che la prima volta che l’ho visto, mi ha spiazzato. Lo stracchino black è preparato con: latte vaccino pastorizzato,fermenti lattici, sale, caglio,carbone vegetale in superficie, senza conservanti aggiunti.

Pensavo che il carbone vegetale venisse usato solo per impartire il colore nero ad alcuni alimenti come avevo scritto tempo fa. Cercando notizie ho trovato invece che il carbone vegetale che si ottiene per distillazione secca dal legno di alcune piante (Betula alba, Salix, Populus e Tilia), trova impiego come agente consigliato per combattere tutta una serie di disturbi intestinali, dal meteorismo all’aerofagia e ho capito finalmente il messaggio riportato sulla confezione del formaggio e il riferimento al benessere intestinale.
Mi sono chiesta se ci fossero altri impieghi nel settore caseario, ebbene sì. Nella produzione di alcuni formaggi stagionati si usa il carbone vegetale come deterrente contro gli insetti che possono contaminare la parte esterna.

Continuo comunque a interrogarmi sulla scelta aziendale.

Tra le notizie curiose sul carbone vetale (charcoal) ho letto che nel 1831 di fronte ai suoi studenti e colleghi della French Academy of Medicine, un certo Professor Touery bevve una dose letale di stricnina combinata con carbone vegetale attivo (carchoal) (!). Infatti in campo medico sembra che il carbone venga usato come rimedio per detossificare l’organismo dopo ingestione di sostanze tossiche.

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30 novembre 2009

Fat Economics: l’obesità, un effetto collaterale del progresso?

Nei prossimi mesi nella Facoltà di Medicina in cui lavoro verrà organizzato un convegno sull’obesità. Sono stata incaricata di fare una relazione sulla ricerca scientifica e i vari meccanismi molecolari alla base dell’insorgenza del sovrappeso e obesità in particolare in età pediatrica. Avete letto l’ipotesi che mette in relazione diete ricche di zuccheri e grassi, modificazioni della composizione della flora batterica e insorgenza dell’obesità? Quando si parla di sovrappeso e obesità, si ricordano i dati USA dove il fenomeno è arrivato a interessare quasi il 35 per cento della popolazione adulta, in Gran Bretagna il 24 per cento ed anche in Italia si è avuto un aumento come dimostrano le cifre del progetto OKKio alla salute riferite all’obesità infantile. In Italia le percentuali maggiori di sovrappeso e obesità infantile si hanno nelle regioni meridionali, ho cercato di rappresentare questi dati nel video. Come si spiegano? Quali fattori socio-economici sono coinvolti?


Sovrappeso e obesità infantile in Italia

Anche per l’obesità e sovrappeso nell’adulto si ha un andamento simile. A Sud le percentuali maggiori.

Prevalenza di persone in sovrappeso di 18 anni ed oltre (per 100) per regione. Anno 2006osservasalute_grafico2

Ho suggerito agli organizzatori del convegno di includere un intervento in cui si affrontino anche aspetti socio-economici. In piu’ occasioni ne abbiamo già parlato, per esempio nel post Fit or Fat? o negli ultimi dedicati all’educazione alimentare. Se l’obesità ha origini multifattoriali non possiamo tralasciare questi aspetti. Dell’ipotesi economica si parla nel libro “Fat economics“, pubblicato dalla Oxford University Press. Gli autori sono tre economisti W. Bruce Traill, Jason F. Shogren e Mario Mazzocchi. . Attraverso i numerosi grafici, analisi statistiche ed equazioni contenute nel libro, gli autori parlano del rapporto tra andamento dell’economia e modifica dei comportamenti alimentari e dell’emergenza obesità da una prospettiva economica.

Le statistiche dimostrano che contemporaneamente all’ aumento dell’obesità in molti stati, si è verificato un altro fenomeno: la caduta del prezzo di alcuni generi alimentari e che ha visto dimezzarsi, ad esempio il prezzo dello zucchero, in meno di tre decenni e aumentare quello di altri alimenti a minor apporto calorico come la frutta. E quando il prezzo scende sono le classi più povere dei Paesi industrializzati ad aumentare di peso, sulla base dei dati pubblicati nellibro. Questo concetto è chiamato dagli economisti “elasticità“: quando le derrate diventano a buon mercato i ricchi non aumentano i consumi (elasticità pari a zero) invece le fasce piu’ povere a fronte di una diminuzione dei costi del 20% possono far salire i consumi del 10%.

La recessione, che aumenta le disparità sociali, dunque, ci fa ingrassare o diminuire di peso? Mi piacerebbe lavorare e capirne di piu’ di questo tema, per me tutto da esplorare.

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E’ tutta colpa del PIL ?

PIL in varie regioni italiane
Lombardia 141,5%
Bolzano 140,2%
Lazio 131,8%
E-Romagna 130,4%
Valle Aosta 128,2%
Basilicata 75,4%.
Puglia 69,8%
Calabria 68,5%
Sicilia 67,3%

Fonti:

-Presentazione (pdf) del Prof. Mazzocchi “Prezzi ed inflazione. Progresso tecnologico, prezzi alimentari e obesità”

-OKKio alla salute

-Pensare alimentare

-Saluteinternazionale.wordpress.com

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9 ottobre 2009

I probiotici fanno bene alla salute. Anzi no

Se dico Lactobacillus johnsonii, Lactobacillus plantarum, Lactobacillus rhamnosus,
Lactobacillus casei F19,
Bifidobacterium longum cosa vi vengono in mente?

Microrganismi, esatto…sono alcuni esempi di nomi di probiotici, batteri selezionati dai centri di ricerca delle aziende del settore e aggiunti a vari prodotti. Qualche nome dei probiotici e le aziende che li hanno immessi sul mercato.

Lactobacillus casei Shirota (Yakult, Giappone);
L. casei DN114 001 (Danone, Francia)
Lactobacillus rhamnosus GG (Valio, Finlandia);
L. rhamnosus HN001 (Danisco, Danimarca);
L. rhamnosus 19070-2 and Lactobacillus reuteri DSM 12246 (Chr. Hansen, Danimarca)
L. reuteri ATCC 55730 (BioGaia, Svezia)
Lactobacillus plantarum 299V (Probi, Svezia)
Lactobacillus acidophilus La5 (Chr. Hansen, Denmark)
L. acidophilus L1 (Campina Melkunie, Olanda)
Lactobacillus johnsonii La1 (Nestle, Svizzera)
Lactobacillus gasseri OLL 2716 (Meiji Milk Products, Giappone).
Saccharomyces cerevisiae boulardii lyo (Biocodex, Francia)
B. animalis/lactis DN-173 010 (Danone, Francia)
Bifidobacterium longum BL1 (Morinaga, Giappone)
Bifobacterium infantis 35624 (Ardeypharm,Germania)

Ne ho parlato diverse volte in passato, l’aggiunta dei probiotici è considerato un valore aggiunto da alcune aziende. Dopo i drinks, sono arrivati formaggi, snacks, cioccolato e perfino gomme da masticare con probiotici incorporati.

Ma sono così indispensabili per il benessere intestinale e per rinforzare le difese immunitarie? E’ quello che abbiamo sentito per anni negli spot della pubblicità.

Dopo tanti proclami,l’Efsa, per la precisione il panel che si occupa di prodotti dietetici, alimentazione e allergie, chiamata a pronunciarsi sui numerosi claims, ha risposto con una sonora bocciatura. 180, dico 180 richieste di autorizzazione dei claims sono state respinte al mittente.

A leggere i reports dell’Efsa viene da chiedersi come possa accadere che alcune aziende abbiano sottoposto documenti scientifici così carenti o addirittura privi di dati riferiti ai propri prodotti.

Stento a crederlo, eppure possiamo leggere tutti i vari documenti pubblicati.

I due principali protagonisti del settore Danone (Actimel) e Yakult, non sono stati inclusi nello studio perché le due aziende -si legge in alcuni quotidiani stranieri- hanno ritirato le loro pratiche prima che potessero essere valutati. Essi hanno ripresentato solo piu’ di recente le loro richieste. I risultati, saranno disponibili il prossimo anno.

E adesso un interrogativo, come mai non troviamo traccia di questi dati sui quotidiani?

ho dato uno sguardo anche a Blogbabel e Liquida, solo questi due blog Il futuro dei consumi e Mala cibus currunt ne hanno parlato. Anche questo è un dato su cui riflettere.

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25 settembre 2009

Professione gastro-photoreporter: Pubblicità e prodotti a confronto

Quante volte vi è capitato di restare delusi dal reale aspetto di un prodotto in scatola o surgelato dopo averne visto l’immagine della pubblicità? E’ un argomento di cui ogni tanto sento parlare.

Conoscevo già Adsvsreality. Impietosi i confronti tra l’aspetto reale dei panini di vari fast food e l’immagine della pubblicità. Poi ho scoperto il tedesco pundo3000 e ora il blog Food in Real Life, dove vengono comparate le immagini di piatti pronti di varie confezioni con la loro reale apparenza.

Raccolgo l’invito di Roberto La Pira dal blog Il futuro dei consumi, non vogliamo dare uno sguardo a prodotti in vendita anche in Italia? non sono molti, ma gli esempi non mancano nel mio album di Flickr. Eccoli, cominciamo dalla colazione, proseguiamo con un primo. Poi un secondo, e infine il dessert. E adesso tocca a voi!

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